Archivio di September, 2013

La porta

Postato in Uncategorized il September 30, 2013 da donatella galeazzi – Sii il primo a commentare

 

La porta          di Natsume Soseki

 

Il titolo La porta mi ha subito incuriosito, ho pensato a una storia di mistero e per molte pagine sono stata in attesa dello svelamento.

L’A. presenta  subito Sosuke, il protagonista, attraverso la descrizione di una splendida domenica di inizio autunno: ma all’azzurro incantevole del cielo non corrisponde la serenità interiore di Sosuke. si avverte subito il suo disagio a vivere.

C’è un segreto nel suo passato, che lo tormenta e che condiziona la vita sua e della moglie Oyone, un  baratro  che li porterà ad isolarsi  in un  legame coniugale stretto di amore e sensi di colpa.

Scelgono di abitare al limite di una quieta e solitaria periferia lontana dalla frenetica Tokio, dove Sosuke si reca per sei giorni alla settimana a svolgere il suo deprimente lavoro di impiegato, ma appena rientra a casa la sera, la prima cosa è togliersi gli scomodi abiti occidentali per  indossare  il   tradizionale kimono.

Sosuke è un uomo triste e amareggiato, ha difficoltà a stabilire relazioni  e a integrarsi nella modernità. Percepisce il suo disagio, ma è lento nell’agire, sempre. .

Sarà un episodio che lo riporta al suo travagliato passato a spingerlo  all’azione. Sosuke decide di ritirarsi in un monastero zen per far riposare la mente , dice alla moglie, con la speranza di  riportare  serenità alla sua vita tormentata dai ricordi del passato e dalla paura ad affrontarli. Ma Sosuke sarà incapace di attraversare la porta che lo avrebbe introdotto ad una esistenza più serena. Esce dal tempio infelice così come vi era entrato.

Romanzo malinconico con un finale zen.

L’ho letto con lentezza.  Bello il  secondo capitolo, dove l’A. nel descrivere l’ atmosfera esuberante della moderna Tokio   delinea lo stato d’animo di Sosuke, la sua malinconia, il senso di sconforto, le sue amarezze.

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La porta

Postato in Uncategorized il September 28, 2013 da Benedetta Banditori – 4 Comments

Devo fare una premessa necessaria: io detesto gli scrittori giapponesi. Quella giapponese è una cultura in cui non mi ritrovo, in cui non trovo niente di affascinante o che mi incuriosisca: nemmeno il buon Murakami, considerato un grande scrittore del nostro tempo, è riuscito a farmi cambiare idea. Per cui quando mi sono resa conto che il nuovo Neri Pozza da leggere per il Bookclub era Soseki (dopo Remarque, per giunta!!), tra me e me il primo pensiero è stato: “Noooo, che peccato!!”. E’ un libro che, visto in libreria, mai e poi mai avrei comprato.
Ho cercato anche di non partire prevenuta, di dargli una chance, davvero, ci ho provato.
Ma.
Questo romanzo è la quintessenza di tutto quello che non mi piace della letteratura giapponese.
Già da quella prima scena nell’engawa (e ci sarebbe molto, moltissimo da dire anche su tutti quei continui termini giapponesi non tradotti in quanto intraducibili, che creano già distacco ed incolmabile lontananza culturale) il tono del romanzo è segnato: la lentezza, il silenzio, la remissività, la noia mai apertamente dichiarata, la mancanza di gioia, il subire passivo della vita, degli eventi, le emozioni annacquate, o ridimensionate, o messe a tacere; l’ineluttabilità del tempo che scorre vuoto e ripetitivo, come i discorsi di questa coppia forse affiatata a suo modo, si, ma triste, spenta, senza passione, senza guizzi, di nessuna curiosità (anzi, spesso fonte di impazienza e fastidio) per il lettore. Tutti quei dettagli descritti con tale meticolosità che pensi debbano essere per forza funzionali alla storia (“questo me lo starà dicendo perché è importante più avanti”, pensi a più riprese), e invece no, sono messi li per riempire pagine, o per sottolineare una volta di più la noia, l’ordinarietà di queste vite monotone e pavide, che si lasciano scuotere da ogni minima variazione della loro routine…
Il protagonista Sosuke poi raggiunge veramente vette insuperate di inadeguatezza, inettitudine, lentezza, mancanza di spina dorsale, pigrizia, frustrazione, sporcizia (non si può non far caso a quanto poco e malvolentieri si lavi) mancanza di curiosità, di vivacità, di stimoli. E non basta come giustificazione la presunta “colpa” commessa all’inizio della storia con Oyone (ma quale colpa, poi? si sono innamorati e lui l’hai portata via a Yasui? questa, in Giappone, è una colpa per cui ripudiare e isolare completamente due persone? ) : Sosuke è l’antiuomo, l’antieroe, le sue debolezze per me non sono state fonte di empatia, ma di incredulità e fastidio. Tenta un riscatto, alla fine, mettendosi alla prova nel monastero sulle montagne, ma uscire dal suo monotono guscio iperprotetto non fa che metterlo in modo spietato di fronte alla sua inadeguatezza, alla sua completa incapacità di gestire se stesso, i rapporti con altre persone (è palese come Sosuke sia sempre invariabilmente a disagio in presenza di altri, fatta eccezione per Oyone), e la capitolazione (in cui si trova anche la spiegazione del titolo) è incredibilmente avvilente e senza speranza: “Lui sembrava destinato a restare a lungo davanti a quella porta chiusa. Non era giusto né ingiusto. Ma se non aveva modo di oltrepassarla, andare apposta fin lì era stata un’azione contraddittoria. Si voltò indietro: non aveva il coraggio di tornare da dove era venuto. Guardò avanti: i battenti inamovibili della porta gli nascondevano per sempre la vita che si apriva al di là di essa. Non era un uomo in grado di superare quella barriera, ma neanche capace di rinunciarvi serenamente. Era un infelice che poteva soltanto restare impietrito davanti ad essa, in attesa che i giorni trascorressero.”.
Bocciato!!

