Archivio di October, 2013

Ho consigliato Il Mondo di Belle

Postato in Uncategorized il October 20, 2013 da maggie – Sii il primo a commentare

Sono stata molto cirtica, forse la più critica, verso il libro della Grissom e adesso mi ritrovo con un’amica che mi ringrazia per averglielo consigliato. I prodigi del Book Club…

Mettersi nei panni dell’altro – in questo caso di un lettore con gusti letterari molto diversi dai nostri – può essere costruttivo in tutti gli ambiti della vita.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 6.0/10 (2 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)

Suoni ed immagini da Tre Camerati

Postato in Uncategorized il October 15, 2013 da ugo tarin – Sii il primo a commentare

I centrini di pizzo, simbolo di una certa “vecchia piccola borghesia”, come verso di un poco noto cantautore bolognese, la frase “Avere degli obiettivi è da borghese”, come slogan al Festival pop di Monterey, i cretini che da sempre hanno successo , le gallerie (d’arte ieri, commerciali oggi) piene solo di gente in cerca di ristoro, la musica per ricordare momenti e stati d’animo, i giovani che hanno rinunciato a cercare lavoro, il rombo di Karl…. Suoni ed immagini da “Tre Camerati” di Remarque che proiettano il libro ai giorni nostri con il coro contrapposto delle coppiette e delle bigotte al cimitero!

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 9.0/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)

Tre camerati, una fine

Postato in Uncategorized il October 15, 2013 da Indre Meskenaite – Sii il primo a commentare

«Come antidoto c’era l’acquavite» dice Robert ai suoi trent’anni acciaccati dalla morte. Si sta bene, sani ed occupati, ma meglio non pensarci troppo. Meglio non ritrovarsi soli la sera. Anche se la solitudine può dare un certo conforto: «[...] chi è solo non può essere abbandonato».

Robert, come Karl, la macchina che usavano quotidianamente, sembrava un involucro poco appariscente dalla potenza creatrice e allo stesso momento distruttrice.
Tornato sano dalla Prima guerra mondiale Robert continuava a combattere in altre piccole guerre quotidiane, contro il mondo illuminato dal tempo ambiguo e contro di sé.
È un ex soldato che continua la sua guerra al bancone del bar in cui avverte il ponte di comando della vita.
Una sorte di cadavere in vacanza in cerca di qualcosa di permanente: in cerca d’amore.

Il protagonista del romanzo, Robert, o come lo chiamano gli amici Roby è un sopravvissuto contro il mondo, un trentenne con tanti ricordi storici terribili ma allo stesso tempo interprete di una solitudine quasi bizzarra in quanto vittima di se stesso alla luce misteriosa di un altro essere, di Pat(ricia). È a lei che Roby si aggrappa la sera. È lei quella di cui ha bisogno per illuminare leggermente la sua vita buia ed apparentemente triste. Robert ha bisogno di Pat(ricia) per aggiungere un po’ di illusioni che per un po’ faranno risplendere la sua solitudine che condivide spesso con altri due camerati, amici di (dopo)guerra, Gottfried e Otto.

La vita di questi tre giovani uomini, cosiddetti tre camerati, che si intreccia anche altri personaggi, è un groviglio confuso di passato e presente che però non lascia speranza per il futuro. Dalle prime righe Remarque dà la sensazione che tutto non può procedere a lungo, che non può durare e che tutti hanno bisogno continuamente l’uno dell’altro proprio perché non hanno veramente nessuna necessità che li proietti in una visione duratura e progressiva della vita se non oltre quell’allegra e provvisoria felicità di una dolce bevuta.

«Anzi, per un istante ebbi l’improvvisa sensazione che la realtà, e in un certo senso profondo la vita e forse addirittura la felicità, non fosse nient’altro che l’amore accompagnato da una grande malinconia, da un grande timore e dal non ignaro silenzio.»

