Il grande marinaio

il-grande-marinaioÈ una notte di febbraio a Manosque-les-Plateaux, nel Sud della Francia, una notte in cui i bar sono ancora pieni di gente e di fumo, quando Lili riempie un piccolo zaino militare e decide che è giunta l’ora di non morire più di infelicità, di noia, di birra. Meglio andarsene in capo al mondo, in Alaska, «verso il cristallo e il pericolo», a pescare nel freddo e nel vento!
Il marasma delle grandi avenue newyorchesi, un pullman Greyhound con sopra un levriero, cento dollari per passare da un oceano all’altro, ed eccola a Kodiak, la grande isola che spunta fra due brandelli di nebbia, con le sue foreste scure, le montagne e la terra bruna e sporca che affiora dalla neve sciolta. Di fronte solo l’oceano glaciale del Pacifico del Nord.
Qui, Lili si imbarca sulla Rebel per la pesca con il palamito in alto mare. Lo spilungone che la accoglie le rivolge uno sguardo stupito, prima di metterla in guardia su quello che l’aspetta. Imbarcarsi è come sposare la barca, una volta messo piede a bordo non hai più una vita, non hai più niente di tuo. Bisogna stare attenti a tutto, alle lenze che calano in acqua con una forza tale da portarti via un arto, e a quelle recuperate che, se si spezzano, possono ammazzarti o sfigurarti. Bisogna abituarsi al ghiaccio sul ponte che devi spaccare con una mazza da baseball, al freddo che gela il fiato tra le labbra, alla mancanza di sonno, al mare grosso, con onde alte venti o trenta metri, alla nebbia che inganna persino i radar, al sale che lambisce gli zigomi, brucia la fronte e secca le labbra, divorando il volto. Ma, soprattutto, bisogna essere all’altezza dei compagni di viaggio, un equipaggio composto da marinai incalliti, abituati alle durezze del mestiere e a lavorare in un ambiente estremo.
Un giorno sulla Rebel si imbarca Jude, «il grande marinaio», un veterano della pesca con il palamito. Il volto nascosto dentro una criniera ramata, le guance invase dalla barba, la voce roca, Jude è un uomo dal fascino magnetico nel cui petto albergano inattese violenze e altrettanto inattese tenerezze.
Lili si accorge di essere spaventata e, al contempo, inspiegabilmente attratta da quel colosso schivo e silenzioso. Ma innamorarsi di lui significherebbe rinunciare alla vita nomade e libera che, da quando si è lasciata alle spalle Manosque-les-Plateaux, si è ripromessa di non tradire mai. Perché Lili è una runaway, un animale nomade, uno spirito indomabile che chiede solo di essere lasciato libero di vagare per il mondo.
Con una prosa graffiante e diretta Catherine Poulaine riporta in vita il grande romanzo d’avventura, consegnandoci un’epica storia di ricerca esistenziale e, nello stesso tempo, un magnifico romanzo sulla condizione umana.

«Catherine Poulain racconta la vita di una giovane donna a bordo dei grandi pescherecci in Alaska, e trasporta il lettore in una singolare e appassionante storia sulla condizione umana».
Le Figaro

«Catherine Poulain naviga sotto la bandiera di Conrad e di London, ma anche di Kerouac e de Lowry».
Les Echos

«Un romanzo brutale e commovente. Una grandiosa opera prima».
Prix des Lecteurs de L’Express

«Catherine Poulain ha avuto davvero una vita affascinante. E Il grande marinaio è un romanzo d’esordio che strizza l’occhio a Jack London e a Richard Brautigan».
Olivier Mony, Livres Hebdo

Traduzione dal francese di Margherita Botto
Euro 18,00
404 pagine
BLOOM

Catherine Poulain è nata nel 1960. Ha lavorato in un conservificio di pesce in Islanda, come raccoglitrice stagionale di frutta in Francia e in Canada, come barista a Hong Kong, come operaia negli Stati Uniti, e come pescatrice in Alaska, per più di dieci anni. Attualmente divide il proprio tempo tra l’Alpes de Haute-Provence e il Medoc, dove lavora rispettivamente come allevatrice e viticoltrice. Il grande marinaio è il suo primo romanzo.

