Archivio di December, 2013

Chi legge condivide

Postato in Uncategorized il December 28, 2013 da Silvia Costa – Sii il primo a commentare

Sulle pagine bolognesi di “La Repubblica” si parla di circoli di lettura e di un Festival che li vuole esaltare, per far si che si moltiplichino!  Bellissima idea.

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Il teschio e l’usignolo

Postato in I LIBRI DEL MESE il December 9, 2013 da admin01 – 6 Comments

il teschio e l'usignolo 01 Inghilterra 1760. Il giovane e avvenente Richard Fenwick è arrivato alla fine del suo «Grand Tour» in giro per l’Europa e, seppur a malincuore, deve far ritorno a Londra.
Appena mette piede nella tenuta di Worcester, si accorge che il suo vecchio tutore, James Gilbert, è invecchiato parecchio durante la sua assenza: conduce una vita tranquilla, senza privazioni, ma pensa sempre al passato con un misto di nostalgia e rancore. Un giorno, mentre sono da soli, Gilbert gli propone un patto: lui gli fornirà tutto quello di cui ha bisogno – soldi, amicizie, contatti – ma Richard dovrà andare a trovarlo e raccontargli tutte le sue esperienze. In questo modo, pur restando tra le mura della sua camera, potrà tornare a provare l’amore, la passione e la paura di quando era giovane, e si sentirà di nuovo vivo.
Nonostante il piano gli sembri bizzarro, Richard accetta senza fare troppe domande.
Del resto, quale altro modo migliore per rendere eterno il suo Grand Tour? Richard incontra donne misteriose, frequenta persone pericolose, viene raggirato nelle vie più malfamate della città, e poi racconta le sue avventure a Gilbert, finché non viene assalito da un terribile dubbio: qualcuno sta influenzando gli avvenimenti? E se fosse il suo stesso tutor a guidarli, come un novello Frankenstein con la sua creatura? Dovrà scoprirlo in fretta, perché quando si innamora di una delle «vittime» di Gilbert e minaccia di rompere il patto, una serie di tradimenti e di morti gli si stringe attorno come un vortice, mettendo in pericolo la sua stessa vita.
Già paragonato a Le relazioni pericolose e a Il ritratto di Dorian Gray, Il teschio e l’usignolo di Michael Irwin è uno splendido romanzo nero d’atmosfera che, tra feste in maschera, cene eleganti e postriboli notturni, parla di manipolazioni, intrighi e seduzioni nell’Inghilterra del diciottesimo secolo. Una storia che, grazie a uno stile impeccabile e a una trama coinvolgente, racconta l’antico duello tra giusto e sbagliato, tra Bene e Male.

«Le precise descrizioni dello squallore e dello splendore dell’Inghilterra del diciottesimo secolo, le feste in maschera, le cene, i personaggi… un racconto morale e accattivante».
Kirkus Reviews
«Richard Fenwick è un elegante e bel libertino che si inserisce nella tradizione dei vari Boswell, William Hickey, Tom Jones e Roderick Random, e le sue veloci scorribande tra locali notturni e incontri amorosi si evolvono fino a un inevitabile colpo di scena che vale la pena attendere».
Jeremy Lewis autore di Shades of Greene

«Questo romanzo che parla di manipolazione e seduzione ricorda Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos per il modo in cui restituisce l’oscurità che si nasconde nell’Età dell’Illuminismo. I lettori che amano le storie di conquiste e di tradimento ameranno questo romanzo mozzafiato».
Library Journal
«Un ritratto d’atmosfera del mondo all’epoca di George I».
Sunday Tim

Michael Irwin insegna Letteratura inglese all’Università del Kent, a Canterbury, dove si è specializzato in letteratura del diciottesimo e diciannovesimo secolo. I suoi lavori spaziano da studi su Fielding a saggi su Defoe, Richardson, Sterne, Smollett, Johnson, e Pope. Il teschio e l’usignolo è il suo primo romanzo tradotto in Italia.

