Archivio di July, 2013

Il Book Club incontra la Casa Editrice

Postato in CONTENUTI SPECIALI il July 25, 2013 da Francesco Elli – 5 Comments

Milano, Biblioteca Sormani, lunedì 22 luglio 2013.

Per chi c’era, e per chi non c’era (ma è sempre e comunque nei nostri cuori libreschi), un piccolo riassunto dell’incontro del Neri Pozza Book Club, per l’occasione congiunto in un unico gruppo, con il direttore editoriale della Cassa Editrice Neri Pozza dott. Giuseppe Russo e la editor della narrativa straniera Sabine Schultz.
Prima di tutto, il dott. Russo ha espresso piena soddisfazione per l’iniziativa del Book Club, che ha consentito alla Neri Pozza di avvicinare i lettori, coinvolgerli e scambiare con loro pareri interessanti e sicuramente arricchenti. Anche le discussioni ed eventuali pareri negativi sono accolti con favore, nella convinzione che sia giusto e bello avere la libertà di esprimere la propria idea. Sempre, però, con la dovuta cortesia e i toni appropriati, anche perché è solo in questo modo che le critiche possono essere davvero costruttive. La cortesia costringe ad argomentare, a sostenere il proprio parere sottolineandone le motivazioni: questo è il giusto modo per discutere di un libro e di un’iniziativa editoriale, amplificando, attraverso i pareri (argomentati) di tutti, la comprensione e la visione di un testo.

A proposito di critiche, molto ci si è soffermati su quelle ricevute dal libro Il mondo di Belle.
Innanzitutto è stato sottolineato come la Casa Editrice Neri Pozza abbia nel suo DNA la vocazione per la narratività, ovvero il raccontare una storia che riesca ad avvincere il lettore aprendogli un piccolo mondo diverso e ben argomentato. Questa vocazione si esprime sia attraverso libri che possono definirsi di grande letteratura (anche se, come più volte rimarcato da tutti i presenti, definire cosa sia “grande letteratura” non è per nulla semplice e non avrà mai una risposta univoca), sia con romanzi che rimangono nell’ambito dell’intrattenimento. Intrattenimento che, però, significa anche apertura di nuove prospettive; significa portare i lettori in un piccolo mondo storicamente ambientato facendoli incontrare con personaggi credibili e ben disegnati, che portino avanti una storia coinvolgente.
Questo è ciò che accade ne Il Mondo di Belle. Nel libro c’è la questione, reale, della condivisione, da parte degli uomini e le donne bianche arrivati per diversi motivi nelle piantagioni dell’America schiavista, del destino degli schiavi neri. C’è il problema della loro convivenza, dei rapporti che si creano e, nel libro della Grissom, anche del ribaltamento dei ruoli, quando Lavinia, cresciuta nella casa degli schiavi, si ritrova a diventarne la padrona.
C’è la questione, altrettanto storicamente vera, dei figli nati dai rapporti tra schiavisti e schiavi.
C’è, insomma, un piccolo pezzo di mondo sul quale l’autrice si è ben documentata e che nella sua storia riesce a comunicare e trasmettere al lettore.

Per quanto riguarda le critiche alla traduzione, la Casa Editrice era consapevole che questo sarebbe potuto succedere, ma ha tenuto a sottolineare quanto il lavoro non sia stato per nulla agevole.
Il paragone con Via col Vento che molti hanno fatto regge fino a un certo punto, in quanto il periodo in cui è ambientata la vicenda di Belle è il mondo afroamericano della fine del Settecento e non quello del 1861, anno in cui comincia la storia degli O’Hara. Una differenza notevole, anche dal punto di vista linguistico, perché, nel mondo che la Grissom ha studiato a lungo, la lingua parlata dagli schiavi neri era veramente un idioma di difficile comprensione, lontanissimo dal parlato di settant’anni dopo e a maggior ragione da quello di oggi. La traduzione che inizialmente era stata fatta non aveva convinto fino in fondo, così la scelta è stata quella di utilizzare una lingua che favorisse il ritmo della narrazione, consapevoli della possibilità di andare incontro a qualche possibile critica dei lettori. D’altra parte in Italia non esiste una lingua popolare condivisa e orientarsi verso qualche dialetto (ovvero la lingua popolare che, nel nostro Paese, assume subito caratteristiche diverse e peculiari a seconda delle diverse zone), è apparsa immediatamente una scelta impropria.

