Archivio di January, 2014

Il teschio e l’usignolo , di Michael Irwin

Postato in Uncategorized il January 17, 2014 da Gabri – Sii il primo a commentare

Che dire di questo libro? Difficile esprimere un parere, amarlo. Direi che il sentimento giusto è l’odio. Per me è stato come un pugno in pancia: doloroso, dolorosissimo, non finisce, anzi si espande ed il giorno dopo il dolore è ancora lì, in modo diverso, ma c’è.

Michael Irwin è grandissimo: ha saputo costruire un romanzo intenso, scritto molto bene (ma di questo non dubito mai: in questo Book Club si leggono solo libri scritti veramente molto bene) che coinvolge nella scoperta dell’abiezione che può esistere dentro l’essere umano. Penso sia la prima volta in tutta la mia vita che uso questo termine”abiezione”, ma non ne ho altro per definire la caduta della natura umana nel giovane Mr. Fenwich, Dick per gli amici (il nome già la dice lunga sul personaggio) che distrugge la propria vita e quella di tutti quelli che lo circondano per soldi, solo per soldi e non si redime, nemmeno alla fine del romanzo.

Le fasi della caduta sono interessanti, analizzate piano piano dall’autore: all’inizio il protagonista in fondo è solo un ragazzo che si vuole divertire e non vuole impegnarsi nella vita, ma poi piano piano la valanga si fa molto voluminosa e cade sempre più velocemente.

Il romanzo ci apre strade di riflessione interessanti, ma amarlo…difficile. Interessante, ben scritto, personaggi delineati molto bene, ma non l’ho amto.

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Moll (Flanders) incontra Clarissa (Harlowe) e con Richard (Fenwick) vanno al Truman Show – su “Il teschio e l’Usignolo” di Micheal Irwin

Postato in Uncategorized il January 14, 2014 da Paola Rinaldi – 9 Comments

Che grande gioia per l’intelletto e per l’umore leggere un romanzo che annulla quattro secoli di distanza nel primo paragrafo d’apertura. Questo fa, meravigliosamente bene, l’autore, Micheal Irwin (esordiente in Italia a 80 anni, davvero molto meglio tardi che mai!): perché mai, nell’intera lettura, sorge il dubbio che non si tratti di un romanzo veramente scritto più o meno a metà del Settecento, appunto quando vennero pubblicati Moll Flanders, Clarissa, I Viaggi di Gulliver, Tom Jones, che risuonano alti nello stile di Irwin.

La storia è quasi incredibile, eppure, nel momento in cui siamo chiamati ad essere testimoni del patto tra il giovane Richard Fenwick e il padrino James Gilbert, noi per primi non ci tiriamo indietro: Richard sarà il ‘burattino sensoriale’ di Gilbert, che ha deciso di voler provare tutte quelle emozioni, meglio se esagerate, che si è negato in gioventù. Il ricco signore di campagna sovvenzionerà Richard perché seduca, cornifichi, ecceda… e poi stili un resoconto scientifico degli esiti di questo mefistofelico esperimento.

La genialità di Irwin sta, da un lato, nell’aver metabolizzato così bene un periodo letterario da produrre ex novo un romanzo che è storico perché di fatto appartenente ad un’altra epoca; e dall’altro da essere un uomo del XXI secolo, che quindi già sa come dove è andata a finire la letteratura.

Così, Gilbert è sì Machiavelli e Mefistofele, certo Richard è Faust e un po’ Don Giovanni (che delizia le maiuscole per le passioni, come nei morality plays della grande tradizione anglosassone!), ma le certezze del passato si sono lentamente indebolite nel tempo, e in fondo Richard e Gilbert poterebbero, a volte, tranquillamente scambiarsi di ruolo. Se Faust e Don Giovanni si disperano perché sono certi della loro dannazione, Richard non abbassa la sguardo, non desiste, più diabolico del diavolo, o semplicemente più razionale e utilitarista dei suoi compari tremebondi del passato.