 

 

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  1. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti Torino ( n. a Roma)
    Quando si comincia questo romanzo si ha l’idea di una narrativa di viaggio.
    Una ragazza in un piumino azzurro ed uno zainetto parte su un pullman da un oceano all’altro per raggiungere l’Alaska.
    Il linguaggio è essenziale , quasi rude come i suoi personaggi è la dura vita dei lavoratori del mare .
    Il romanzo è ricco di dialoghi, tanti i richiami musicali e storie di uomini , di vita dura e valori .
    Narrato in prima persona dalla giovane e minuta Lili che seppur inesperta è impavida e non teme la morte .
    Ha origini francesi e per questo motivo, non ha i documenti idonei per le regole restrittive sull’immigrazione e poter rimanere negli Stati Uniti .
    Ancorage, più volte citata nel romanzo, è la città nel sud dell’Alaska, la più popolata dove vivono 400.000 abitanti, circa la metà di tutto lo stato federato .
    Anche i 48 sono spesso menzionati , i 48 stati confinanti e da cui sono esclusi proprio l’Alaska e le Hawaii anche per essersi aggiunti per ultimi, nel 1959.
    Sulla Rebel, una nave peschereccio, si imbarcano in 9 .
    L’unica donna è Lili che viene da subito considerata come un “green”.
    Lili pare proprio essere fedele alla sua imbarcazione, la ribelle , per cercare , anche durante i suoi infortuni di potervi ritornare. Una barca con una stiva da 1 tonnellata .
    Lo skipper è dell’Oklahoma , ha moglie e due figli.
    La convivenza è con estranei in uno spazio angusto e privo di comodità, senza nemmeno una cuccetta a testa .
    Mi sono molto divertita a dare i titoli ai capitoli , e ho molto apprezzato i riferimenti ai termini nautici oltre alle manovre in mare, implicite .
    Tante le parole con asterisco che attendono nel glossario finale .
    Capisco, per essere anch’io un comandante di imbarcazioni , che ci possano essere stati consigli e collaborazioni , ma non sono state citate fonti né ringraziamenti particolari .
    Tanti i personaggi con il loro forte carattere:
    Jesus e Louis , messicani, Andy l’armatore, John che subisce il mal di mare ,
    Jesse che fuma spinelli , Ian alle manovre , Steve del Minnesota di 26 anni che dorme nell’hangar ed ha 4 sorelle , è meccanico motorista.
    Elijad e Allison, amici di Jude , il grande marinaio .
    La zona dell’Alaska, magnifica come l’ Abercrombie, vicino al lago Gertrude, ci ricorda l’aurora boreale, le grandi distese ghiacciate , tutta la varietà di uccelli . Magistrale la ricerca della scrittrice che ammiro per gli studi approfonditi .
    L’urlo dei cervi e degli orsi è come un bramito per il traghetto.
    Così tutto il romanzo è incentrato su Lili e sul suo spirito libero. Prima ne descrive l’imbarco per la cattura del merluzzo , poi dell’halibut con la tecnica degli arpioni e dei granchi . Gli equipaggi e le barche si susseguono e si mescolano per ritrovarsi la sera nei locali del porto a bere birra tra indiani e gente di ogni nazionalità, persino greca.
    Alcol , sigarette , caffè e crack per sentire meno la solitudine , il freddo , la mancanza di casa , degli affetti , la paura di se stessi , dell’acqua negli stivali , del mare violento e nero.
    Jude , un uomo di 36 anni , skipper arrivato dalla Pennsylvania ,era un boscaiolo.
    Molto intensa e carnale la relazione con Lili, ma i loro destini non si incontrano.
    Gli occhi imploranti dei pesci squartati , l’odore del sangue , le barche sporche e spoglie , tutte con nomi femminili, e rischiare la vita per pochi soldi .
    A volte si resta impigliati in questa vita, come in una rete a maglie fitte e si deve tacere sotto il monumento del marinaio morto in mare .