Per il titolo, invece, vista la sostanziale povertà di una traduzione che avesse cercato di rendere letteralmente l’originale The Kitchen House, si è pensato a Il Mondo di Belle perché, fondamentalmente, è lì che è ambientata la vicenda. È vero che la voce preponderante del romanzo è quella di Lavinia, ma il mondo in cui si svolge la storia è quello delle piantagioni, è la casa degli schiavi, è la cucina di Mamma Mae. È, in sostanza, “Il mondo di Belle”.

Un ultimo aspetto su cui ci si è soffermati (o almeno in cui ci si sofferma in questo riassunto per forza di cose non completamente esaustivo… si fa quel che si può) è l’appunto mosso da qualcuno sul perché Neri Pozza abbia scelto di pubblicare questo romanzo. In parte le motivazioni sono già state espresse all’inizio, ma vale la pena tornarci un attimo.
Le linee della Casa Editrice nella scelta di un testo da pubblicare si possono sommariamente riassumere in tre punti (in Casa Editrice mi perdoneranno per l’estremità della sintesi e la semplificazione nello spiegare un lavoro che racchiude dinamiche difficilmente riassumibili qui).
Un libro deve, innanzitutto, avere una storia ben costruita, credibile, che sappia intrattenere il lettore.
Un libro deve anche avere dei personaggi ben delineati, nei quali ci si possa immedesimare e il cui destino illumini lo spirito di un’epoca.
Il terzo punto è quello che raggiunge l’apice, ovvero quando un libro, unendo le due caratteristiche precedenti, arriva a toccare il mondo dell’arte e della letteratura (con tutte le difficoltà di definizione di cui si è già detto). In questo caso si hanno i capolavori.
Avere due su tre di queste caratteristiche è già un motivo sufficiente per pubblicare un libro, anche perché, nell’arco di un anno, sicuramente non esistono 100 romanzi che possano arrivare ad essere opere d’arte, e il catalogo di un editore non può certo vivere di soli, indiscutibili, capolavori. La letteratura è anche intrattenimento. E l’intrattenimento, quando è di qualità, come nel caso dell’opera della Grissom, è sempre un buon motivo per pubblicare, e leggere, un libro.

Ci sono state, poi, una serie di domande e di altri spunti interessanti. Riassumerli tutti è davvero difficile. Due ultime considerazioni, però, vale la pena sottolinarle. La prima è quella di chi ha ringraziato il Book Club perché permette di ri-leggere i libri anche attraverso gli occhi degli altri: condividere i pareri riguardo un testo, scambiarsi opinioni, spiegare i motivi del proprio gradimento o della propria delusione, sempre con la cortesia di cui si diceva all’inizio e le corrette argomentazioni, è qualcosa che non può che arricchire tutti i lettori e la stessa casa editrice stessa.
La seconda è che, date queste premesse, se ben argomentato ed espresso con pacatezza e semplicità, ogni parere ha lo stesso valore e lo stesso diritto di esistere ed essere espresso, in piena libertà. Quindi, nessuno si faccia intimidire da chi non la pensa come lui e da chi sostiene con più forza, per carattere e indole, il proprio punto di vista. Vale sempre la pena “lottare” per un’idea. Anche quando questa riguarda un semplice romanzo.

Buone letture a tutti.

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Tracy Chevalier, esperta temporanea

Postato in INCONTRI CON L'AUTORE il July 9, 2013 da maggie – Sii il primo a commentare

Ho finito L’ultima fuggitiva e ne sono rimasta piacevolmente colpita; è un libro a cui non mi sarei mai avvicinata senza una “spinta” (un altro punto in favore del Book Club!).

tracy firma (2)  Tracy Chevalier ci ha raccontato di averci messo più di tre anni per           scriverlo e, in effetti, si sente la solidità della struttura e l’attenzione verso i dettagli lungo tutta la narrazione.

L’autrice ha un metodo di ricerca così approfondito e intenso che la porta a diventare, come lei stessa si è definita, un’esperta temporanea nei campi più disparati: il mondo dei fossili (Strane Creature), il quilt (L’ultima fuggitiva), la pittura (Ragazza con l’orecchino di perla); ritrovandosi poi a essere chiamata all’inaugurazione di una mostra su Vermeer (a distanza di quindici anni dall’uscita del libro), a fare il giudice a una gara di quilt, a essere l’ospite d’onore alla presentazione di una ricerca sui fossili.