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I tre camerati

Postato in Uncategorized il September 23, 2013 da Stefania Cavasassi – Sii il primo a commentare

Un libro intenso che sa toccare le corde nascoste di ognuno di noi, appassionante e reale; il romanzo perfetto, costruito su brevi dialoghi nei quali ognuno può ritrovare una parte di sè. Ambientato nella Germania piegata dalla prima guerra mondiale, narra di tre amici legati dagli orrori della guerra, che sopravvivono lavorando in un officina di auto. Accanto a loro si avvicendano prostitute, ubriaconi, depressi e avviliti. Per Robby , il più giovane dei protagonisti e la voce narrante, la svolta all’autodistruzione ha un nome: Pat. Patrice Hollman, borghese e lontana dal mondo dei tre amici che si innamora senza riserve. La sua morte come quella di Lenz lasciano un segno di ineluttabile destino che attraversa tutto il romanzo.

Un ringraziamento a Neri Pozza che ancora una volta ha saputo regalarci l’alchimia della lettura.

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Tre camerati

Postato in Uncategorized il September 17, 2013 da Benedetta Banditori – Sii il primo a commentare

“Il cognac fluiva dorato, il gin brillava come acquamarina e il rum era pura vita. Rimanemmo immobili sulle sedie del bar mentre la musica gorgogliava e la vita, chiara e forte, scorreva possente nel nostro petto. Il bancone del bar era il ponte di comando della vita e noi filavamo rombando verso l’avvenire.”

“Solo gli stupidi vincono nella vita; gli altri vedono troppi ostacoli e si fanno prendere dall’insicurezza ancora prima di cominciare. In epoche difficili la semplicità è il bene più prezioso, un mantello magico che nasconde i pericoli nel quale l’intelligentone si butta come se fosse ipnotizzato. Mai voler sapere troppo, Robby! Quanto meno si sa, tanto più è facile vivere. La conoscenza rende liberi, ma infelici. Vieni, brindiamo alla semplicità, alla stupidità e a tutto ciò che vi è connesso: all’amore, alla fiducia nel futuro, ai sogni di felicità, alla magnifica stoltezza, al paradiso perduto…”

“La disprezzava perché la invidiava. Non si faceva illusioni sulla vita e sapeva che bisogna tener duro per arraffare un po’ di quello che la gente chiama felicità. Sapeva anche che la si deve pagare a prezzo doppio e triplo. La felicità è la cosa più incerta del mondo e quella con il prezzo più alto.”