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  2. Anna Maria (Roma) says:

    Un romanzo che va letto guardando alla storia narrata con scrittura vera, secca, vissuta, cruda. A pagina settanta soffocavo dalla “puzza” delle interiora dei pesci, il salmastro mi incollava le ciglia, i muscoli erano dolenti per lo sforzo, il grido del mare mi sovrastava. Molto evocativo. Sei a confronto con la durezza della vita in mare, con l’Alaska, con umani che si stordiscono di fatica, di birra, di ricordi, di crack e di speranze talvolta perdute. Il ricordo di vita tranquilla è in costante conflitto con l’assuefazione al bisogno di avventura, la sensibilità umana si fa strada tra la rudezza dei sentimenti.
    Leggendo Il grande marinaio siamo in frammento significativo di vita vissuta da una giovane donna in “fuga”. Quando si è giovani si desidera “andare via”, ma pochi riescono ad assecondare l’istinto di ribellione e la necessità incontenibile di sentirsi parte del movimento del mondo. Chi lo ha sperimentato lo sa. Si va, ci si allontana per poco o per molto da un destino che pare delineato, da una vita stretta, dalle convenzioni comuni. Si corre, senza sguardo al pericolo, incontro ad un futuro nebbioso che si vuole schiarire, per sperimentarsi e soprattutto per incontrare e incontrarsi. Si va, si vive. Più che analizzare lo stile di scrittura o discernere di letteratura, mi piacerebbe molto poter parlare con Catherine Poulain che ha deciso di scrivere e donare un frammento della sua vita sui dieci anni trascorsi in Alaska, in mare. Adesso lei vive tra le montagne francesi con le sue caprette… nel mezzo c’è stato anche il grande marinaio, e un’altra vita certamente sempre coerente con il suo percepirsi nel mondo e nel percorso. Ecco, mi piacerebbe confrontarmi anche su questo: la coerenza tra il sentire e l’agire quanto ti rende ricco? Secondo me lei è ricchissima e le sue mani grandi hanno saputo afferrare tanta bellezza. Quel viso così segnato lo dimostra chiaramente. Un romanzo di vita che forse potrà non attrarre tutti, ma che contribuirà a far riaffiorare in molti i sentimenti che hanno impreziosito in gioventù ogni prospettiva di esistenza. E, anche grazie a questo racconto testimonianza, si tira qualche somma e ci si rende conto che si, è possibile vivere in modo armonico con il nostro sentire. Non importa dove o come, ma senza rimpianti! Buona lettura e, soprattutto, buon viaggio!

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  3. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    “Il grande marinaio” è un viaggio in mondi estremi e agli estremi di un’umanità di cui la Poulain sonda limiti e grandezze: una realtà in cui “manca tutto, sonno, caldo, anche amore”, e che però è anche “ebbrezza, follia”, in grado di “stordire, calmare la bestia che è in noi”, e dove anche la morte, a volte, salva e redime, perché, dice Lili, si può anche “rischiare di perdere la vita ma almeno prima trovarla”.

    Il mare è vita, è “il respiro che non cessa mai”, è “la bocca del mondo”, è “amore”, è l’utero che accoglie la vita e la rinnova (Nikephoros si lascia annegare per tornare a casa ). Santiago, ne “Il vecchio e il mare”, diceva che il mare è femmina, “qualcosa che concede o rifiuta grandi favori e se fa cose strane o malvagie è perché non può evitarle”.
    Un mondo primordiale, ai confini del nulla, dove si fanno evanescenti anche le distinzioni di sesso (Lili è una donna o un ragazzo?, si chiede Jude), perché nella ricerca del vero esiste solo più la nuda essenza umana.