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 9.7/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +4 (from 4 votes)

Su Repubblica Franco Marcoaldi recensisce magnificamente “La porta” di Natsume Soseki

Postato in CONTENUTI SPECIALI il October 14, 2013 da admin01 – 2 Comments

Su Repubblica Franco Marcoaldi recensisce magnificamente “La porta” di Natsume Soseki

L’inetto Sosuke e quella soglia insuperabile
di Franco Marcoaldi

Se ogni grande libro è connotato da un timbro e un umore particolari e riconoscibili, nel caso de “La porta” di Natsume Soseki – per la prima volta tradotto in italiano da Antonietta Pastore – quel timbro e quell’umore rimandano sicuramente al sentimento della malinconia. Non una malinconia epica, eroica; ma ordinaria, quotidiana. Che riflette in pieno la natura e l’accidentato tragitto esistenziale dei due protagonisti: Sosuke e Oyone, una coppia di sposi che con il passare del tempo, e l’accumularsi delle frustrazioni patite, si rinserra via via in una dimensione compiutamente simbiotica.
La vita è andata diversamente da come poteva andare. Sosuke, rampollo di una famiglia benestante, era destinato a una brillantissima carriera. Ma il patrimonio familiare si è dissolto in un battibaleno e lui ora deve accontentarsi di un impiego modesto, mentre Oyone, da parte sua, non ha mai sanato la terribile ferita interiore della mancata maternità.
Se il mondo circostante è minaccioso e non regala mai niente di buono, tanto vale rinchiudersi in casa. E scambiarsi vicendevolmente il proprio affetto, quel dolce sentimento di mutuo soccorso legato al succedersi di eventi quotidiani condivisi nella loro eterna ripetizione.
Ma neanche la strada di una mesta rassegnazione è facilmente percorribile. Perché premono i problemi economici, perché si è comunque chiamati ad assumersi le proprie responsabilità, perché il passato, con il suo carico di sensi di colpa, in realtà non passa mai. Sosuke ha un fratello minore, Koroku, che data la precaria condizione familiare, è ormai sul punto di abbandonare gli studi. Eppure il primogenito non trova mai la forza necessaria per compiere quegli atti piccoli eppure indispensabili che consentirebbero, forse, di superare tale situazione di stallo.
Né, a pensarci bene, potrebbe essere altrimenti, visto che a trovarsi in uno stato di stallo perenne è, prima ancora, la vita stessa di Sosuke. La sua ignavia e la sua irresolutezza rappresentano l’altra faccia della medaglia di un egoismo inane, che ogni sera viene illusoriamente dimenticato grazie al tenero abbraccio con la sua dolce metà.
Ma un certo giorno tutto sembra franare. Il padrone di casa, un uomo ricco e cordiale, preannuncia l’arrivo dalla lontana Manciuria di suo fratello e di Yasui, amico del cuore di Sosuke nei lontani anni universitari. La passione amorosa tra Sosuke e Oyone sbocciò proprio a suo danno e da allora la coppia avverte un senso di malcelato e lancinante rimorso verso quell’uomo di cui, da allora, ha perso ogni traccia. Sosuke, che ha sempre vissuto cercando di aggirare ogni ostacolo senza mai prenderlo di petto, non è in grado di affrontare questo fortuito quanto drammatico incontro, che lo costringerebbe a fare i conti con un passato doloroso e rimosso.
Ma non può neppure voltare la testa dall’altra parte e far finta di niente. Così, in preda a un’indicibile angoscia, decide di provare a percorrere un’ulteriore, ultima strada: la pratica della meditazione, in un tempio zen.
Nelle pagine che raccontano questo episodio, con cui di fatto si chiude il romanzo, la maestria di Natsume Soseki – padre della letteratura moderna giapponese e riconosciuto maestro di Tanizaki, Kawabata, Mishima – raggiunge il suo apice. Il povero Sosuke, uomo imbelle e superfluo, sta cercando il modo per ritrovare la perduta serenità. Ma l’illuminazione non è un regalo piovuto dal cielo. Gli esercizi di meditazione comportano una fatica psicofisica e una concentrazione che non gli si confanno. E il koan, il quesito paradossale che il Maestro propone a lui come a ogni altro allievo per suscitare il risveglio della coscienza, gli risulta ostico, arduo, enigmatico. Assolutamente insormontabile. Tanto che la sua risposta verrà valutata dal Maestro come penosamente superficiale.
Conclusi i giorni di permanenza al tempio, Sosuke è costretto a tracciare un bilancio di tale, fallimentare esperienza.
Ha bussato a lungo e vanamente a una porta che avrebbe potuto aprirsi su una vita finalmente diversa: serena, priva di angosce, improntata alla sapienza. C’è poco da bussare, gli ha rammentato da subito il monaco guardiano: sta a te entrare.
E lui non ne è stato capace. Ma non è stato capace neppure di sorvolare su quella che resta comunque un’impellente necessità: l’aspirazione alla saggezza. La conclusione è sconsolante.
Scrive Soseki: «Guardò avanti: i battenti inamovibili della porta gli nascondevano per sempre la vista che si apriva al di là di essa. Non era un uomo in grado di superare quella barriera, ma neanche capace di rinunciarvi serenamente. Era un infelice che poteva soltanto restare impietrito davanti a essa, in attesa che i giorni trascorressero». Ed è con questo peso nel cuore che Sosuke torna verso casa, a Tokyo. Nulla è cambiato e la sconfitta è cocente. Certo, a casa, lo attende ancora il miracolo di un amore coniugale che riuscirà comunque a confortarlo e a tenerlo in vita. Peccato che si tratti di una vita amputata e negletta.
copyright la Repubblica

