Svegliamoci pure, ma a un’ora decente

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Paul O’Rourke vive a New York in un appartamento su due livelli con vista sulla Brooklyn Promenade. Va a cena tre o quattro volte a settimana da chef che hanno parecchie stelle Michelin, infanzie trascorse nella valle del Rodano e show televisivi tutti loro. Si aggira in luoghi dove le scorte di vino, da sole, fanno sembrare l’Impero romano una zona depressa del Kansas. Ha uno studio di dentista che occupa metà del piano terra di un condominio dietro Park Avenue, la strada piú elegante del mondo, dove i portieri si vestono con tanto di guanti e berretto e aprono le porte ad anziane vedove con cagnolino. È capace di lavorare in cinque postazioni situate in cinque sale diverse, e di fare, cosí, soldi a palate. Tifa per i Red Sox che, nel 2004, soffiarono persino il titolo agli Yankees e vinsero le World Series. In una sola estate, per due mesi, ha anche profuso tutte le sue energie migliori nel golf.
E, tuttavia, Paul O’Rourke ha un grave problema: tutte queste cose che racchiudono la sua vita gli appaiono soltanto parti. E le parti – e qui viene la fregatura – non sono tutto. Uno studio di dentista di successo non è tutto, i Red Sox, il lavoro, lo svago, gli chef, niente può essere veramente tutto, se ciascuna cosa riesce a occupare perfettamente il tempo soltanto per un certo periodo. Persino Connie, la ragazza con cui ha avuto un’intensa relazione, non può essere tutto. Ipocrita come tutte le anime poetiche, Connie in America non metterebbe mai piede in una chiesa, ma in Europa si precipita subito dalla pista dell’aeroporto al transetto, come se il Dio di Dante e di Bach non aspettasse che il suo arrivo da secoli.
Paul O’Rourke avrebbe l’assoluta certezza di aver sprecato la sua vita, se una serie inaspettata di eventi non mutasse radicalmente il corso della sua insignificante esistenza, destinata a trascinarsi nell’abisso come una pallina da golf sull’orlo della buca.
Un giorno capita nel suo studio un tipo bizzarro che, dopo essersi fatto estrarre un dente rovinato da una maldestra otturazione, gli sussurra con l’alito acre da anestetico: «Sono un ulm, e lo è anche lei!». Qualche tempo dopo qualcuno crea un sito web del suo studio, completo di profili di tutti i suoi collaboratori e di una sua biografia colma di citazioni tratte dall’Antico Testamento. E lo «sputtanamento online» appare tutt’altro che tale. Chi parla a nome del «Dottor Paul C. O’Rourke, medico dentista», inviando messaggi sui blog e sulle bacheche facebook di mezzo mondo, lo fa non con idiozie inframmezzate da incomprensibili geroglifici, ma con pensieri profondi sullo stato presente e sulle cose ultime del mondo.
Svegliamoci pure, ma a un’ora decente, splendida conferma del talento dell’autore di E poi siamo arrivati alla fine, e uno dei romanzi piú attesi sulla scena letteraria internazionale è «il primo grande romanzo sul furto d’identità in rete». (Yuko Shimizo, GQ)

«Ferris è un vero scrittore e i suoi libri sono speciali: perché anche la sua scrittura racconta».
Daria Bignardi, Vanity Fair

«La prosa di Ferris è originale, esuberante, e infine di una bellezza capace di dare i brividi».
The New Yorker

«E poi siamo arrivati alla fine è uno di quei romanzi-sorpresa che ridanno fiducia nella possibilità che siano i lettori a scegliere i successi».
Livia Manera, Corriere della Sera

«Pieno di autentica pietas, E poi siamo arrivati alla fine è un romanzo sorprendente per la sua maturità».
Giuseppe Culicchia, TTL – La Stampa

«In questo romanzo c’è lo struggimento del ritorno a casa, se qualcuno ci sta aspettando. Ferris lo cattura, commuovendoci. E soltanto per questo, ogni volta, vale la pena di ripartire».
Paolo Giordano, Corriere della sera

«Un bellissimo romanzo… incredibilmente divertente. Dietro questa serie di intrighi, di licenziamenti e di piccole gelosie si riesce a sentire il rumore delle nostre vite che scorrono».
Nick Hornby

«Joshua Ferris ha saputo coinvolgere e sedurre i lettori giovani [...] e i letterati che soppesano le virgole e sanno quando è il caso di inchinarsi al cervello unito alla buona scrittura».
Corriere della Sera

«Il libro migliore di questo decennio».
GQ

Joshua Ferris ha studiato letteratura inglese e filosofia alla University of Iowa e alla University of California. I suoi racconti sono apparsi sul New Yorker, su Granta, Iowa Review, Best New American Voices. Il suo primo romanzo, E poi siamo arrivati alla fine (Neri Pozza 2006), tradotto in 24 lingue, è stato un best seller internazionale e ha vinto il PEN/Hemingway Award, il Barnes and Noble Discover Award ed è stato finalista al National Book Award.

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Svegliamoci pure, ma a un'ora decente, 8.5 out of 10 based on 2 ratings
  1. silvia says:

    Book Club, ci siete?
    Mi date qualche opinione anche non definitiva su questo libro? Io non l’ho ancora finito, mia mancano un 120 pagine. Ma una cosa la posso già affermare: prosa superba!