    Un mondo di crudezza e ferocia, ma anche di fratellanza e rispetto dei “figli di Caino”, sia tra loro (perché “senza gli altri non eravamo niente”, dice Lili), sia nei confronti del mare e delle sue creature: nella splendida scena di Lili che abbraccia l’halibut dopo averne inghiottito il cuore palpitante (“il cuore al caldo dentro di me quel cuore che batte, nella mia propria vita la vita del grande pesce che ho appena abbracciato per sventrarlo meglio”) c’è tutta la pietas e la commozione del vecchio Santiago che ama e rispetta il grande pesce che ha ucciso, perché “il pesce è mio amico”. E anche “Il grande marinaio”, come “Il vecchio e il mare”, termina col sogno e coi “leoni”: mentre Santiago sogna i leoni, Lili sogna il disfarsi tra le sue mani di qualcosa che “assomigliava alla vita e alla morte del mio naufrago, a quella di Nikephoros, a quella del grande marinaio”, ossia Jude, il “leone”, l’”uomo-leone”.

    Un viaggio epico, in cui Lili non è Penelope (“Io non aspetto. No non aspetto. Io corro.”) ma l’Ulisse dantesco.
    Lo stesso “ardore” ( per “riconquistare lo splendore ardente delle nostre vite”), la stessa sete di “canoscenza” (cercare risposte “abbastanza forti da combattere le paure, i dolori, il passato”), lo stesso lasciarsi alle spalle la “vita vera” e gli affetti (“La vita vera, quel nulla quotidiano scandito da regole, il tempo prigioniero, le ore spezzettate in un ordine fisso”) e infine “de’ remi fare ali al folle volo” (“una corsa folle e magnifica nel nulla”).
    Dice Lili a Joey : «Sognavo di arrivare in capo al mondo, trovare il suo limite, là dove finisce»
    «E poi?»
    «Poi, quando sono al limite, salto»
    «E poi?»
    «Poi volo via»
    «Non voli mai via, muori».
    E, invece, Lili vola. Nella stiva buia, fredda e melmosa, Lili inizia a ridere, “la gioia la squassa” mentre i suoi compagni la fissano “con stupore crescente”. La tirano su e mentre lei si libra nell’aria, sempre ancora ridendo, dice “Volo!”.
    Lili vola, non muore come Ulisse: nella visione-sogno finale, Lili ode il grido della strolaga, un richiamo antico, mitologico come quello delle sirene, che si dice spalanchi la mente a nuove forme di conoscenza: di fronte al “cielo vuoto”, alla “paura”, “all’abisso”, allo “smisurato”, dice Lili, “la folle risata dell’uccello è risuonata nel ruggito del mondo, come se ne fosse il cuore. Avevo trovato ciò che cercavo. L’avevo ritrovato finalmente…”.
    “Un giorno la vita ti riacciufferà”, le aveva detto qualcuno e la strolaga, volando con la sua folle risata, l’ha riacciuffata.
    La risata folle e il volare… come zio Albert, in Mary Poppins.

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  4. Claudio says:

    “Non voglio più morire di noia, di birra, di una pallottola vagante. Di infelicità. Me ne vado”.La scrittura sincopata dà l’impressione di ascoltare una ballata in musica tanto è evocativa; l’austera potenza del suo racconto ricorda a tratti Herman Melville e Jack London; il suo bel viso segnato, pieno di rughe racconta di una passione piena:”Ho pensato che da qualche parte dietro quel blu e in un blu ancora più profondo,…c’era una barca…che avanzava senza sosta. Che mi erano stati dati la più grande felicità, la più bella passione, il più grande sforzo…Mi era stata data una barca perché io mi dessi a lei”. Che splendida scoperta questa Lili ribelle, un po’ pazza, coraggiosa, fragile e forte, …sicuramente tosta, che esce dal suo destino segnato di Manosque per lanciarsi nell’avventura più totale, nella pienezza della vita.Ci si immerge volentieri nel mondo ristretto e immenso della Poulen, della barca, del mare in tempesta, con le fatiche, i pericoli, le privazioni, gli attimi di pausa vissuti come un sogno, i pianti e le sorprese. Perché è con il suo corpo che rende la scrittura avventurosa. Il corpo esausto per la fatica, sotto shock, pietrificato dal freddo, bagnato fino alle ossa dalle onde, smantellato dalle tempeste, perché il corpo di questa piccola donna non ha dimenticato la sua sofferenza, la sua forza, la sua resistenza e le sue intemperanze. E la rende indimenticabile.

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  5. ida poletto says:

    ho letto con interesse tutti i commenti scritti : ampi esaustivi e completi…ho pensato allora di aver letto velocemente e superficialmente, di non aver capito… il libro non mi è piaciuto. Non mi è piaciuta la scrittura e ho trovato i ritratti per quanto simbolici piuttosto estremi …poco credibili ai miei occhi che non ho visto l’Alaska e mai sono andata a pesca di halibut.

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  6. Silvio Campus says:

    Il grande marinaio è un romanzo di estreme solitudini, estreme non soltanto a causa
    dell’ambientazione – la lontana Alaska, già teatro di avventure drammatiche e assolute,
    quelle dei cercatori durante la favolosa “Corsa all’oro dello Yukon” di fine Ottocento – ma
    anche dal punto di vista etimologico. Il termine latino descrive alla perfezione l’inesorabilità
    di una simile condizione: “al di fuori di tutto” , sia dal punto di vista geografico che
    temporale.
    L’avventura di Lili, fuggita da una Manosque insignificante per cause non ben definite,
    lasciando alle spalle tutti i fantasmi di una vita che si intuisce difficile, è soprattutto un
    percorso dell’anima attraverso un mondo desolato, freddo, umido e aspro; un mondo in cui
    si combatte una sorta di lotta per la sopravvivenza e dove il mare è sì elemento primordiale
    – una sorta di grande contenitore ribollente dove uomini e animali vivono in una continua
    battaglia per la Vita – ma è soprattutto il luogo dove si compie una lunga ed estenuante
    traversata attraverso la tempesta della propria solitudine.
    Jude, Nikephoros, Steve, Simon, Dave, la stessa Lili e tutti gli attori di questa cruda e a
    tratti disperata rappresentazione, altro non sono che solitudini in fuga da famiglie
    problematiche, matrimoni difficili, vite complicate, insoddisfazioni indefinite. Nell’alcool,
    nelle droghe, nelle sigarette, nei caffè, nelle notti insonni, nel dolore fisico ricercato con
    masochismo, nella implacabile vita di pescatori, nell’accanimento sugli animali marini,
    cercano una soluzione alla propria condizione di inadeguatezza.
    Sono cercatori d’oro angosciati; sognano amori, isole temperate ma lontanissime, luoghi
    verso cui fuggire e dove poter ricostruire se stessi, pur consapevoli dell’inutilità di una
    simile ricerca. Si attraggono, si respingono, a volte si detestano, ma sono vivi.
    Lili incontra, forse senza una effettiva volontà, ciò che potrebbe apparire a prima vista come
    “il rimedio” : il grande marinaio, l’uomo-­leone, a cui si concede con sofferenza e piglio da
    leonessa. Si amano, si aiutano, mescolano senza vergogna le proprie secrezioni corporali,
    sperano, si separano: non è facile superare indenni le tempeste dell’esistenza e approdare
    in una sicura baia, riparata dai venti.
    La Poulain è una scrittrice che non lascia scampo, e questo è ancora più rimarcabile in
    quanto si tratta di un’opera prima, che presenta caratteristiche di maturità non comuni; riesce
    a costruire, dal punto di vista letterario, un universo mitologico originale; dimostra un
    grande talento nelle descrizioni dei luoghi, soprattutto del luogo per eccellenza, il mare;
    gestisce i dialoghi con precisione e limpidezza; tratteggia gli esseri umani con implacabile
    sincerità; si tiene sempre lontana dalla retorica tipica di una certa diaristica marinaresca
    contemporanea – quella delle veliste in solitaria – ­ evitando le trappole della competizione
    esasperata con il mondo maschile e anacronistiche rivendicazioni femministe. La sua Lili
    non è una “donna insoddisfatta in cerca di se stessa” , ma un essere umano irrequieto e
    indipendente, ritratto durante una tempesta.
    Non è così importante sapere quanto ci sia di verità autobiografica nella storia.
    E` importante invece riconoscere e interpretare, alla fine del romanzo, la profonda “ferita”
    incisa dall’autrice nella nostra anima.