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Enon – quando ricordare è un arte (e di arte ne ha da vendere, Paul Harding)

Postato in Uncategorized il December 6, 2013 da Paola Rinaldi – 1 Comment

Trovo l’incipit semplicemente eccezionale (e splendidamente dolorosa la scena nel parcheggio): eccoci qui a confrontarci con la realtà nuda dei fatti; è più facile far fronte a un disastro, un enorme dolore, una tragedia, se si riesce a considerare il tutto come un evento asettico, come se stessimo segnalando una notizia che riguarda qualcun altro. Ci aiuta a rimanere freddi e a dominare il senso di colpa, di solito ingiustificato. Come se fossimo osservatori della tragedia, piuttosto che farne. Le prime righe indicano al lettore tutta la storia e ne definiscono il personaggio (un sopravvissuto, non un eroe che ha vinto la battaglia). Poche parole, un sacco di vite (quella di Charlie, di suo nonno, di Kate…). A pensarci bene, tutte le storie si somigliano e cose simili accadono sempre, ovunque, a molti. Ma diventano uniche nel momento in cui ciascuno di noi le trasforma in ricordo, in memoria. L’atto di ricordare rende uniche ed eterne le cose: ri-cor-dare, cioè dare cuore nuovo alle cose, prenderle e portarle nella nostra intimità emotiva per farle emergere più pesanti perché si sono attaccate ad esse i nostri sentimenti e le nostre sensazioni ad esse legate in qualche modo diretto o indiretto. I ricordi dicono della cosa che ricordiamo ma parlano soprattutto di noi, del nostro legame con essa. Così ho inteso i flashback e le riflessioni che partono sin dall’inizio, non appena Charlie ci dice che Kate è morta. Se il passato e i ricordi sono un luogo sicuro per lasciarsi andare, per lasciare che i sentimenti prendano il sopravvento (e Charlie dice di saper ricordare benissimo), il presente deve essere sottomesso attraverso un distacco sicuro; non per niente Charlie è ironico ed è rivelatore il fatto che nella famiglia di Susan l’ironia non sia compresa, come se quei giganti finlandesi non fossero in grado di fare a meno della tangibilità, della praticità che nasce da una simbiosi con la realtà tangibile.

La morte un figlio sconvolge le leggi della natura (e la natura è uno dei personaggi più potenti del romanzo), l’equilibrio è rovesciato: è il Caos che invade e distrugge l’Ordine (quando arriva la famiglia di Susan, la donna torna ad essere figlia invece che madre lei stessa). I ricordi sembrano essere l’unica bussola rimasta per cercare di non perdersi sulla strada, sempre che ci sia ancora una destinazione comprensibile verso cui fare rotta.

Charlie non è un personaggio che suscita particolare empatia ‘di pancia’, perché il suo dolore non si apre verso l’esterno, ma si riversa verso l’interno. Non permette che abbiamo pena di lui, non piange se non raramente e con vergogna se è in pubblico, non chiede di essere consolato. E’ paralizzato da un dolore che non sa come esprimere o gestire. Per questo semplicemente, non fa. Si ferma, come un orologio che si è rotto perché qualcuno ha voluto muovere le lancette nel senso sbagliato. Quando ci prova, si spezza (la mano – che diventa una ennesima circostanza per un flashback e ricordare Kate viva). Sa però muoversi nel passato, nel “prima”, quando ancora c’era ordine, e appena può fugge via da una realtà in cui il ricordo non è intimità e non porta consolazione (come quando si ritrova con la famiglia di Sue).