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  2. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino n. Roma
    Buon giorno,
    “Nello studio riuscivo a visualizzare le volute di polvere lucidante aromatizzata”disse il dott. Paul O Rourke , di origine polacca, superstizioso e fumatore, freddo ai confini della crioscopia , immigrato dal Maine
    E’ un romanzo scritto in prima persona, suddiviso in 3 gruppi e descrive lo studio dentistico O Rourke di Manhattan a New York, bene avviato in stile boutique e gestito da Paul con le sue 3 collaboratrici.
    I dialoghi sono eccezionali e molto spesso li sottintende arrivando a riconoscerne quasi i personaggi.
    Ha anche un modo di scrivere molto particolare es.:
    “Paragonava i miei sbadigli a un tosaerba”
    “Mi guardò come mi fossi scolato una cassa di varechina “
    Il dottore è un bravo dottore, ama il suo lavoro che esegue in modo scrupoloso e senza pregiudizi in un ronzante telaio del tempo . “Ogni bocca è una bocca “.
    Le sue collaboratrici: Abby l’assistente che ha soggezione di lui, la sig.ra Betsy Convoy capo igienista impeccabile lavoratrice alquanto bigotta ma saggiamente vedova e Connie la segretaria .
    Si dichiara convintamente ateo rivelandosi alla famiglia ebrea di Connie e a quella cattolica di Barbara, con cui ha avuto una relazione di 3 mesi .

    Dispensa barzellette e dimostra una certa generosità con i parenti di Connie e/o presunti.
    Effettua shopping compulsivo anche per un disco che già possiede e che lo fa sentire ringiovanito ed eccitato come per i pagliacci, ma che abbandona su una panchina .
    Ha un amico che non frequenta e che rivede per caso in palestra.

    Lo studio è illuminato da una satira che mette in ridicolo i personaggi e gli ambienti con toni comici e bizzarri che coinvolgono sia le dipendenti che i personaggi in cura .
    Vengono descritti in modo talmente divertente come nel caso dell’ ex apprendista monaco tibetano da essere assolutamente esilaranti.
    O come per i genitori salutistici e rigorosamente biologici di una bimba di 5 anni che possiede 7 carie per i dolci notturni., o per il paziente non soddisfatto del bianco., manager di società finanziarie , legali.,o della sig.ra Bernadette.

    Particolarmente esposto anche il mondo del baseball per la squadra di cui è tifoso, i Boston Red Sox cui scrive commenti in modo anonimo sul web.
    Connie è narrata in modo così particolareggiato, anche interiormente, quando si massaggia le mani o quando si acconcia i capelli che ne è sempre estasiato nonostante la fine della relazione .
    E’ una donna acuta ed intelligente che ha amato e vorrebbe continuare ad amare se fosse diversa. A tratti con caratteristiche nipponiche , ma che non è la sola ad esprimere .
    Ha senso pratico, è schietta e si è presa cura del suo cane.
    Lei insiste sulla bellezza del creato e sul fatto di gioire e lodare il mondo mentre lui è perennemente insoddisfatto.

    Non viene mai citata la madre se non per un episodio di nanna ,al fast food e presso la casa di cura.
    Si percepisce la sua profonda solitudine nei rapporti tra i familiari di Barbara e di Connie e dei loro genitori che vorrebbe adottare come propri, ma non ritiene di avere un figlio. Solitario quando brinda al mondo sul terrazzo del grattacielo guardando in strada.
    Per loro studia l’ebraismo , le religioni, Lutero, l’antipapa e antisemita.
    L’altra collaboratrice dello studio, religiosa , si rivela particolarmente praticante , con carattere e determinazione che in modo attento e puntuale redarguisce il medico controbattendo.

    Da un certo punto di vista, il riferimento del lettore cambia e se ne vede oltre al cinismo tutta la profondità .
    Accade quando parla della morte del padre suicida.
    “Dietro ciò c’è il sospetto di altro” come dice Camus .

    L’appropriazione indebita della identità è conseguenza irrimediabile dei tempi moderni a volte a causa di vendette di ex o per stalker.
    Un anonimo si appropria del suo nome, utilizza un linguaggio criptato proclamando anche la fine della vita, inneggiante in alcuni aspetti ai frati frappisti.
    “Quando c’è la morte non ci siamo noi “ dice Epicuro
    I problemi si complicano quando si ritrova su un sito web che ne elogia la professionalità ma insiste sulla questione religiosa al limite della profezia.
    Inserisce termini ebraici e imbastisce storie di antica data con riferimenti persi nel tempo .

    Il libro si può leggere su vari livelli :
    1-per la satira sulla vita quotidiana ,
    2-sulla religione e in ciò si percepisce il Bachelor dello scrittore in filosofia e lo studio sull’antropologia delle religioni riportata ai giorni nostri quando con lo zio Stuart gira per il quartiere ebraico di New York .
    3-sul mondo dei collegamenti virtuali indipendenti dalla nostra volontà.
    4-per la fantasia, quando inserisce gli ulm come nuovi missionari di un popolo estinto .

    Una commistione tra passato, presente e futuro.

    Non sono a conoscenza di quale sia la religione dello scrittore e voglio rispettare il suo sentimento profondo, ma proprio il suo nome Joshua vuol dire Gesù e deriva dal nome ebraico.

    Mi piace ricordare un aforisma di O. Wilde “Se Dio non avesse fatto la donna non avrebbe fatto il fiore “
    Le donne della sua vita si allontanano da lui .
    Ed una massima di Voltaire secondo cui “Gli uomini usano le parole solo per nascondere i loro pensieri e si servono dei pensieri solo per giustificare le proprie ingiustizie” .

    Nell’incontinenza verbale sulle religioni che tramandano le eredità del proprio passato avrebbe potuto inserire riferimenti ai mennoniti , cristiani anabattisti, da cui si svilupparono gli amish .
    La storia d’amore tra Grant Arthur e Mirav la figlia del rabbino si intreccia con l’altra storia d’amore tra il miliardario Mercer, proprietario di Chagall e Picasso, e una ragazza zoroastriana .
    “Molti uomini di successo avevano cominciato come lustrascarpe o lavapiatti e da questo avevano tratto la loro forza perché l’importante è far bene fin dall’inizio”

    L’acquisizione del libro antico scritto in yiddish lascia il lettore con un po’ di curiosità come per la scomparsa dalla scena di Kari Gunter.
    Rifacendomi al titolo del romanzo credo che sotto certi aspetti sia sveglio anche se spiritualmente in fase rem.
    L’epilogo è molto interessante: sarà un ragazzo, in Tibet , che gli infonderà la consapevolezza di scoprire la passione per la vita .
    “Chissà dove spingeranno i pigri venti questi nostri oziosi fogli e chissà dove un giorno sarà perduto e dimenticato l’ultimo di essi” dice Dickens.
    Detto ciò mi precipito a lavare i denti .
    Sono interessata alla lettura del suo precedente romanzo “E poi siamo arrivati alla fine” tradotto in venticinque lingue e mi sarebbe piaciuto partecipare al XIII Festival a cui il Dott. Joshua Ferris ha preso parte proprio oggi, 5 giugno 2014 .