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  7. Marco BC roma says:

    che dire… a suo modo questo è un libro spiazzante, che faccio fatica anche a definirlo “romanzo”. È una specie di presa diretta della vita di una donna libera. E c’è da dire che la narrativa utilizzata dalla Poulain tende a rendere questa “presa diretta” in modo perfetto. Detto questo però non è che la storia mi abbia appassionato più di tanto.

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  8. Barbara Rosai (torino) says:

    Il romanzo di esordio di Catherine Poulain è la cronaca di un taglio netto alla ricerca di una nuova vita attraverso un estenuante percorso di apprendimento.
    E’ una fuga dall’orrore verso una terra di frontiera, per misurare le proprie forze con quelle della Natura.
    E’il bisogno di prendere il mare, luogo della tribolazione, ma anche della rinascita.
    E’ l’inutile tentativo di spegnere la sete di sapere con l’acqua salata dell’oceano.
    E’ la volontà ossessiva di cercare nello sfinimento fisico e nella mattanza in mare un sollievo alla perenne condizione di insoddisfazione dell’essere umano.
    E’ la volontà ossessiva e frenetica di far parte di un insieme, mantenendo a tutti i costi la propria individualità
    E’ la necessità di non fermarsi mai ad appagare gli istinti, né a soddisfare i bisogni, né a farsi tentare dalle comodità che promette una vita tradizionale, pur di rimanere ostinatamente fuori dal gregge.
    E’ un ritorno alle origini, dove la fatica, il freddo e la fame sono l’unica sicurezza, la sopravvivenza l’obiettivo costante e dove i sentimenti umani della solidarietà, della fraternità, dell’amore sono rari e potenti.
    Infine, e soprattutto, è la ricerca di un’alternativa alla scelta fatta da Nikephoros.
    Camminando sulle putrelle del ponte sospese nel vuoto, c’è la prima intuizione di Lili “Penso a quelli che sono rimasti, con i piedi incatenati a terra in un mondo quadrato, portandosi dietro tutto il loro peso di esseri umani. Mi fanno compassione. Vorrei raccontare a tutti che torno da un posto più alto dei gabbiani, anche al più grande dei marinai” e, più avanti, intenta a verniciare l’albero della Blue Beauty “Ho il capogiro. Poi acquisto sicurezza e diventa una cosa innata come un istinto animalesco. Il mio corpo conosce la legge delle forze senza che debba nemmeno pensarci. Sotto, gli altri. Poveretti penso, che strisciano a terra come formiche…. Poveri, poveri loro. Io sono per aria. In ogni caso è più bello”.

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  9. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    Inizio a leggere questo libro con tono di sfida: solitamente i libri che parlano nello specifico di elementi marini non mi entusiasmano.
    Cerco, comunque, di immergermi nella lettura con attenzione e dopo qualche pagina incomincio ad entrare nel pensiero della voce narrante di questo romanzo.