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 9.3/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +2 (from 2 votes)

Remarque, una carezza sulla cicatrice del mondo

Postato in Uncategorized il October 11, 2013 da Diego Rossi – Sii il primo a commentare

I grandi scrittori riescono a dare voce all’epoca che attraversano e, nello stesso tempo, ne superano i confini. Remarque è sicuramente un autore di riferimento, tra le sue pagine ritroviamo la stessa intensità di Zweig o Koestler.  Ci colpiscono le immagini vivide di un mondo ferito nell’anima, in bilico tra le due grandi guerre, eppure la psicologia dei personaggi, la cura stilistica, la forza dei dialoghi instaurano con il lettore una complicità emotiva, uscendo da ogni collocazione storica  e rendendo i “Tre camerati” un libro attuale e moderno.  Nelle primissime pagine Remarque sembra coinvolgerci con una domanda, che chiarisce l’orignalità della sua ricerca espressiva, viene infatti chiesto all’ipotetico trentenne degli anni 2000 di ricordare i giorni dei suoi compleanni. In rapporto al protagonista che cosa racconterebbe un giovane europeo di oggi? Magari parlerebbe di feste oppure di viaggi in luoghi di villeggiatura.

Robert si confida subito: “[…] Presi dal cassetto un foglio di carta da lettere e cominciai a calcolare. L’infanzia, la scuola: era un’epoca lontana, chi sa dove, non più vera ormai. La vita reale era incominciata solo col 1916, quando ero appena stato reclutato[…]. 1917. Le Fiandre. Middendorf e io avevamo acquistato in mensa una bottiglia di vino rosso per festeggiare il mio compleanno. Ma non ci riuscimmo: la mattina presto iniziò il bombardamento inglese. Koster fu ferito a mezzogiorno, Mayers e Deters caddero nel pomeriggio […]. 1918. L’ospedaletto da campo dove pochi giorni prima era arrivato un carico di feriti. Bende di carta, ferite gravi, gemiti. 1919. Di nuovo a casa. Rivoluzione e fame[…]”

E’ da qui che prende l’avvio i “Tre camerati”, la corsa veloce di un anno intenso. Durante i suoi trentanni Robert dovrà fare i conti con la desolazione di una realtà tormentata dalla povertà, facendosi scudo con l’amicizia e l’intraprendenza di Otto e Lenz, scoprendo e perdendo allo stesso tempo quanto di più prezioso la vita possa donare, cioè l’amore autentico per la donna dei suoi sogni.

Remarque ci stupisce e ci appassiona, il suo stile è mirabile, i dialoghi e la forza espressiva dei personaggi minori, come la signora Hasse, il violinista e il fornaio ci restano dentro, mostrando la difficile commistione della miseria e della nobiltà che si alternano in una lotta senza tempo nell’animo umano.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 9.3/10 (4 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +4 (from 4 votes)

La Porta

Postato in Uncategorized il October 10, 2013 da Gabri – Sii il primo a commentare

Se intendiamo la lettura di romanzi, saggi, poesie come la possibilità di esplorare mondi sconosciuti e di “conoscere” un Paese, un’epoca  ed una civiltà pur rimanendo seduti nel salotto di casa, allora questo è un romanzo da leggere.

Complesso, affascinante, racconta sicuramente di un’epoca (l’inizio del 1900) e di una cultura molto lontane dalla nostra: la vicenda è ambientata nel Giappone dell’inizio del secolo scorso, nel quale l’esposizione alla civiltà occidentale sta cambiando la società, ma in modo superficiale e non ancora al punto da aver stravolto i valori tradizionali.