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  3. anna lisa says:

    Sarcastico, tagliente, a tratti nevrotico e ossessivo: impossibile non rimanere colpiti dal dottor Paul O’Rourke, tenacemente ateo e ancor più tenacemente attratto in modo irresistibile dai culti religiosi della compagna di turno. Joshua Ferris riesce benissimo a calarsi nei suoi panni in questo romanzo incalzante, che sa unire con una prosa efficace intelligente ironia e bisogno di trascendenza.

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  4. Ugo says:

    Che dire di un romanzo che riesce a far coesistere problematiche bibliche con quelle di igiene orale, in cui un Dio impone ai propri fedele di dubitare di Lui medesimo, in cui l’ossessione per le tecnologie e per la religione si intrecciano in un vortice di situazioni e di personaggi surreali, a cominciare proprio dal protagonista?
    Il libro lo ho trovato divertente, intelligente, ricco di spunti e di notizie in cui aleggia quell’atmosfera piena di ironia e di follia che mi ha ricordato per certi versi Tom Robbins.
    Scritto benissimo!

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  5. Toni says:

    Non è la mia storia, non è il mio personaggio, non è il mio genere, non è ciò che mi appassiona. Dopo tutto ciò che non è, non mi resta che scrivere che cosa è. Un libro scritto molto, molto, molto bene che trascina pagina dopo pagina per il grande valore della scrittura. E questo decisamente a me non basta. La scrittura è strumento e quando è superba trascina pagina dopo pagina e fa nascere nella mente un vortice di emozioni che toccano i cinque sensi e li stravolgono. Ma trovo che comunque sia, la scrittura, debba rimanere uno strumento con il quale raccontare una bella storia o una brutta storia. Una storia insomma. Questo mi manca. Lo scrittore si perde in continue divagazioni che mi hanno distratto e innervosito. A questo punto in me nasce la curiosità di leggere altro di Ferries. Di capire se tra me e lui può esserci una storia da condividere. Una storia da raccontare scritta meravigliosamente, come per certo è in grado di fare.

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  6. Concordo a tal punto con Tony che…mi sono già comprata il precedente romanzo di Ferris!

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  7. Martina says:

    Devo ammettere che il libro di Ferris è ben scritto, anche se non è affatto il mio genere. Ci sono spunti interessanti e piacevolmente sarcastici disseminati per tutta l\\’opera, che rendono la lettura più leggera ma, a mio parere, il tutto risulta un po\\’ troppo lungo, un po\\’ troppo digressivo fino al punto da diventare confuso in diversi punti. Sono daccordo con Toni quando dice che il libro è scritto benissimo, ma che scrivere bene a volte non è sufficiente, se non c\\’è nulla da dire. Anche a me quello che è mancato è la storia. Probabilmente leggerò anche io altro di Ferris, perchè non si può negare di sicuro il talento di questo giovane autore.

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  8. Barbara says:

    IL CAVALIERE DEL FILO INTERDENTALE ovvero come trovare un significato alla propria vita

    E’ bastata la lettura della prima pagina di “To rise again at a decent hour “di Joshua Ferris a catturarmi. C’è voluta qualche pagina in più per capire dove mi voleva condurre.
    Paul O’Rourke è un professionista di successo con studio in Park Avenue a Manhattan, ciò nonostante è preda di un’inquietudine profonda perchè” la parte ….non poteva mai essere il tutto”. E’ evidente che oltre al lavoro, i soldi, il tifo per la squadra di baseball e la ricerca dell’amore, per Paul ha un ruolo fondamentale Dio, o meglio, la sua mancanza, cioè l’impossibilità di dare un senso metafisico alla vita, da cui deriva la sua incapacità di raggiungere quella condizione di appagamento che invidia negli altri: ”Volevo essere risucchiato, inglobato dentro qualcosa di più grande, di storico, di eterno. Uno del clan”.

    Costruito come un giallo intorno alla frode informatica ai danni dell’identità del protagonista, il romanzo affronta con ironia e sapienza i temi propri della condizione umana, con un susseguirsi di personaggi incredibili che, come nella migliore tradizione dei contes philosophiques, sono funzionali al percorso faticosamente intrapreso da Paul.
    Grazie alla scrittura vivace e piena di ironia di Ferris, si leggono con piacere le disavventure di Paul: come non riconoscersi in questa contemporaneità descritta con grande lucidità , in cui tutto è frenetico e apparentemente senza senso? Come se non bastasse, il giallo si infittisce con la comparsa di un misterioso popolo, che dovrebbe essere estinto da 3000 anni, e che invece predica (tramite i moderni social networks!) il diritto all’agnosticismo, perché “il dubbio è l’approccio più illuminato a Dio che sia mai stato espresso”.

    Nell’epilogo, non a caso ambientato nel futuro, Paul troverà la forza di dare, un significato alla propria vita. Smetterà di seguire in modo maniacale e superstizioso le partite di baseball dei Red Sox e, da spettatore del gioco, finalmente si farà giocatore.

    I punti di forza
    La scrittura particolarmente coinvolgente.
    La capacità di trattare temi, su cui i filosofi dibattono da millenni, con ironia e leggerezza.
    La scelta di attualizzare gli elementi tipici di un conte philosophique , tramite il quale sottolineare gli aspetti critici della società contemporanea.