    Lili è uno spirito libero che si sente soffocare al solo pensiero di una vita comoda e noiosa e che abbandona tutto ciò che ha per correre verso la libertà, gettandosi a capofitto in questa avventura fatta di oceano e di uomini marinai tra i quali lei, unica donna a bordo del Ribelle (nome che dà voce al suo stato), che riuscirà attraverso il tumulto del mare, i climi freddi dell’Alaska, il dolore, la disperazione, i vizi e l’amore (che rifugge perché è una “runaway”), ad ottenere rispetto.

    E’ un romanzo coraggioso, crudo, quasi struggente, leggendo il quale ci si sente cullati dalla stessa barca di Lili senza provare il mal di mare, proprio come non lo prova lei perché felice di vivere questa esperienza.
    Mi colpisce la brevità delle molteplici frasi composte solo da soggetto, verbo e complemento, che dando un senso intenso alla lettura, non mi fanno annoiare e non mi fanno sentire sopraffatta dalle tante parole che, come le onde, sembrano guidarmi verso l’orizzonte.
    E non trovo niente di inutile o di troppo nel leggere quelle parole ben selezionate, che riescono a farmi vivere quei grandi spazi dove il tempo sembra scorrere più lento.

    Ne emerge un quadro di una donna curiosa, empatica, attenta ai bisogni altrui, forte ma anche vulnerabile.
    Una donna che eliminando il superfluo e dando importanza solo all’essenziale, riesce a farsi apprezzare e ad apprezzare la vita!

    Mi sarebbe piaciuto incontrare questa “figlia” selvaggia di Melville e Conrad, che, vivendo attualmente in una yurta, è riuscita a scrivere della sua vita (romanzata o meno), comunicando, con un fragore tonante, la sua esperienza ai lettori attraverso questo suo primo libro che si fa sentire.

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  10. Michele (Roma) says:

    Da sempre ho un rapporto conflittuale con le storie \\\\”marine\\\\”. Se pensate che ho odiato a tal punto Moby Dick da arrivare ad amarlo accogliendo e sposando la vera essenza del Romanzo. Il Grande marinaio non fa eccezione risultando un libro controverso, particolare, per certi versi originale anche se va detto che la bella autrice francese sembra prendere spunto da alcuni giganti della Letteratura come Hemingway, Conrad e London. Ho trovato magnetiche le prime 150/200 pagine, una storia empirica, cruda ma al tempo stesso empatica capace di trasmettere in toto le emozioni della protagonista. Di contro devo ammettere che andando avanti nella lettura per lunghi tratti la noia ha prevalso, la storia diventa monocorde, statica e ripetitiva perdendo la sensualità iniziale. Nel complesso un buon libro, sicuramente non banale in grado di offrire diversi spunti di riflessione e discussione.Three-Star Book

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  11. Arabella (Padova) says:

    Il libro mi è piaciuto molto. All’inizio, forse per il mio sessismo latente, mi è risultato faticoso figurarmi un protagonista donna, un po’ per l’ambientazione fredda e severa, un po’ per la fatica fisica a cui è sottoposta. Il senso di solitudine e di sconforto è potente, e quando finalmente si intravede uno spiraglio nella storia con Jude, ho tirato un sospiro di sollievo.
    L’autore lo immagino maschio ed americano. So che così non è, ma io ci ho trovato qualcosa della letteratura americana, alla Hemingway, per intenderci. Ci sono parti lente, ma anche quelle facilitano il montare dell’angoscia e dell’empatia con la protagonista.