Cosa cerca Sosuke, il protagonista, se non l’armonia? Cosa lo spinge a sfuggire al possibile (o probabile) incontro con l’ex amico Yasui? Yasui avrebbe completamente distrutto quell’armonia che Sosuke e la moglie Oyone avevano creato fra di loro, avrebbe nuovamente introdotto un elemento dirompente, che li avrebbe costretti a ricominciare da capo. Ecco la ragione della “fuga” al tempio zen e della ricerca del protagonista.

Natsume Soseki ci guida gentilmente nell’animo di Sosuke e, se ci si lascia trasportare, si finisce avvolti in una ragnatela sottilissima, attenti alle minime variazioni di tono e di umore dei protagonisti.

Il romanzo è sicuramente complesso, ma mi ha lasciato la voglia di leggere altri libri scritti da Natsume Soseki, di conoscere di più questo mondo misterioso e lontano: consiglio sicuramente la lettura lenta di questo libro, che mi ha arricchito molto.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +1 (from 1 vote)

La porta di Natsume Sōseki

Postato in Uncategorized il October 8, 2013 da donatella donati – Sii il primo a commentare

Tutto quanto sto per dire è al netto di ogni benché minima conoscenza della letteratura giapponese. In un certo senso questa può rappresentare una condizione ideale, quando non si verifichi troppo di frequente: essere una tabula rasa consente di dare spazio all’intuizione non viziata da conoscenze precostituite o peggio pregiudizi. Dunque è un buon esercizio alternativo, anche per un lettore solitamente avvertito. Certo rimane il rischio di proiettare sull’opera il proprio bagaglio culturale, di commettere anacronismi, di distorcerne il senso, quindi di prendere come si dice qualche abbaglio…. ma non dobbiamo, fortunatamente, sostenere esami, nessuno ci boccerà anche se la nostra personale interpretazione fosse sbagliata. Dunque mi sento di scriverere le mie personali impressioni, maturate anche dopo l’incontro di ieri.
La porta ha le dimensioni di un breve romanzo avendo il passo e la cadenza di un racconto, quindi forse deluderà quei lettori che amano gli intrecci complicati, la rapida evoluzione della trama, lo scioglimento conclusivo della vicenda. Alla fine del libro troviamo il protagonista e la sua compagna, quasi come li avevamo incontrati nelle prime pagine. Eppure ci vengono raccontati molti fatti: la decadenza di una famiglia un tempo agiata e potente, lo sgretolarsi di un’eredità cospicua forse erosa da parenti disonesti, il dramma di una genitorialità sempre frustrata, un gravissimo scandalo, causa di una svolta esistenziale tragica e senza uscita nella vita della coppia, con il conseguente rovinoso e inestinguibile senso di colpa. Tutto questo non per esteso, ma per sapienti e concentrati scavi verticali svolti da un narratore esterno onnisciente, in verità piuttosto riservato. Infatti non si sofferma sui particolari, misura le parole, spesso lascia intendere o allude più che dire esplicitamente, utilizza metafore e toni lirici che introducono squarci d’insolita intensità poetica nel tessuto di una prosa semplice e descrittiva, quasi minimalista quando invece sono i personaggi a parlare o ad agire sulla scena. Questi inserti ben cadenzati nel resto del testo generano nel lettore uno stato di continua tensione e curiosità, che spinge a procedere nella lettura e una sorta d’inquietudine nell’attesa di un riscatto del protagonista o di un evento che sblocchi l’atmosfera claustrofobica nella quale sono condannati a vivere Sosuke e sua moglie Oyone.
Credo che l’atteggiamento dei personaggi abbia molto a che fare con il loro essere giapponesi dei primi del Novecento, per questo mi piacerebbe saperne di più, ma la situazione che è al centro del romanzo è comunque universale e moderna, nel senso che il sentirsi prigionieri della propria vita, schiavi dei propri sensi di colpa , incapaci di spezzare le catene per inettitudine pigrizia mancanza di coraggio depressione o qualsiasi altro accidente (vero o presunto) sia una delle tante possibilità dell’esistenza umana, a tutte le latitudini e in ogni tempo, almeno dell’età moderna. Per questo La porta ci parla anche se viene da una civiltà letteraria lontana e a noi poco nota, per questo ci parla ancora a distanza di un secolo e forse un po’ ci spaventa. Ma il disagio che proviamo è un segno forte del valore dell’autore, della sua capacità di smuovere la coscienza del lettore. In catalogo ci sono altri suoi libri. Il bello di leggere è che un libro tira l’altro.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 8.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +1 (from 1 vote)