Se il XVIII secolo vede la nascita della Royal Society e, nel nome di Newton, l’esperimento è il metro con cui misurare il grado di verità di ogni cosa, di ogni emozione, e giustifica in sé e per sé le azioni che si stanno sperimentando, quasi che il presupposto di essere ‘scienziato’ sollevi l’uomo da ogni remora morale, i secoli successivi sono molto più sospettosi nei confronti della scienza: l’esperimento di Gilbert ci sembra cinico e immorale, Richard stesso (nei passaggi in prima persona che si inseriscono splendidamente tra una lettera e l’altra, fornendo al lettore un altro punto di vista, più partecipato, e una realtà più autentica, non corretta e rimaneggiata, prima di divenire materiale epistolare) a volte ne prende le distanze e si perde tra il suo vero io e il personaggio che interpreta per Gilbert.

Ecco il nuovo senso dell’esperimento di Gilbert che si fa strada ed esplode nella sua prepotente attualità: se nel Settecento la regola diceva che la realtà imponeva di comportarsi secondo schemi precisi che forzavano i comportamenti in maniera innaturale, ora è l’uomo, Faust e Mefistofele insieme, a decidere di vivere in un ruolo preciso, di ‘recitare’ la propria vita, di metterla in scena. E non solo metaforicamente: come ha giustamente sottolineato Francesco Elli all’incontro del venerdì del Bookclub Neri Pozza, quello che fa Richard e sembra così malignamente bizzarro, oggi è la quotidianità dei reality shows, in cui non l’attore di professione, ma l’uomo comune si pone il problema di cosa dire o come agire cercando di indovinare le reazioni che susciterà nel pubblico che lo guarda. E non serve aver letto i classici per ritrovarci, tutti, in questa (dis)avventura, dai numerosi coli di scena ma caratterizzata dalla massima coerenza.

Il teschio e l’usignolo è un romanzo costruito con grande abilità, capace di offrire molti diversi livelli di lettura, e di divertirci garantendo un distacco emotivo che mantiene il nostro senso critico sempre vigile.

Da leggere, dopo Downton Abbey :)

 

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Odessa Star

Postato in I LIBRI DEL MESE il January 13, 2014 da admin01 – 11 Comments

es Odessa star_Layout 1C’è una cosa piú triste di arrivare a cinquant’anni e accorgersi di non aver realizzato i propri sogni: lamentarsene. E lamentarsi è proprio quello che Fred Moorman fa in continuazione, travolto dalla piú classica delle crisi di mezza età. Della signora De Bilde che non raccoglie gli escrementi del cane dal giardino condominiale; di sua moglie Cristina che gli ha confessato di vederlo ormai come un inutile vestito sdrucito, e di David, un figlio adolescente che lo troverebbe meno patetico se avesse una jeep Cherokee ultimo modello, invece della solita e ridicola utilitaria.
Quando però una sera, in un cinema di Amsterdam, Fred riconosce Max G. – un vecchio compagno di scuola scapestrato e poco promettente – e lo trova impeccabilmente vestito, sicuro di sé, in compagnia di una donna meravigliosa e scortato da un gorilla armato, non può che lamentarsi, per l’ennesima volta, di aver sbagliato tutto nella vita. Al momento dei saluti, però, inaspettatamente Max invita Fred a passare a trovarlo: può aiutarlo a dare una scossa alla sua noiosa esistenza, se gli va. Fred non ci pensa su due volte. È disposto a tutto per recuperare l’ammirazione del figlio e la stima della moglie, per cui stringe amicizia con Max e la sua guardia del corpo, Richard.
Sa che i due vivono al limite della legalità e che intorno a loro si ingarbuglia una serie infinita di affari pericolosi, ma ha deciso: anche lui desidera i soldi, il successo e il carisma di Max.
Ma quando, dopo improvvise sparizioni, sequestri lampo, quiz televisivi truccati e maestosi funerali, Fred capisce di essersi spinto troppo oltre e cerca di prendere le distanze da quelle compagnie, una verità inaspettata verrà a galla, una verità che gli farà capire di essere sempre stato soltanto una pedina nelle mani di Max, e delle persone piú insospettabili.
Come nel bestseller che lo ha reso famoso in tutto il mondo (La cena), Herman Koch – unico olandese a entrare nella classifica del New York Times – torna a mettere in discussione la morale convenzionale con una storia «geniale, che si legge come un thriller» (Trouw). Un romanzo ironico, dalla prosa adrenalinica e ricca di situazioni pulp à la Tarantino, che incarna il fascino inconfessabile per il proibito, per la violenza e per la ricchezza a tutti i costi; e che trascina il lettore in un vortice destinato ad esaurirsi solo all’ultima pagina.