    Il punto debole
    Joshua Ferris aveva un progetto in mente e lo ha perseguito con coerenza.
    Il lettore però, potrebbe considerare sovrabbondanti alcuni temi trattati.
    Può darsi che, in certi casi, sia prevalso nell’ autore il suo essere dottore in filosofia sul suo essere scrittore.

    Il mio personaggio preferito
    La signora Convoy, senza di dubbio!
    Le sue “discussioni” con Paul sono le parti più esilaranti del romanzo.

    La mia frase preferita
    “La libertà di religione è un’ottima cosa finché inizi a non credere in niente. Allora diventa un crimine da punire”.

    Cosa cambierei
    il titolo che è stato scelto per l’ edizione in italiano.

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  9. rosaria alba fontans says:

    L’originale romanzo di Ferris affronta, con stile asciutto e ironico, tematiche esistenziali intime e tematiche di grande respiro etico. Il dentista Paul, il protagonista, ci fa guardare dalla sua finestra le difficili relazioni d’amore: il rapporto con la famiglia, con le fidanzate, con Dio e soprattutto con se stesso. Il furto di identità che subisce da qualcuno che crea un sito a nome suo, sconvolge la vita del protagonista, lo fa uscire dal proprio rifugio, dall’intimità della sua emarginazione, in cui si compiace di essere diverso, non allineato. Con grande maestria narrativa, Ferris intreccia la storia personale del dentista con la grande storia dell’Uomo, o per meglio dire, di quegli uomini che sono alla ricerca del senso della vita, indipendentemente dall’appartenenza ad una religione e che rivendicano il diritto al dubbio. Mi incuriosisce leggere quello che ha scritto prima, ma soprattutto quello che scriverà dopo. Mi piacerebbe tanto porgergli delle domande, peccato non essere a Roma!

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  10. Fiorella Lamberti says:

    Devo ammettere una certa difficoltà nell’esprimere il mio pensiero su questo libro di Joshua Ferris, in quanto ho provato sentimenti contrastanti , ritrovati anche nei commenti precedenti. Gli inizi non sono stati incoraggianti, ho letto con fatica la prima parte che mi è sembra troppo piena di divagazioni, con la storia in formazione annegata in un mare di parole. Però sono andata avanti perché in questa nebbia si intravedeva qualcosa di interessante (e scritta bene), come si è poi infatti rilevata l’ultima parte dove, abbandonando finalmente divagazioni religiose e cibernetiche, il protagonista si confronta in pieno con la vita reale, il baseball, il desiderio di famiglia, l’amore, il dolore per il padre ed emerge una storia.Sicuramente ho trovato il libro piacevole quando descrive il rapporto del dentista O’Rourke con le sue collaboratrici o con la ex fidanzata, mentre mi è sembrato costruito quando parla del suo rapporto con le religioni e la relazione con il dubbio. Come ha detto Ferris nell’incontro con il nostro Book Club a Roma, non dobbiamo prendere ciò che dice il protagonista troppo sul serio. Se seguo il suo consiglio, non devo prendere sul serio le riflessioni filosofiche sul dubbio e la religione, poco condivisibili tra l’altro, oppure quelle sul rapporto tra internet e la privacy. Mi rimane però solo la descrizione di un certo disagio esistenziale, anche se non sempre lucidissima e poco coinvolgente.Vista la buona scrittura, concordo col dargli un’altra possibilità e leggerò anche io il suo secondo libro, quello che l’ha poi reso famoso. Direi un buon risultato per Ferris, che ha stimolato comunque la nostra curiosità.

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  11. Barbara Lacchini says:

    Mi trovo piuttosto d’accordo con i commenti di Toni e Martina. Pur riconoscendo a Ferris il pregio di una bella prosa e di una caratterizzazione efficace dei personaggi, la storia non mi ha coinvolta particolarmente e le frequenti (e corpose) divagazioni bibliche mi hanno lasciata perplessa e, in molti casi, mi hanno annoiata. Anzi, ho trovato una forzatura l’espediente narrativo della religione per sottolineare il percorso intrapreso da Paul O’Rourke verso la presa di coscienza di sè. Mi sono chiesta infatti se questa storia non potesse essere raccontata diversamente (peraltro, trovo il titolo in italiano un po’ fuorviante rispetto all’originale inglese). Ad ogni modo, anch’io ho la curiosità di scoprire un altro romanzo di Ferris perché, al di là della trama di questo libro, il suo stile merita una seconda chance.

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  12. Diego Rossi says:

    Scrive Toni, da un libro vorrei di più, qualcosa che sia più “fondamentale”, riferendosi allo stile di Ferris sottolinea: “E questo decisamente a me non basta. La scrittura è strumento e quando è superba trascina pagina dopo pagina e fa nascere nella mente un vortice di emozioni che toccano i cinque sensi e li stravolgono.”, seguono questo pensiero anche altri lettori, Barbara, Martina… dal mio punto di vista, forse, è un volere troppo. Si scrive per tante ragioni, non tutti i romanzi raggiungono l’equilibrio perfetto. L’autore sceglie di seguire un percorso narrativo non progettuale (lo ha detto durante l’incontro avuto a Roma), ma preferisce unire momenti diversi della sua esperienza e di regalarci l’affresco di un uomo di successo, un dentista affermato, che tuttavia riesce a mostrare le sue debolezze, a catturarci. Certo, non ci sono sorprese, non c’è un elemento narrativo forte che innesca la storia, che ne alza il ritmo o che finalizza un processo di introspezione. Ma che rischio avrebbe corso se l’autore avesse rischiato di forzare la sua ispirazione? A mio avviso il forte rischio di distruggere il suo lavoro, rendendolo banale. Ferris ci ha detto che all’inizio aveva pensato a un protagonista detective e non a un medico, ma poi di essere tornato sui suoi passi (secondo me giustamente). Proprio perché esistono storie che catturano l’attenzione con i dettagli più che con la trama. Non è un genere di romanzo che deve lasciare il segno. Penso a questo libro più come a un compagno di viaggio,a una lettura piacevole, sarcastica, in alcuni punti brillante. Non è quel tipo di libro che tutti cerchiamo, il libro perfetto, ma resta (volutamente) un bel viaggio, un momento divertente, un girovagare nelle abitudini e nelle vite messe a nudo della media borghesia di new york. Interessante e autentico, perché indaga la zona d’ombra del dubbio, della spiritualità, con le abitudini da bullo, da persona superficiale, ma che superficiale in fondo non è.