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  12. rosaria alba fontana (milano) says:

    Catherine Poulain scrive seguendo il flusso delle sue esperienze estreme nel mare dell’ALASKA. Usa frasi nominali e periodi per lo più formati da frasi semplici. Ne emerge una narrazione “frantumata”, che in un primo momento può destabilizzare il lettore, poi diventa emotivamente potente. Lili, la protagonista è una donna libera che intende mettersi alla prova, andare oltre il limite, superare lo stereotipo donna debole/uomo forte, dimostrando nell’esercizio della pesca d’alto mare di fronteggiare le prove più dure. La prova più dura è scegliere tra vivere l’amore per il suo pescatore leone che le scalda il cuore e vivere la sua libertà in solitudine. Lili sceglie la sua libertà per “FLY TILL YOU DIE”.

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  13. Susanna (gruppo Torino centrale) says:

    E’ una storia anomala, risultata appassionante per alcuni e respingente per altri: certo la protagonista si impone come una eroina solitaria, che affronta esperienze durissime prima di tutto per mettere alla prova se stessa, ma non cerca e non cattura la simpatia del lettore. La scrittura è asciutta e frammentata, se non nei momenti in cui si apre in improvvisi squarci descrittivi che rivelano tutta la passione dell’autrice per i mari estremi, eppure molto efficace nel comunicare la rudezza delle sensazioni fisiche. Salvo alcuni episodi pregnanti, la storia è basata sulla ripetitività delle azioni; la narrazione trasmette una sensazione di immediatezza e di autenticità, rafforzata dalla struttura semplice, priva di colpi di scena e di costruzioni propriamente romanzesche (abbiamo notato però una certa estremizzazione, una sorta di autocompiacimento nel racconto delle terribili condizioni di vita dei pescatori). E’ un romanzo di solitudine, eppure in queste condizioni estreme uno specchio diventa un vetro, e si riesce a vedere l’altro com’è realmente, senza distorsioni né pregiudizi.

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  14. Alberta (Padova) says:

    Sarò concisa, sulla scia della Poulain. Prima cosa: leggendo ‘Il grande marinaio’ non ho potuto fare a meno di pensare a Moby Dick di H.Melville e a Il vecchio e il mare di E.Hemingway. Seconda cosa: qualche anno fa ho cominciato ad andar per mare, con una barca a vela. Ecco: ho ritrovato in Lili, piccola donna solo nell’aspetto, lo stesso desiderio di libertà, di ricerca e misura di sè, di fuga, di sfida e di conoscenza che sospinge un pò tutti noi ‘marinai’ ma esasperato al punto che l’avventura narrata si trasforma in un vero viaggio-esperienza esistenziale.

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  15. Barbara Lacchini says:

    Non rientrerà tra i miei libri preferiti del 2016, ma a questo romanzo va riconosciuto un merito e cioè lo stile con cui è stato scritto. Molto efficace, ricco di immagini e di ritmo, trascina il lettore a bordo della Rebel tra i pescatori e lo costringe a partecipare alle varie fasi – concitate, violente e pericolose – della pesca in alto mare. Mi è piaciuto molto il collegamento tra la poesia di Whitman, in apertura, e il penultimo paragrafo del libro in cui ricorre l’immagine della strolaga che, col suo grido straziante, chiama disperatamente la compagna che non farà ritorno al nido. La storia in sé non mi ha convinta particolarmente, ma la Poulain è senza dubbio un personaggio interessante.

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  16. Leggo sempre con interesse le storie di mare: navigo a vela, pescare mi piace. In acque più confortevoli , si capisce, e contesti in genere lieti. Ma che mettersi in barca rappresenti una rottura con il vissuto consueto, un banco di prova e un modo efficace per ritrovare se stessi, credo di riuscire a capirlo.Ho provato empatia per Lili: estrema, dura, solitaria e insieme solidale, amorevole, commovente.Il tema richiama fatalmente i grandi narratori citati nei commenti che precedono; l\’impianto e lo stile della Poulaine riescono tuttavia originali nella loro asciutta frammentazione.Il ritmo lascia invece a desiderare per via delle parti ripetitive che frenano la narrazione; evitabili, concordo, anche alcune estremizzazioni.

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