Durante l’incontro abbiamo sollevato anche la questione sul tema della schiavitù, trattato sia ne L’ultima fuggitiva sia ne Il mondo di Belle di Kathleen Grissom. La Chevalier, consapevole della delicatezza del tema, ha detto di aver scelto di trattarlo senza mai pretendere di mettersi nei panni di uno schiavo, senza la presunzione di parlare attraverso i personaggi di colore che si incontrano nel suo libro.
L’idea della trama, invece, le è venuta assistendo a una cerimonia in ricordo delle vittime della schiavitù, durante la quale Toni Morrison ha svelato il primo monumento dedicato alla “ferrovia sotterranea”, una panchina, simbolo di una doverosa pausa riflessiva.

Gli incontri organizzati dal Book Club ci regalano manciate di informazioni e aneddoti personali raccontati dagli autori stessi di cui mai potremmo venire a conoscenza in altro modo. Non poco!

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Tracy Chevalier – testo inedito per La Milanesiana 2013

Postato in CONTENUTI SPECIALI il July 5, 2013 da admin01 – 1 Comment

Tracy Chevalier – “Noi scrittori bugiardi perché la verità annoia”

Gli autori sono dei bugiardi. I romanzi pullulano di menzogne e di segreti. Ne hanno bisogno per funzionare. Ciò mi diventò molto chiaro alla stesura del mio ultimo romanzo, L’ultima fuggitiva, quando capii quanto sia difficile creare un personaggio che non mente mai. L’eroina della storia, Honor Bright, è una quacchera- membro di una piccola setta cristiana fondata in Inghilterra nel XVII secolo. I quaccheri credono che ci sia una  parte di Dio in tutte le persone. I quaccheri credono in altri saldi principi: sono pacifisti, credono nell’uguaglianza di tutte le persone e, cosa più importante sono onesti e dicono la verità.
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L’incontro con Tracy Chevalier

Postato in GLI AUTORI, INCONTRI CON L'AUTORE il July 4, 2013 da admin01 – 1 Comment

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Amitav Ghosh – testo inedito per La Milanesiana 2013

Postato in CONTENUTI SPECIALI, GLI AUTORI, INCONTRI CON L'AUTORE il July 4, 2013 da admin01 – Sii il primo a commentare

Amitav Ghosh, Letteratura e emergenza ambientale.

traduzione di Anna Nadotti

 

Il mondo è arrivato a una congiuntura senza precedenti nella storia: l’ambiente del nostro pianeta sta cambiando con una rapidità mai sperimentata prima dagli esseri umani. Tutti abbiamo dovuto, in maggiore o minor misura, confrontarci con gli effetti dei cambiamenti climatici nella nostra vita quotidiana, abbiamo visto inondazioni anomale, insolite ondate di calore, uragani capricciosi e prolungate siccità. Non starò a compilarne una lista dettagliata perché sono fatti  universalmente noti. Basti dire che, perfino se le emissioni di carbonio fossero drasticamente tagliate oggi stesso, le conseguenze dei cambiamenti già in atto continuerebbero a farsi sentire per secoli. Ma naturalmente il taglio delle emissioni non è all’ordine del giorno, al contrario, se ne registra il rapido incremento, dovuto soprattutto all’Asia, e in particolare all’India e alla Cina.

Quando si supererà il livello di guardia nessuna area del mondo sarà colpita gravemente quanto quella da cui io provengo. Il Bengala – con ciò intendendo lo stato indiano del Bengala occidentale e il Bangladesh – è una pianura alluvionale di bassissima altitudine. È anche una delle aree del mondo più densamente popolate, ci vivono duecentoquarantun milioni di persone. Malgrado una simile densità di popolazione, il  Bengala ha finora contribuito relativamente poco alle emissioni che hanno scatenato i mutamenti di clima del pianeta – tuttavia, essendo un delta a livello del mare, è una regione assai vulnerabile. Si stima che nel solo Bangladesh  cento milioni di persone vivano in basse zone costiere. Un pur modesto aumento del livello del mare, basterebbe a  colpire gravemente milioni di persone. Un processo già in atto. Nelle foreste di mangrovie dei Sundarban (dov’è ambientato il mio romanzo Il paese delle maree ), varie isole sono state sommerse negli ultimi anni, con centinaia di migliaia di sfollati.