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  13. Claudio says:

    Mi sono divertito a leggere questo libro.
    Scritto in maniera brillante, ironico, arguto, convincente e, molto spesso, piacevole.
    La storia di Paul O’Rourke, odontoiatra di New York in cerca di appartenenza alla famiglia che gli è venuta meno troppo presto, al clan tribale, ad una religione, è costellata di episodi divertenti, narrati in maniera fulminante e diretta, in stile, mi verrebbe da dire, newyorchese.
    La città che fa da sfondo a questa storia è presente come una quinta che si percepisce solida e determinante ma che non interferisce più di tanto nel fluire della storia, così come accadeva nel libro precedente di Ferris, Non conosco il tuo nome.
    I due libri hanno in comune la storia di un professionista affermato, apparentemente ben inserito nel tessuto sociale, ma che rivela la fragilità e precarietà della sua situazione: là un avvocato affermato in uno studio prestigioso, qui un odontoiatra di successo con studio nella zona in di Manhattan. Per entrambi, si affaccia la lotta interiore con il proprio doppio, in maniera drammatica nel libro precedente, in forma di un personaggio che funge da sorta di coscienza di appartenenza nell’ultimo. La sequenza di avvenimenti porta ad una disfacimento del proprio modo di vivere nel primo caso, nel trovare il significato alla propria vita in questo secondo.
    Svegliamoci pure, ma a un,ora decente racconta la ricerca di Paul di una famiglia alla quale appartenere, da amare e nella quale sentirsi protetto. Trova l’appartenenza ad una stirpe antica e misconosciuta in modo rocambolesco, tramite un furto di identità sociale, che qui esemplifica il tema della doppia personalità. Il tutto scritto, come già detto, in maniera personale e brillante, spesso divertente.
    Rispetto al libro precedente risulta più accentuata la particolarità della scrittura che forse è in parte dovuta alla differente traduzione ( la presenza di certe espressioni gergali e alcune forme colloquiali).
    Divertenti sono i rapporti con le impiegate dello studio dentistico e con i pazienti, da apprezzare le descrizioni tecniche del mestiere del dentista che lo rendono credibile, un po’ difficili da seguire ma ben strutturate le fantasiose vicende del popolo scomparso degli Escepticos ricavato dalla presenza storica degli Amaleciti.
    A differenza di alcuni commenti che ho letto sul blog, la voglia di conoscere altre opere di questo autore sono dovute al piacere che ho assaporato leggendo soprattutto questo libro.

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  14. Nicoletta says:

    Ecco quello che voglio trovare in un romanzo: OTTIMA SCRITTURA, UNA BELLA STORIA E UN’IDEA BRILLANTE.
    La ricerca del senso della vita, da parte del protagonista, è raccontata con intelligenza e in modo divertente, leggero. Il testo, ben calibrato nelle sue parti, cattura e trattiene il lettore.
    Alcune pagine poi, sono memorabili. Ad esempio quelle in cui si osserva la segretaria del dott. O’Rourke che si idrata le mani. Non è solo la crema a penetrare in profondità, ma anche lo sguardo sugli altri, le loro vite, il loro modo di essere felici.
    Da leggere!

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  15. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Sono assolutamente d’accordo con l’analisi di Barbara.
    Aggiungo altre considerazioni personali.
    Leggere il libro di Joshua Ferris è stato divertente, molto divertente.
    Divertente, nonostante le tematiche affrontate (la religiosità, Dio, il senso della vita), nonostante la scarsezza di ‘azione’ ( tanta lettura di ipad, scrittura di email… ) e nonostante la dimensione claustrofobica del libro ( si è quasi sempre tra le mura dello studio dentistico).

    Paul O’Rourke è un personaggio pieno di contraddizioni, lunatico e dissacratore.
    La scrittura di Ferris, nel dar voce al suo personaggio, è briosa, incalzante, piena di metafore e accostamenti comici ( ‘piangere calde lacrime di noia terminale’, ‘mi guardò come se mi fossi scolato una cassa intera di varechina’, ‘Metropolitan Museum, quella banca dati degli sforzi dell’umanità’, ‘mi guardò come se mi sforzassi di parlare dopo un ictus’), di paradossi (‘entrare in chiesa significa mettere fine a tutto ciò che fa dell’entrare in chiesa con la preghiera sulle labbra una cosa giusta e ragionevole da fare’) e di un’ironia, ad un tempo, cruda e ingenua (‘non saprò mai perchè fosse venuta ad aspettarmi davanti alla porta della latrina, se non per far soffrire entrambi’)
    Sotto questa scorza ironica, tuttavia, Ferris denuda di Paul anche le facce tormentate di un animo alla ricerca della propria identità, un animo capace di dispensare, tra scenette spesso esilaranti, inaspettate perle di saggezza ( ‘quando qualcuno pensa che dovresti sapere qualcosa, si tratta di una cosa che in realtà non vuoi sapere’; ‘cercava con tutte le sue forze, per poter giungere alla certezza che non c’era niente da trovare’) o di autentica poesia ( come i due commoventi episodi relativi alla madre: uno con lui bambino, l’altro con lei, ormai assente alla vita, in una casa di riposo)

    Lo studio dentistico è un palcoscenico privilegiato per la rappresentazione dell’umanità e della vita, secondo Paul O’Rourke.
    Un’umanità piena di contraddizioni ( come, ad esempio, la famiglia all-bio con la bimba dai denti tutti cariati), di paure ( come l’uomo col tumore che si rifiuta fino all’ultimo di farsi visitare per sfuggire alla verità ) oppure con approcci assoltamente antiscientifici alla vita ( come l’uomo che, nonostante le radiografie, decide di non farsi curare, perchè non sente male). Un’umanità che, nella prospettiva di Paul, agisce sempre nel modo sbagliato ( per esempio, non usando mai il filo interdentale) e che arriva da lui sempre troppo tardi.
    ‘È sempre troppo tardi’, sbotta un giorno buttando per aria tutte le cartelle dei suoi pazienti.