La porta di Soseki, uno splendido libro

Postato in Uncategorized il October 8, 2013 da marilena vendramini – Sii il primo a commentare

Mi è molto piaciuto il Libro “La porta” di Soseki, che il Bookclub Neri Pozza ha sottoposto alla nosta lettura. E’ molto interessante seguire attraverso il Bookclub le scelte editoriali della casa editrice che propone sia titoli di più facile appeal popolare ad altri che invitano alla rilettura di testi “classici”. Nel caso del libro di Soseki si tratta di una proposta di letteratura più alta. Il libro si legge in modo scorrevole ma, nella aparente semplicità della storia, si possono apprezzare temi complessi (la colpa, la rinuncia alla vita, la religione, la complessità dei rapporti famigliari e sociali, l’arrivo di modelli diversi di società) presentati con stile impeccabile e con metafore di straordinaria poesia. Se è vero che l’ambiente descritto è a noi lontano nel tempo e nello spazio, alcuni caratteri e sensazioni sono assolutamente universali.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 7.5/10 (2 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +1 (from 1 vote)

La Porta, di Soseki

Postato in Uncategorized il October 8, 2013 da Adriana – 1 Comment

Pur nella sua scorrevolezza, leggere questo romanzo non mi è stato facile. Il personaggio centrale, Sosuke, è un uomo che si lascia vivere, inconsistente nella volontà, svuotato di energia; la storia, di cui è protagonista con la moglie Oyone, è una storia di volontaria esclusione dal mondo di fuori, di chiusura e ripiegamento in un bozzolo di pseudo-vita in cui i due si illudono di proteggersi dalle vicissitudini dell’esistenza, è una storia di espiazione di un qualcosa di indicibile di cui essi sono stati gli attori, e che la società ha condannato senza appello. Che cosa sia accaduto, il libro non lo dice, ma quell’evento ha marchiato la vita dei due personaggi, ne ha inibito il libero esprimersi, ne ha messo in crisi ogni certezza. L’inazione diventa così la caratteristica della trama, l’atmosfera complessiva è rarefatta, impalpabile, le emozioni e i sentimenti silenziati e sopiti. Tanto intimismo posso capire che disorienti, ma la narrativa giapponese tradizionale regala sempre queste atmosfere, a cui noi occidentali siamo talvolta refrattari. Io stessa tra questi ultimi. Ciò nonostante, sono rimasta affascinata dalle descrizioni della natura ( il cielo azzurro, le cime innevate, la siepe di cedri dai rami secchi, la brina pungente come uno sciame d’api, il boschetto di bambù …), dal pudore a rimanere nel vago a proposito del passato di Sosuke e Oyone, dalla delicatezza nell’affrontare il dramma di una reiterata mancata maternità, dallo svelamento di affetto tra i coniugi attraverso l’apprensione di Sosuke per la salute della moglie.  Non è un libro per tutti, ma a tutti può far bene gettare lo sguardo su un mondo tanto diverso dal nostro, fatto di rumore, superficialità, materialismo.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)

La porta di Natsume Soseki

Postato in Uncategorized il October 7, 2013 da Marina Ghedini – Sii il primo a commentare

Penso che non sia possibile misurare la letteratura orientale col nostro metro, se non la conosciamo bene e non siamo in grado di cogliere tutti i rimandi e le citazioni di cui è intessuta. E io non la conosco affatto. La porta è un romanzo del 1910, che colpisce per il pessimismo e la rassegnazione annichilita dei protagonisti, sentimenti peraltro comuni a molti esseri umani in epoche e aree geografiche lontanissime tra loro. Non è chiaro quale colpa i protagonisti debbano espiare con una vita al limite della sopravvivenza, pur avendo un background che avrebbe permesso ben altri scenari. Commuove il legame fra i coniugi, che sono una monade chiusa e impenetrabile dall’esterno, l’unico punto fermo della loro povera esistenza. Affascina la descrizione minuta di oggetti e paesaggi, di semplici rituali ripetuti, sempre uguali. Una vita lenta e immutabile che ricorda i grandi film giapponesi e coreani, l’unica forma artistica dell’Estremo Oriente che mi è familiare.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 7.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +1 (from 1 vote)

© 2017. Bookclub Neripozza. All rights reserved. web agency web agency urbangap