Il Bengala non è l’unica area vulnerabile della regione. Se nel futuro prossimo il livello del mare crescerà, come molti scienziati prevedono, di un metro, i delta dei grandi fiumi dell’Asia saranno i primi a risentirne gli effetti. Come il Bengala, i delta dell’Indo, dell’Irrawaddy e del Mekong sono densamente popolati e intensivamente coltivati.  Con l’alzarsi del livello del mare, fasce sempre più estese di terra fertile saranno invase dall’acqua salata e milioni di persone perderanno i loro mezzi di sostentamento.  La ragione per cui queste aree saranno le prime a risentire l’impatto dei cambiamenti climatici è che i delta si abbassano con un ritmo quattro volte superiore al ritmo con cui sale il livello del  mare. Ciò significa che l’aumento di un metro del livello del mare si tradurrà in un aumento di quattro metri per le popolazioni che vivono in queste aree – in altre parole, perfino in assenza di attività sismica, molte megalopoli asiatiche, quali Calcutta, Bangkok, Ho Chi Minh City e Manila, si troveranno dinanzi alla prospettiva di essere inondate dalle maree. Ma non è tutto: le acque asiatiche hanno anche provocato alcuni dei più spaventosi uragani delle storia: si stima che il ciclone Bhola (o Agunmukha), che colpì il Bangladesh nel 1971, abbia ucciso 275.000 persone. Gli scienziati prevedono che il riscaldamento degli oceani e la maggiore umidità dell’aria provocheranno nel prossimo futuro perturbazioni  molto più numerose e violente. Lo scorso ottobre abbiamo visto cosa può fare un uragano come Hurricane Sandy a una città come New York, dotata di infrastrutture relativamente buone. In tutte le città asiatiche che corrono i maggiori rischi di essere colpite da uragani analoghi  vivono grandi masse di poveri: gli effetti sarebbero devastanti. Le zone costiere dell’Asia non sono tuttavia le sole destinate a subire i disastrosi effetti dei cambiamenti climatici.  Le zone centrali dei due paesi più popolosi del continente, l’India e la Cina, si troveranno quanto prima  ad affrontare catastrofiche carenze d’acqua. Le falde acquifere del Punjab, che contribuisce in modo sproporzionato all’approvvigionamento di cibo sia dell’India sia del Pakistan, sono praticamente esaurite. (Da ricercatori attivi nella parte indiana del  Punjab ho saputo che i contadini stanno già abbandonando le loro terre a causa delle sempre più ridotte risorse idriche). Fatto ancora più grave,  queste regioni dipendono dai sistemi fluviali alimentati  dai ghiacciai himalayani.  Questi grandiosi serbatoi d’acqua si vanno rapidamente assottigliando, e c’è la concreta possibilità che nell’arco di un paio di  decenni  grandi fiumi come il Gange, la Jamuna e l’Indo si riducano, in certe stagioni, a rivoli sottili. La Cina si trova di fronte a un’analoga penuria d’acqua, e il tentativo di affrontare tale penuria deviando il corso dei fiumi con imponenti progetti di ingegneria idraulica provocherà nuovi problemi, per il paese e per i suoi vicini.

Inutile aggiungere che le alterazioni climatiche sono foriere di conflitti, tra paesi, tra gruppi etnici e tra comunità religiose. Potrei continuare, ma non ce n’è bisogno. Credo che si debba riconoscere che il mutamento climatico segna una profonda rottura. Rottura di cui stiamo solo cominciando a intuire le implicazioni per l’economia, l’industria e i modelli di consumo del mondo: ciò che significherà per le arti e la letteratura ancora non lo sappiamo. In un mondo in cui l’approccio ‘business-as-usual’ non è solo insostenibile ma anche immorale, potranno le arti proseguire per la loro strada, senza valutare il proprio contributo alla definizione del modello di desideri che ci hanno condotto alla catastrofe davanti alla quale ora ci troviamo? Non credo. È ogni giorno più evidente che ogni aspetto della cultura sarà travolto dalla rottura in agguato, la nostra autoconsapevolezza, i nostri desideri, l’arte e le modalità di espressione di ognuno di noi. Qui m’interessa riflettere su un aspetto di tale rottura, un aspetto che mi sta molto a cuore – vale a dire il fatto di scrivere, e più specificamente, di scrivere in Asia.