    Attingendo all’esperienza di questa umanità, Paul si ostina a cercare un ‘senso alla vita’, quel ‘TUTTO’ in grado di conferirle un senso decisivo. Un ‘tutto’ che non possono essere nè i Red Sox (di cui è grande tifoso), nè gli amici, nè il lavoro, nè una moglie. Forse i figli, ma significherebbe dover rinunciare a delle opzioni ( perchè ‘diventando tutto, i figli si prendono tutto’).
    Forse il ‘tutto’ potrebbe essere la ‘FAMIGLIA’, intesa in un’accezione molto ampia del termine: una famiglia che non sia solo una rete di parentele, ma diventi espressione di un’appartenenza superiore, capace di assorbire il singolo e di offrirgli un senso come parte di un tutto. E qui s’inserisce il tema religioso. Il cattolicesimo, nella sua relazione con Sam Santacroce ( e la sua cattolicissima famiglia) e l’ebraismo, nella sua relazione con Connie ( e i parenti ebrei ) ( perchè ‘siamo attratti dalle persone radicate in una tradizione forte’).
    Paul, ateo convinto, nell’adesione religiosa verso le famiglie delle sue compagne, non cerca di fatto Dio, ma un’identità, persuaso com’è che i due elementi ( identità e religiosità ) siano inscindibili (perciò rimane scioccato quando viene a sapere di uno zio di Connie, ebreo ma ateo: inizia a pensare che anche per lui possa esistere una strada analoga).

    La religiosità può dunque rivelarsi la chiave contro l’assurdità della vita. Una religiosità, intesa come rituale, simbolo di appartenenza a una comunità di uomini, non necessariamente a Dio.
    In questo senso, la figura di Grand Arthur è l’alter ego di Paul: come lui innamorato di una donna ebrea, come lui ateo, come lui infatuato della tradizione giudaica, come lui desideroso di essere accettato nella comunità ebraica. Le parole di Grand Arthur potrebbero essere assolutamente di Paul: ‘Gli ebrei non bastano forse a loro stessi?’, ‘Non hanno bisogno di Dio, bastano a se stessi’.
    La fantomatica setta degli ulm ( setta non religione, perchè la storia e la possibilità di catalogare appartengono sempre ai vincitori), della cui discendenza farebbe parte Paul, mette sì in discussione l’esistenza di Dio ma non il valore della religiosità e della ritualità umana che conservano intatte valenze catartiche e simboliche circa il senso dell’esistenza umana.
    Un senso che non necessariamente deve arrivare da Dio perchè anche quando arriva ( o si presume che sia arrivato ) può rivelarsi comunque insufficiente ( come nell’esperienza di levitazione di Mercer – per lui, contatto diretto con la divinità – che non eviterà, comunque, al miliardario il baratro morale che lo spingerà al suicidio ).
    E da qui la svolta finale, salvifica, del libro.
    L’abbandono del metodo scientifico ( perchè, in fondo, ‘la mancanza di logica’ è necessaria alla fede, altrimenti ‘sarebbe soltanto una passeggiata nel bosco’), ‘il liberarsi felicemente dell’inevitabile’, sposando la semplicità del vivere e rinviando ad un tempo a venire dubbi e preoccupazioni ( perchè, come dice il miliardario suicida, ‘essere abbandonato da Dio alla fine dei propri giorni deve essere tremendo. Ma sentirsi abbandonato da Dio ogni giorno della propria viita su questa terra è un inferno’ ). Il cambiamento di prospettiva di Paul si nota in un nuovo approccio coi pazienti: se all’inizio del libro si era scagliato contro il paziente che rifiutava di curarsi perchè non aveva male, ora di fronte alla carie di una paziente incinta si ritrova a pensare che dopotutto ‘se non le fa male, non c’è di che preoccuparsi… Se ne preoccuperà più tardi. Fino ad allora, si goda la vita… È talmente semplice’
    Il senso della vita può, dunque, anche sganciarsi dalla necessaria appartenenza a qualcosa o a qualcuno: il senso si può anche trovare semplicemente in sè stessi ( quel sè che ‘per quanto nebuloso e incline a scomparire, c’è e a cui si può fare ritorno’ ), nella propria VOLONTA’ ( ‘Mi rimaneva… la volontà, nient’altro. La volontà di non seguire Mercer e mio padre in quella tana nella terra scura’).
    La volontà di impegnarsi ( con la nuova fidanzata Betsy che lo conduce ogni anno in missione in Nepal), di fare, di agire anche solo cambiando un cappello ( sul finale, non più dei Red Sox ma dei Chicago Cubs), di cambiare prospettiva ( dallo studio clustrofobico di Manhattan agli altipiani del Nepal ), di cambiare atteggiamento ( non più spettatore di baseball ma, nella scena finale, giocatore coi bambini della missione) : insomma, imparare a ‘volere’ perchè non sempre ‘è troppo tardi’.
    Proprio le ultime ‘bocche’ curate da Paul esemplificano questo cambiamento di rotta: la bocca risanata dell’ultraottantenne a New York e i denti perfetti dei bambini della missione, simboli della speranza nella vecchiaia ( perchè non sempre ‘è troppo tardi’ ) e nella giovinezza ( per un futuro migliore, più consapevole). E, in mezzo, da vivere, tutta la vita…

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  16. PAOLA - gruppo lettura TORINO says:

    Se ad un terzo di un percorso intrapreso, dentro non si sente muovere né passione né emozione, credo che si debba avere il coraggio di abbandonare.
    Le sinergie degli individui non convergono, bontà loro, sempre e comunque.
    Il muoversi delle diversità di sinergie è per me elemento nutritivo.