“Sorrise e si chinò su di me.
- Devi amarmi molto, Robby. Molto. Ho bisogno di molto amore. Non saprei cosa fare senza amore.
I suoi occhi mi tenevano avvinto, mentre il suo viso era sopra il mio, vicinissimo, ed era cangiante, aperto, animato da una forte passionalità.
- Devi tenermi stretta. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga stretta. Altrimenti cado. E ho paura, sussurrò.
- Non si direbbe che tu abbia paura, replicai.
- Eppure sì. Fingo soltanto di non averla, ma sono spesso spaventata.
- Stai tranquilla, ti terrò stretta, assicurai sempre in quel dormiveglia irreale. – Saprò tenerti come si deve, Pat. Te ne meraviglierai.”

“Malinconici si diventa quando si riflette sulla vita; cinici quando si vede come la maggior parte delle persone la spreca.”

“Balzai in piedi, tanto mi parve irreale quella visione, come fosse di un altro mondo: il vasto cielo azzurro, le creste bianche delle onde e, davanti, la graziosa figura snella. Sentii l’immenso potere della bellezza e notai come esso sia più forte di qualunque passato sanguinoso e come debba essere più forte, perché altrimenti il mondo crollerebbe soffocato dalla sua tremenda confusione.”

“Avete notato che viviamo in un’epoca di autolesionismo? Che molte cose che si potrebbero fare non si fanno senza sapere esattamente perché? Oggi il lavoro, dal momento che tanta gente non ce l’ha, è diventato una cosa così enorme che schiaccia tutto il resto. Che bello qui! Erano anni che non vedevo questo spettacolo. Possiedo due macchine, un appartamento di dieci locali e i soldi non mi mancano, ma cosa ne ricavo? cos’è in confronto a questa mattinata estiva all’aria aperta? Il lavoro è una cupa ossessione accompagnata dall’illusione che un giorno cambierà. Invece non cambia mai. A che cosa riduciamo la nostra vita!”

“Nelle sale regnava un grande silenzio e nonostante i numerosi visitatori non si sentiva quasi una parola. Tuttavia mi pareva di assistere ad una grande battaglia, alla battaglia silenziosa di uomini schiantati che non volessero ancora arrendersi. Erano espulsi dai settori del loro lavoro, delle aspirazioni, delle professioni e ora entravano nel silenzioso mondo dell’arte per non abbandonarsi alla disperazione e all’immobilità. Il loro pensiero era sempre rivolto al pane, al pane e all’occupazione, ma venivano qua per sfuggire qualche ora ai loro pensieri e camminavano col loro passo strascicato , con le spalle curve di chi non ha meta: contrasto commovente, immagine desolata di quello che l’umanità può e non può raggiungere in migliaia di anni: le vette di opere d’arte immortali, ma non il pane sufficiente per ognuno dei propri fratelli.”

“Sul palco stava parlando un uomo tarchiato e robusto. Aveva una voce sonora, che penetrava senza sforzo fin negli angoli più lontani. Era una voce che persuadeva senza che si tenesse conto delle parole. E le sue parole erano facili da capire. L’uomo passeggiava libero per il palco con brevi gesti delle braccia, beveva ogni tanto un sorso d’acqua e faceva una battuta di spirito. Poi si fermava improvvisamente verso il pubblico e, con una voce squillante, lanciava come frustate una frase dopo l’altra, enunciando verità note a tutti, sulla miseria, la fame e la disoccupazione, trascinando l’uditorio con foga impetuosa e concludendo col grido furioso “Così non si può andare avanti!”
Il pubblico approvò fragorosamente con grida e applausi, come se si fosse già posto rimedio alla situazione. L’oratore, con la faccia lustra, attese. Poi con eloquenza ampia, convincente, irresistibile, incominciò a fare promesse su promesse, una vera pioggia di promesse, e davanti a tutta quella gente sorse un paradiso col suo fascino cangiante, una lotteria nella quale tutti i biglietti vincevano il primo premio e ciascuno trovava la sua felicità personale, il suo diritto e la sua vendetta.
Osservai gli spettatori. (…) Strano, per quanto fossero diversi, tutti i visi avevano la stessa espressione assente, lo sguardo assonnato e avido verso una lontana e nebulosa chimera. Quegli occhi erano vuoti e allo stesso tempo animati da una grande aspettativa, che spegneva critiche e dubbi, contraddizioni e problemi, la vita della giornata, il presente, la realtà. Quell’uomo lassù sapeva tutto, aveva la risposta pronta a ogni domanda, un aiuto per ogni bisogno. Era bello potersi affidare a lui, avere qualcuno che toglieva le preoccupazioni, era bello aver fede.”