In fondo, Charlie è sempre stato più orientato all’indietro o forse solo alla fuga dal qui e ora: la lettura è per lui vero escapism, vuol dire uscire dalla realtà e avventurarsi in un altrove che ama, mentre la scuola è noiosa, Charlie sembra non essere capace di inserirsi nella realtà codificata, pare non essere mai in grado di concentrarsi sulla realtà dell’hic et nunc. Persino per capire la propria stessa esistenza ricorre ad un artificio che Harding costruisce con genialità e porta avanti qua e là nel romanzo: vede la propria situazione da estraneo, è un attore che fa la parte del marito, così come per Sue c’è un’attrice; con un copione, un palcoscenico e un pubblico.  La propria esperienza diventa esperienza teatrale del pubblico che assiste alla rappresentazione. E’ come se Charlie ponesse tra sé e la vita reale sempre più filtri.

La morte di Kate obbliga Charlie a venire a patti con la sua vita fallimentare, a cominciare da un matrimonio senza senso: lo dice il passaggio in cui Charlie descrive se stesso e Sue come due individui uniti dall’amore per Kate. E la vita di Charlie scivola nell’abisso della dimenticanza di sé, dell’auto-annientamento… ma anche della ricerca di una modalità che gli renda sopportabile la vita senza Kate e il ricordo di Kate nella sua vita.

La natura, che è quasi un correlativo oggettivo dello stato d’animo di Charlie, si perde e sparisce con la progressiva decomposizione della coscienza di Charlie. Fino ad arrivare alle pagine finali, in cui la discesa agli inferi è talmente veloce da necessitare un linguaggio altro e una serie di metafore non più ‘naturalistiche’, bensì decisamente oniriche. L’ultima cena nel mondo all’incontrario inventato da Charlie per Kate morta, l’arrivo dell’uragano, sono il segnale che Charlie ha lentamente compreso come devono essere i suoi ricordi per Kate, come gestire questa vita nella morte e morte nella vita. Poco per volta torna la natura, torna la coscienza di Charlie che smette di inventare e torna a ricordare, nel senso in cui dicevo sopra. Allora, seppure la morte rimane morte, l’assenza rimane vuoto, il dolore al massimo diventa un’abitudine ma è lungi dallo scomparire, arriva per Charlie la consolazione:

“As upsetting as these meetings are, there is consolation in them, too—real joy at seeing my daughter—whether they anticipate an eventual reunion or are just figments that comfort me once in a while until I, too, simply cease and there isn’t a soul left in Enon or anywhere else on this awful miracle of a planet to remember either of us”

E Charlie sa che deve farsela bastare.

Da leggere, dopo Un lungo inverno, e prima dell’annunciato volume, ultimo della trilogia della famiglia degli orologiai un po’ sfasati.

PS: speriamo di poterne parare con Harding direttamente, che sarà a Como o da quelle parti a giugno, ho sentito…

 

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Una degna conclusione

Postato in Uncategorized il December 5, 2013 da Eva Barros Campelli – Sii il primo a commentare