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  17. monica says:

    La storia del dottor Paul O’Rourke di New York esordisce con un incipit simpatico. Di per sé il dottor O’Rourke è un tipo simpatico. Assolutamente imperfetto e senza la pretesa di esserne l’opposto, ha una formidabile ossessione per se stesso. Ho apprezzato tutto di questa creatura così realistica: la passione invadente per i Red Sox, l’amore mai terminato -e non corrisposto-per la sua Connie; la continua partecipazione ai progetti umanitari della signora Convoy; Abby, quasi un ectoplasma. E la tolleranza nei confronti di tutti i suoi pazienti più o meno squinternati. Ho provato tenerezza per quel bambino che esce da un involucro adulto ogni volta che ripensa a uno sparo. Per quel suo accucciarsi davanti a un dolore. Per quel suo desiderare in modo viscerale una famiglia avvolgente, tanto da innamorarsi per averla. Il volere non essere più orfano.
    Per quanto Joshua Ferris mi abbia donato tutto ciò, io non ho sentito quel desiderio spasmodico di leggere le sue pagine. Le prime venti, per l’esattezza, sono troppo dispersive. Stesso pensiero è dedicato ad altre parti della narrazione. Scopro la grande attitudine dell’autore a sporcarsi le mani nel fango interiore, ma il dilungarsi eccessivamente a sviscerare gli eventi, in qualche modo mi amputa di un certo entusiasmo. Sa intrufolarsi nell’intimo ma non sa esercitare la sintesi. Anche la parte riguardante la religione è troppo capillare e non sempre è necessaria una spiegazione così analitica. Il titolo non lo trovo appropriato a questo testo.
    Nell’insieme non sono rimasta delusa, ma onestamente da uno stile narrativo con grandi potenzialità mi aspettavo qualcosa di più.

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  18. Sara says:

    Questo libro è geniale, ironico e scritto benissimo.I dialoghi con l\’igienista dentale sono strepitosi.Ringrazio la Neri Pozza per averlo proposto in lettura, è un libro che esula completamente dal genere di lettura che prediligo e quasi sicuramente non l’avrei mai letto, perdendomi un vero piacere.

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  19. Silvio Campus says:

    Di certo non si può accusare l\’editore Neri Pozza di scelte banali oppure prone alle mode e alle tendenze letterarie più in voga nel nostro poco consolante panorama editoriale.Anche quando alcune di queste scelte non risultano del tutto convincenti (come in questo caso) si percepisce una volontà di andare controcorrente, di osare e quindi di ritornare a percorrere i verdeggianti sentieri che, in un tempo non troppo lontano, costituivano la trama del territorio culturale italiano.Con Joshua Ferris, un quarantenne scrittore statunitese già molto celebrato in patria, Neri Pozza non ha cercato di ingraziarsi i lettori, anche se il tema del romanzo \”Svegliamoci pure, ma a un\’ora decente\” potrebbe far pensare diversamente.A ben vedere, i temi del furto d\’identità in rete e dell\’ossessionante invadenza dei social network, che occupano gran parte del testo, sono soltanto espedienti per raccontare ben altro.Da questo punto di vista, l\’operazione dell\’autore (e dell\’editore, che in lui ha creduto) è riuscita: utilizzare uno \”strumento\” moderno per raccontare i mali \”antichi\” degli esseri umani è una procedura suggestiva e originale.All\’affermato dentista Paul O\’Rourke, una sorta di \”uomo senza qualità\” contemporaneo, in fondo poco interessa (ma il lettore lo capirà molto tardi, al termine del romanzo) che qualche anonimo abbia rubato la sua identità utilizzandola per riversare in rete pensieri e parole senza esserne autorizzato.Ciò di cui ha bisogno è fare parte di una comunità, di una famiglia, di qualsiasi cosa che possa donargli la vera identità che non ha mai avuto e che, più o meno consciamente, ha sempre rifiutato.Il protagonista ( dietro il quale spesso si materializza l\’autore) cerca di scandagliare gli oscuri fondali dell\’esistenza umana utilizzando però una luce troppo debole: il proprio scetticismo e l\’esercizio del dubbio non sembrano sufficienti per giungere ad un vero cambiamento.Forse proprio in questa incompletezza risiede il primo punto debole dell\’opera: Ferris non riesce a donare al proprio personaggio uno spessore psicologico. Anche quando, nelle ultime pagine, il protagonista pare vicino al riscatto, tutto viene spiegato in fretta e con poca chiarezza.L\’autore è di certo dotato, soprattutto nella gestione dei dialoghi tra i protagonisti piuttosto che nel discorso indiretto, ma sembra mancare del dono della sintesi e della capacità di risolvere in qualche modo, anche in maniera negativa, la vicenda.La seconda perplessità deriva dall\’uso dell\’elemento religioso come pilastro portante del racconto; un uso eccessivo, da un lato inspiegabilmente critico nei confronti del cattolicesimo e dall\’altro più indulgente nei confronti dell\’ebraismo. Questa contraddizione, che pare una caratteristica dell\’autore piuttosto che del protagonista, non è funzionale al tema del dubbio, per il quale sarebbe stata necessaria maggiore equidistanza.Il terzo e ultimo appunto deriva dalla fusione di diversi generi letterari: romanzo filosofico, di costume, psicologico, esoterico. Il mancato successo di questa fusione sembra trarre origine in parte dall\’estrazione culturale dell\’autore (le differenze tra un\’ America efficiente ma superficiale ed un\’ Europa lenta ma dotata di maggior capacità di approfondimento, sono in questo caso evidenti) e in parte dalla sua età anagrafica.E\’ probabile che qualche anno in più e ulteriori prove letterarie riusciranno a smussare alcune incongruenze che questo romanzo ancora contiene.