“Alla vostra salute, ragazzi, perché siamo vivi, perché respiriamo, perché sentiamo la vita così profondamente che non sappiamo più cosa farcene”

“E’ più facile essere soli quando si è senza amore”

Imperdibile per gli appassionati di Hemingway, questo romanzo di Remarque, più conosciuto per Niente di nuovo sul fronte occidentale, è una piccola perla perfettamente costruita. Non manca niente: una bellissima, profonda, commovente e cameratesca (in senso proprio e figurato) amicizia tra uomini, fatta di bevute, di un comune passato di guerra, di un’attività portata avanti insieme, di una macchina – Karl – che sembra quasi un D’Artagnan per i suoi tre moschettieri, di riflessioni sulla vita, di sostegno e aiuto reciproco imprescindibile; una storia d’amore che cresce pian piano durante il dipanarsi del romanzo (quella che all’inizio è chiamata “la ragazza”, poi “la signorina Hollmann”, poi Patrice, poi solo Pat) in cui il protagonista trova una redenzione temporanea dal suo nichilismo; lo scorcio vivido della Berlino tra le due guerre, con la miseria e la disoccupazione e i disordini sociali che crescono – parallelamente alla storia d’amore – per tutta la storia fino a culmimare con l’assassinio di Gottfried e la vendita dell’officina (in certi passaggi colpisce come un pugno l’estrema attualità di un libro scritto nel 1936…); la miriade di piccoli personaggi secondari (dei quali però non si fa nessuna fatica a seguire le vicende) che rappresentano un’umanità variegata e dalle nature più disparate: il tirchio fornaio vedovo vessato dalla nuova compagna; l’oste Alfons che sembra quasi di vederlo, un omone tutto d’un pezzo ma dal cuore tenero; mamma Zalewsky e i vari abitanti della pensione (“i meschini”, nell’economia della storia); Antonio e i disperati del sanatorio; Rosa e le altre ragazze dell’International (il malfamato locale di ritrovo che, mutate mutandis, mi ha fatto venire in mente a più riprese il Leopold di Shantaram); e poi ancora il giovane Jupp, il dottor Jaffé, il pittore di morti Ferdinand Grau…
Tutto contribuisce a creare un puzzle che è anche una spirale in ascesa: la storia inizia in una situazione tutto sommato di serenità tranquilla e scanzonata (per quel che consente la guerra finita da poco) e man mano che il disagio sociale, le difficoltà economiche, l’amore tra Robby e Pat, la malattia di Pat stessa aumentano, il clima si fa via via più cupo, più pesante e angoscioso, improvvisamente il futuro – o la mancanza di prospettive per esso – fa paura e gli eventi sembrano stringersi intorno al protagonista (perfino i luoghi seguono una parabola simile: dalle strade battute in libertà da Karl, l’ampia officina, il mare per poi passare alle stanze chiuse ed infine al soffocante sanatorio isolato in montagna) fino al tragico epilogo che sembra spegnere definitivamente qualsiasi prospettiva.

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Tre modernissimi camerati

Postato in Uncategorized il September 16, 2013 da maggie – Sii il primo a commentare

Mi sono divertita a segnare i passaggi nel libro di Remarque che potrebbero parlare dell’Italia, o dell’Europa, dei nostri giorni, della crisi economica, del pericolo che si insinua fra le parole dei politicanti.Comincio io, ma vi invito ad allungare la lista:

(pag.26) Sulla crisi economica: “Un tempo si affondava lentamente, e c’era sempre la possibilità di tornare a galla; ora invece ogni licenziamento era seguito dal baratro della disoccupazione perenne”

(pag.28) Sulla disoccupazione: “riuscire a frequentare ancora l’università non faceva alcuna differenza: anche se si fosse laureato, nella migliore delle ipotesi avrebbe dovuto aspettare dieci anni prima di trovare un lavoro”

(pag.61-62) Sugli ideali: “Avevamo voluto marciare contro la menzogna, l’egoismo, l’avidità, l’aridità di cuore, giustificazioni a tutto ciò che ci eravamo lasciati dietro le spalle. Eravamo stati duri, senza altra fiducia che quella nei camerati al nostro fianco e quella, che non ci aveva mai traditi, nelle cose: il cielo, il tabacco, gli alberi, il pane e la terra. Ma che cosa ne era sortito? Tutto era andato in pezzi, falsato e dimenticato. A chi non riusciva a dimenticare non rimaneva altro che lo stordimento, l’incredulità, l’indifferenza e l’alcol. Il tempo dei grandi sogni umani e virili era finito per sempre. I più furbi e intraprendenti trionfavano. La corruzione, la miseria”