Le questioni che hanno animato, ossessionato e tormentato l’Asia del XX° secolo riguardavano il ‘moderno’, tanto in campo letterario e artistico quanto in campo politico ed economico. Il più potente motivo di fascino del moderno risiede nella sua pretesa universalità. Essendo fondato su schemi universali di ragionamento, sembrava promettere libertà, uguaglianza e prosperità per tutti.

In questo senso l’abbraccio che l’Asia ha riservato al moderno è stato un test case, un gigantesco esperimento che si poteva condurre solo in quel continente, dove i numeri della popolazione sono tali da poter letteralmente muovere la terra. E come con ogni esperimento, i risultati sarebbero apparsi incredibili, per gli asiatici o per chiunque altro, se non fossero stati precisamente ciò che sono stati. Infatti i risultati  contraddicono tutti i principi su cui la nostra vita, i nostri pensieri e azioni si sono basati per più di un secolo. Vale a dire che l’assunto centrale della modernità industriale è falso: essa non può garantire uguaglianza e libertà universale – i modelli di vita che ne derivano sono praticabili solo per una piccola parte della popolazione mondiale. La struttura del pianeta in cui viviamo, infatti,  impone limitazioni materiali tali da impedire che tali modelli di vita siano adottati da ogni essere umano sul pianeta.

Alcuni scrittori asiatici lo capirono molto presto. Rabindranath Tagore, per esempio, aveva una consapevolezza del mondo naturale debitrice tanto del passato asiatico quanto, se non di più, della sensibilità europea del XIX° e XX°. Si dice che abbia vissuto un’epifania quando, durante un viaggio in nave verso il Giappone, vide sul mare una chiazza di nafta. Ciò acuì la sua consapevolezza dei danni che le macchine infliggevano agli elementi e sarebbe ritornato molte volte sull’argomento, nei suoi testi teatrali e nei suoi saggi: fu un ambientalista avant la lettre.

Alla fine del ventesimo secolo questi aspetti della sensibilità di  Tagore apparivano quasi arcaici. Oggi, alla luce delle lezioni che ci sta dando il pianeta, sembrano piuttosto visionarie. E Tagore non è stato il solo:  un’intensa consapevolezza delle continuità fra il naturale e l’umano si manifesta nell’opera di molti scrittori e scrittrici indiani – per esempio Mahasweta Devi, che scrive in bengalese, Sivarama Karanth (in kannada), e Gopinath Mohanty (in oriya). Nel mio paese, il Bengala, il “romanzo di fiume” ha una lunga tradizione, profondamente attenta al rapporto tra la vita umana e l’acqua  – anche il mio romanzo Il paese delle maree si inscrive in tale tradizione.

Alla fine del XX° secolo, quando l’Asia si precipitava verso la meta promessa di un’Utopia industriale universale, opere di questo tipo  sembravano incongrue rispetto alle traiettorie culturali del mondo. Forse per questo Salman Rushdie una volta liquidò come ‘arretrati’ rispetto all’avanguardia occidentale coloro che scrivono nelle lingue nazionali indiane. Tale giudizio viene ora confutato dalla più autorevole critica letteraria: la terra stessa. Alla luce di quanto il pianeta è andato mostrandoci, è chiaro che scrittori come Mahasweta Devi e Sivarama Karanth erano in realtà assai più avanti dei loro omologhi ovunque nel mondo.

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L’incontro con Amitav Ghosh

Postato in GLI AUTORI, INCONTRI CON L'AUTORE il July 4, 2013 da admin01 – 1 Comment

Le fotografie del bellissimo incontro del Book Club con Amitav Ghosh:

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Incontro di venerdì 28 giugno: Il mondo di Belle

Postato in I LIBRI DEL MESE il July 2, 2013 da Francesco Elli – 4 Comments

Dibattito interessante quello suscitato dal libro “Il mondo di Belle”, di Kathleen Grissom nell’ultimo incontro del Neri Pozza Book Club.
Onestamente, non tutti i lettori sono rimasti pienamente soddisfatti dalla lettura: il parere condiviso è che la scrittrice sappia assolutamente il fatto suo, ma a volte “pecchi” di troppo mestiere, se così si può dire, costruendo una storia scorrevolissima e ben articolata, ma troppo piena di eventi e, soprattutto, di disgrazie e non così approfondita per quanto riguarda i personaggi.
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