 

«Koch è bravo a tendere la sua tela per imprigionare il lettore».
Niccolò Ammaniti, Corriere della Sera

Hanno scritto della Cena:
«Un romanzo che è diventato un caso internazionale».
la Repubblica
«Un thriller provocatorio ricco di suspence, ma anche un conflitto attualissimo tra le ragioni del cuore e quelle della morale».
Maria Simonetti, l’Espresso
«Il successo non stupisce: La cena è un dramma compatto e fatale».
Lara Crinò, D – la Repubblica delle donne
«La cena è un romanzo teso, doloroso… politicamente scorretto… molto contemporaneo».
Daria Bignardi, Donna Moderna

Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria Montanelli (1989), sono seguiti Eten met Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Uscito in Olanda nel gennaio 2009, La cena ha scalato le classifiche sin dalla prima settimana, vendendo in pochi mesi oltre 250.000 copie. Sorpresa editoriale dell’anno, vincitore del Premio del pubblico 2009, il romanzo è stato conteso dalle case editrici di tutto il mondo. Neri Pozza ha pubblicato anche Villetta con piscina (2012).

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La porta, una storia di amore e dolce malinconia

Postato in Uncategorized il January 10, 2014 da Diego Rossi – 1 Comment

Sosuke e Oyone sono i protagonisti del romanzo “La porta” di Natsume Soseki, uno dei più significativi narratori giapponesi di inizio novecento. È difficile riuscire a descrivere in poche battute le profonde emozioni che uno stile e una storia  così lontani dalla cultura occidentale riescono a suscitare ancora nel lettore moderno. Abituato alla letteratura francese, italiana, inglese e tedesca per me il libro è stato una rivelazione, ho percepito, in modo netto e come mai mi era accaduto, il valore del “non detto”, del “taciuto”, dell’ “assente”;  quasi riuscissi a sentire distintamente la voce del sottofondo delle cose, prestando attenzione a quanto prima per me non era importante. Pur appartenendo al gruppo di lettura di Roma, ho sentito il bisogno di esprimerlo.

In tutte le relazioni umane a cui siamo abituati è, forse, tipico della nostra cultura attribuire un enorme valore allo slancio, alla tensione emotiva, alla passione. Ci avviciniamo alla vita o siamo portati a leggere storie che come imperativo devono stupirci. Una delle regole fondamentali che seguiamo è legata alla curiosità, al cercare di prevedere più o meno consapevolmente cosa succederà.

Ne “La porta”  due sposi, Sosuke e Oyone, non sono più giovanissimi e conducono una vita che è il punto di arrivo e non di partenza di un’avventura amorosa. Per stare insieme hanno tradito, hanno sacrificato le rispettive ambizioni, e tutte le accelerazioni della giovinezza, tutti i sogni di grandezza sono rimasti sullo sfondo, affiorano dalle pagine come ricordi lontani. Il romanzo definisce allora la soglia, la barriera o la porta che separa l’illusione dalla maturità.

Personalmente, grazie a questo libro ho conosciuto la forza di una delle sfumature dell’amore che non avrei altrimenti mai compreso, né considerato; l’amore di due sposi,  cullati dalla dolce malinconia di una vita passata insieme e nella quotidianità, consapevoli che non perderanno mai, malgrado tutte le avversità e gli errori, la semplicità di amarsi, più di ogni altra cosa. Citando l’autore:

“Se ritrovarono la quiete spirituale, fu soltanto grazie alla capacità, di cui ci fa dono la natura, di dimenticare la sofferenza col passare del tempo. […]Stretti nel reciproco abbraccio, erano giunti a disegnare un cerchio perfetto. Conducevano insieme una vita solitaria ma tranquilla. E in quella tranquillità solitaria gustavano una sorta di dolce malinconia. Loro che non sapevano molto di letteratura o di filosofia, non avendo le conoscenze necessarie per comprendere la propria condizione, godevano di quella malinconia in modo ben più puro di quanto avrebbe fatto, nelle medesime circostanze, un poeta o uno scrittore.”

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