(pag. 129) Sulle nuove generazioni: “Cosa ne sapete, voi ragazzi, dell’esistenza? Avete paura dei vostri sentimenti, Voi non scrivete lettere, ma telefonate; voi non sognate più, ma fate gite nel week end; voi siete ragionevoli in amore e irragionevoli in politica. Una generazione pietosa”

(pag. 187) Sul disincanto: “Teatro, concerti, libri, tutte queste abitudini borghesi per me non esistevano quasi più. I tempi erano cambiati. La politica era già un teatro sufficiente, le sparatorie di ogni sera davano un altro tipo di concerti e il gigantesco libro della povertà era più impressionante di qualunque biblioteca”

Da pagina 395 inizia il discorso del politico sul palco, non lo riporto, ma non perdetevelo.

Margherita

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Tre camerati, un libro ben scritto

Postato in Uncategorized il September 12, 2013 da marilena vendramini – 1 Comment

Della trama e dei personaggi molto è già stato detto. Io vorrei mettere l’accento sulle doti di scrittore di Remarque, sulla sua abilità nel far sentire al lettore l’atmosfera della Germania di quegli anni, pur non dando mai riferimenti temporali né geografici precisi. Padroneggia il linguaggio che usa sapientemente per delineare i personaggi, per descrivere le corse delle auto, i paesaggi. Ho molto amato le immagini della natura che a volte si integrano con il momento narrativo, a volte, invece, sono in contrasto con quanto descritto, quasi a sottolineare la tristezza e l’angoscia degli episodi narrati. Ho apprezzato il lavoro di traduzione che ha rinfrescato il testo senza tradirne le caratteristiche. Marilena

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il potere della letteratura… Intorno a Tre Camerati di Erich Maria Remarque

Postato in Uncategorized il September 6, 2013 da Paola Rinaldi – 4 Comments

Oggi ci siamo incontrati per confrontare le nostre impressioni dopo la lettura del romanzo di Remarque in uscita a fine settembre.

Di cosa ci siamo detti, però, non voglio scrivere. Ma della magia che un romanzo intenso, umano, letterariamente perfetto o quasi, è capace di esercitare su chi lo legge… ecco di questo sì, vorrei scrivere.

L’incontro di oggi è stato bello: non perché fossimo tutti d’accordo sulla grandezza del romanzo (d’altronde, è realmente un classico della narrativa mondiale che ANDAVA ripubblicato), ma perché, pur essendo tutti d’accordo, abbiamo raccontato Tre Camerati in modi tutti diversi; ci siamo c0mpletati l’un l’altro, ponendo ciascuno l’accento su aspetti differenti; abbiamo ritrovato, nelle parole degli altri, la nostra stessa commozione, ma abbiamo pure riso insieme. Abbiamo consegnato l’oscar al miglior personaggio non protagonista, ci siamo consolati a vicenda nel prender atto che la Germania degli Anni ’30 purtroppo è così pericolosamente simile alla nostra Italia del 2013; abbiamo deciso che il senso della vita è la vita, ed è un senso così grande che basta e avanza.

Ecco: io volevo ringraziare i miei compagni di lettura, Francesco e ovviamente Neri Pozza (e Remarque!), perché l’incontro di oggi è la dimostrazione tangibile del potere della parola scritta, quando è scritta così bene

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Tre Camerati

Postato in Uncategorized il September 6, 2013 da Gabri – Sii il primo a commentare

Tre camerati, di Erich Maria Remarque, racconta la vita “normale” di tre camerati, Otto , Gottfried e Robert, qualche anno dopo la fine della prima Guerra Mondiale in Germania. In effetti la vita che conducono si può difficilmente definire “normale”: nessun lavoro stabile, nessun amore stabile, nessuna sicurezza per l’avvenire. Una vita vissuta alla giornata, in cerca di sensazioni forti - alcool, donne, motori -che li facciano sentire vivi e che schiaccino le sensazioni provate alcuni anni prima in guerra, ancora molto forti dentro di loro.

Fino a che Robby non incontra la donna della sua vita, Pat, ed allora tutto si ribalta: nasce un sentimento delicato, in cui l’attenzione e la cura dell’altro prevalgono su ogni considerazione personale: finalmente la vita sembra sorridere ed il futuro è lì, si può costruirlo!