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  20. Rita says:

    Sicuramente lo scrittore, essendo un docente di filosofia e un attento e acuto osservatore dell’umanità attuale, sembra, con questo libro, voler tracciare un quadro sulla realtà di una parte (e spero vivamente solo di una parte) della società contemporanea americana e del suo disagio esistenziale.
    Il protagonista Paul O’Rourke (un dentista quasi addicted del suo iPhone) mi ha trasmesso pochissime emozioni. La sua spasmodica ricerca di appartenenza a qualsiasi tipo di gruppo (sportivo, familiare, religioso, ecc…) ha fatto emergere l’immagine di un individuo privo di colore, direi di un non-individuo. Sicuramente Ferris si “rifà” al nichilismo, descrivendo questo personaggio privo di un senso e un valore della vita, senza uno scopo e un valore etico.
    Nella parte iniziale mi è sembrato un “ironico” saggio odontoiatrico (anche se le bocche dei pazienti sono osservate, in questo frangente, quasi come lo specchio della vita degli stessi) e quando le descrizioni delle cavità orali dei vari personaggi sembrano terminare, inizia la cavillosa descrizione delle varie religioni (tutte ben dissacrate, eccetto l’ebraismo sul quale si dilunga ad oltranza). Molto ben sviluppato, invece, il tema dei social network e di come possano con facilità “rubare” l’identità degli individui.
    A volte saper scrivere bene, come sa fare Ferris, non sempre è sufficiente a far scrivere un bellissimo libro. Forse, con una buona sintesi e un epilogo più coinvolgente, questo libro, che resta ben scritto e ben tradotto, mi sarebbe piaciuto di più. All’avanguardia la scelta dell’Editore, che offre un panorama a 360° sull’universalità dei suoi autori.
    Con le potenzialità e le ottime conoscenze linguistiche e umanistiche che Ferris possiede, mi sarei aspettata di più. Provaci ancora, Ferris.

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  21. NESSUN UOMO E’ UN’ISOLA? IL BISOGNO PRIMARIO DI APPARTENENZA

    Paul O’Rourkeè un dentista di successo, solo che in fondo non gliene frega niente. Il filo interdentale non è abbastanza resistente per cucire insieme la sua vita, divisa tra positività ostentata e nichilismo privato, narcisismo e autocritica spietata, consapevolezza lucida e necessità di illusine, in un’eterna tensione che è il motore del romanzo. Che è divertentissimo nella sua drammaticità. La vita di Paul è un’esistenza avversativa: c’è sempre un ma, un però, un sebbene. C’è quel qualcosa che non è mai il tutto: ci sono i Red Sox, le varie fidanzate con le rispettive famiglie, la religione, i social… cosa non farebbe Paul per trovare il suo posto nel mondo, per appartenere al mondo, per quanto ordinario e poco eccitante? Quel mondo che punisce chi non vi partecipa, soprattutto quelli che ci provano e non ci riescono. E un bel giorno arriva lo schiaffone: Paul si ritrova con una pagina Facebook, un blog, un account Twitter e così via in cui parla e interagisce con la comunità senza sapere chi sia quello che gli ha rubato l’identità – O gliel’ha regalata? E se fosse davvero un Ulm (no, non vi dico cos’è!)? Grandissimo romanzo sul nostro smarrimento, sul nostro essere orfani e sulla nostra necessità di appartenenza senza voler rinunciare ad ogni possibilità. Scegliere senza perdere tutte le altre opportunità possibili. Ma davvero nessun uomo è un isola? Davvero esiste ‘il tutto’? Una scrittura incredibile che diverte (io ho riso pure sulla metro, mentre leggevo), spiazza, stordisce (Paul parla per 365 pagine!), ma MAI e dico MAI annoia o dice qualcosa di superfluo. Ferris si conferma uno scrittore di alta letteratura: ma non vi preoccupate, non ve ne accorgete nemmeno! Imperdibile per capire come siamo messi, tutti (carie comprese)

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  22. susanna says:

    Commento ritardatario dal gruppo di Torino: il libro è piaciuto per l’approccio inconsueto, i lampi di spietata lucidità disseminati lungo il percorso, la genialità di certe descrizioni e anche per soluzioni stilistiche originali (come i dialoghi/monologhi con la signora Convoy). Ha convinto meno l’andamento generale della narrazione, soprattutto la parte centrale un po’ prolissa, appesantita da citazioni lunghe e complesse; il tono risulta a tratti cattedratico e poco “narrativo”, tanto da richiedere l’inserimento di note esplicative. Centrale il tema della religione, intesa soprattutto come fatto culturale, un insieme di riti e credenze che funziona come fattore di identità e appartenenza: contro la solitudine dell’esistenza, il bisogno di appartenere e di riconoscersi nei propri simili è ciò che guida ogni passo del protagonista, persino quando si imbatte nel paradosso di un sistema religioso in cui è Dio stesso a chiedere ai propri fedeli di dubitare di lui. Abbiamo anche notato un curioso parallelismo tra la pratica religiosa e quella sportiva (non il calcio ma il baseball, in questo caso), ognuna con la propria fede e i propri rituali. Per chiudere con una considerazione più esteriore, l’immagine in copertina non ci è sembrata per nulla gradevole né invitante, oltre che poco evocativa rispetto al romanzo.

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  23. Maria Cristina Bo says:

    mi dispiace, l\’ho abbandonato dopo circa 50 pagine, non mi piaceva l\’inizio, il modo di scrivere. non sono una lettrice che si immola sul libro, se non funziona lo abbandono. Magari un giorno capiterà di riprenderlo in mano e lo troverò fantastico, chi può dirlo. Mi è capitato con I Melrose. L\’ho comprato l\’anno scorso, avevo letto una ventina di pagine, l\’ho chiuso. Quest\’estate l\’ho ripreso, è stato il mio libro dell\’estate insieme al Cardellino…chi l\’avrebbe detto? E quindi chissà, tutto può accadere, nella vita come nei libri.Cristina Torino

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