Credo che al mondo esistano due tipi di scrittori. Il primo è colui che vive perfettamente il proprio tempo e che quindi, coniugandosi al momento presente, pensa che essere il padrone di una penna il più fluida, limpida e sincera possibile lo renda piacente e concreto agli occhi dei suoi lettori. A questa prima categoria apparterrebbero Nick Hornby, David Nicholls, Matthew Quick e altri brillanti autori a noi contemporanei. Il secondo tipo di scrittore è colui che vive un tempo che non gli appartiene, come il Bob Dylan di Io non sono qui o l’Alex Supertramp di Into the Wild: colui che sforna canzoni folk “puntadito” o rincorre i treni in corsa, scrivendo di qualcosa che è stato superato e tuttavia da lui (e forse solo da lui) interiorizzato a tal punto da dover ripercorrere personalmente la strada di autori che invece – fortunati loro! – quel tempo l’hanno vissuto per davvero. A questa seconda categoria, ecco, io credo che a questa appartenga Edward St Aubyn per nascita e sconvolgente diritto. Perché quella di St Aubyn è un po’ un’utopia dei giorni nostri ch’è finalmente in grado di autorealizzarsi; compiersi – ingenuamente, appassionatamente, perspicacemente –, sempre all’eterno inseguimento di uno stile vecchio e nuovo al contempo. Uno stile che, nel suo caso, sembrerebbe cogliere lo spirito ironico, cinico ma comunque filantropico dell’Inghilterra per come appare ai nostri occhi, nonché macchiarsi di un timbro etereamente ottocentesco, fra Oscar Wilde e Anthony Trollope, passando per La fiera della vanità e un po’ di EM Forster pur dovendo, con una certa spontaneità, ancorarsi a un presente vago, fallibile e più terreno attraverso una voce incalzante e scorrevole che non pecca così, mai, di nostalgica arroganza al modo dello stesso Wilde o di William Thackeray. Classe 1960, nato in Cornovaglia, le coordinate geografiche di St Aubyn si scontrano pesantemente con quelle temporali incontrandosi dunque e infine a metà, in una storia dall’arguzia sottile e la penna vivace, che si tinge di melanconica aggressività maschile laddove il personaggio di Patrick Melrose acquista uno spessore mai visto, capace di trasparire da ogni poro dei suoi filosofici pensieri atemporali – luccicanti, eterni come il sole e le nuvole che si alternano in un cielo affannato ma speranzoso. Un cielo che ci guarda con distacco e bonaria vicinanza intellettuale al medesimo tempo, un po’ come quel secondo tipo di scrittore quando, proprio alla maniera di Patrick Melrose nella splendida copertina neripozziana di Lieto fine, si aggiusta l’elegante cravatta coi suoi capelli studiatamente spettinati e una sigaretta in bocca; lo sguardo intelligente e l’angolo destro delle labbra appena piegato all’ingiù, con un lieve sentore di dovuto trasporto nei nostri confronti, pronto com’è a trascinarci (giù) in un universo – quello dei Melrose – che sarà sempre e soltanto suo e mai sul serio nostro. Se non che per il breve istante, certo, in cui possiamo leggerne, ammirati, le sprezzanti, solide, grigie e immacolate fondamenta letterarie: piccolo, gigantesco capolavoro da non lasciarsi sfuggire, il suo Lieto fine: la degna conclusione di un ciclo narrativo impeccabile e tormentato – buio e irrequieto come le notti più belle.

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Secondo incontro: Lieto Fine

Postato in Uncategorized il December 3, 2013 da ugo tarin – 1 Comment

Secondo appuntamento per commentare la lettura di “ Lieto Fine” di Edward St Aubyn, quinto libro della saga “I Melrose”.
In qualità di supplente della nostra moderatrice mi faccio carico di una sintetica descrizione della discussione che, sia per la maggiore confidenza dei partecipanti sia per le caratteristiche del libro proposto, è stata alquanto animata.
A differenza infatti del primo incontro (Tre Camerati di Remarque) , questa volta i pareri sono stati abbastanza discordanti proprio grazie (o a causa) di alcune peculiarità riconosciute da taluni come pregi, da altri come difetti.
E’ stato giudicato unanimamente un libro molto ben costruito a livello stilistico, ben tradotto ed autoconsistente; anche chi non aveva precedentemente letto I Melrose è riuscito a comprenderne la storia e la psicologia dei personaggi.
E’ chiaramente un libro profondamente inglese, scritto da un membro dell’aristocrazia che ne descrive con sarcasmo, cinismo ed ironia vita e difetti; la narrazione della intera saga si svolge esclusivamente all’interno di questo ambiente, lasciando così pochissimo spazio a personaggi ad esso estranei; anche i bambini sembrano già plasmati e pronti ad entrare a far parte di quel mondo.
L’aristocratico distacco dalle cose dei personaggi, fa si che l’intera vicenda sembri quasi mancare di poesia, o di quel trasporto tipico latino riscontrabili invece in altri autori di assimilabili vicende.
Infine la presa di coscienza finale del personaggio principale è ad alcuni sembrata un po’ troppo “prematura”.
La votazione richiesta sul libro ha riportato valori alquanto eterogenei, anche se ai più (o, meglio, alla componente femminile) è risultato molto gradito.

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