Ma la sorte, il fato è ancora alle porte e li mette all prova nuovamente: Pat sta scivolando dalla vita alla morte, Gottfried viene ucciso…cosa riserva adesso il futuro ai due amici? saranno in grado di superare anche queste prove?

Remarque conclude così, senza lasciar intravedere quale sarà la strada, sta al lettore immaginare cosa potrà succedere, facilitato dal conoscere la Storia della Germania negli anni successivi.

Il romanzo appassiona molto: il ritmo prende, trascina nella storia, ogni personaggio è un conoscente che ci accompagna per un tratto di strada. Ogni personaggio viene esplorato in molteplici modi, sia con la descrizione fisica sia raccontando la sua storia, le sue azioni e le sue emozioni, come solo un grande scrittore sa fare.

Un libro che ci offre uno scorcio sulla Germania del primo dopoguerra (o sull’Italia di oggi) e di cui consiglio la lettura.

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tre camerati

Postato in Uncategorized il September 5, 2013 da donatella galeazzi – Sii il primo a commentare

E.M.Remarque Tre camerati

Una lettura appassionante, una narrazione che alterna la lenta lirica dei sentimenti al ritmo veloce degli avvenimenti.
Il romanzo inizia in un’ alba di un’ intensa luce e termina in un’alba di luce cruda. Presagio la prima di cambiamenti esistenziali e l’altra testimone di una tragica fine. Ma a prevalere nella narrazione sono le notti di nebbia incalzante, di ombre lunghe, di stordimenti alcolici nei caffè, di incontri con le prostitute, di crepuscoli inquieti, di disperate corse in auto. Karl, l’automobile che si sono costruiti nell’officina, è la speranza di una nuova vita per i tre camerati, che sono ancora tormentati dai ricordi di guerra ,“immagini del passato che li guardavano con occhi di morte” , che li portavano all’autodistruzione etilica. Con la loro creatura meccanica, quasi cosa viva, i giovani sfidano i più furbi e intraprendenti, la corruzione la miseria, che hanno trovato al loro ritorno dalla guerra .
Ma sarà l’amore che farà uscire Robby dall’orrore della guerra, gli ridarà fiducia negli altri, gli farà dire “ adesso vedevo che potevo essere qualcosa per un altro essere umano , soltanto per il fatto di stargli vicino, e che quell’essere umano era felice della mia vicinanza”. Difficile però esprimerlo, questo sentimento perchè, pensa Robby “ il nostro tempo non ha ancora trovato le parole per i suoi sentimenti”
E davanti al corpo di Pat, impietrito dal dolore Robby prende atto che “lei non fu più lei, lei non ci fu più”

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I TRE CAMERATI

Postato in Uncategorized il September 2, 2013 da Flavia Mosca – Sii il primo a commentare

Splendido e straziante, questo romanzo mi ha travolta e scossa, costringendomi a riflettere su tanti aspetti della vita e dalla storia su cui non avevo forse, fino ad ora, meditato a fondo.
Che generazione travagliata è stata quella nata in Germania agli sgoccioli del 1800, costretta a vivere o a combattere la prima guerra mondiale, barcamenarsi alienata nel successivo dopoguerra tra privazioni e umiliazioni, per finire poi nelle fauci del nazismo.
E’ in questo contesto che vivono precariamente i tre camerati, galantuomini sopravvissuti agli orrori della prima guerra mondiale, dediti ai motori e all’alcool.
Vivono in una Germania sconquassata dalla grave crisi economica, attorniati da un’umanità disperata e splendidamente descritta: attempate prostitute afflitte dalle vene varicose, mariti depressi e abbandonati da mogli insoddisfatte, padrone di case impiccione.
I tre camerati sono uniti però da un forte legame, che le traversie della guerra hanno reso inscindibile. Otto, Gottfried e Robbie sono sempre pronti a tutto per aiutarsi e supportarsi l’uno l’altro. Quello che rende questo libro indimenticabile è la relazione tra Robbie e Pat, che si insinua perfettamente nelle trame del romanzo, arricchendolo ma restando una storia tra le storie.
Consiglio vivamente la lettura dei “ Tre Camerati” proprio per questo, per come sa raccontare l’amore disperato tra due perdenti, attorniati da personaggi straordinari e ugualmente vinti.
Imperdibile, nel mio personale gotha dei libri.

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