Il potere del cane

il-potere-del-cane-01 Montana, 1924. Tra le pianure selvagge del vecchio West, a cui fa da sfondo una montagna che ha la forma di un cane in corsa, sorge il ranch più grande dell’intera valle, il ranch dei fratelli Burbank. Phil e George Burbank, pur condividendo tutto da più di quaranta anni, non potrebbero essere più diversi. Alto e spigoloso, Phil ha la mente acuta, le mani svelte e la spietata sfrontatezza di chi può permettersi di essere se stesso. George, al contrario, è massiccio e taciturno, del tutto privo di senso dell’umorismo. Insieme si occupano di mandare avanti la tenuta, consumano i pasti sotto il portico e continuano a dormire nella stanza che avevano da ragazzi, negli stessi letti di ottone, che adesso cigolano nella grande casa di tronchi.
Chi conosce bene Phil ritiene uno spreco che un uomo tanto brillante, uno che avrebbe potuto fare il medico, l’insegnante o l’artista, si accontenti di mandare avanti un ranch. Nonostante i soldi e il prestigio della famiglia, Phil veste come un qualsiasi bracciante, in salopette e camicia di cotone azzurra, usa la stessa sella da vent’anni e vive nel mito di Bronco Henry, il migliore di tutti i cowboy, colui che, anni addietro, gli ha insegnato l’arte di intrecciare corde di cuoio grezzo. George, riservato e insicuro, si accontenta di esistere all’ombra di Phil senza mai contraddirlo, senza mai mettere in dubbio la sua autorità.
Ogni autunno i due fratelli conducono un migliaio di manzi per venticinque miglia, fino ai recinti del piccolo insediamento di Beech, dove si fermano a pranzare al Mulino Rosso, una modesta locanda gestita dalla vedova di un medico morto suicida anni prima. Rose Gordon, si vocifera a Beech, ha avuto coraggio a mandare avanti l’attività dopo la tragica morte del marito. Ad aiutarla c’è il figlio adolescente Peter, un ragazzo delicato e sensibile che, con il suo atteggiamento effemminato, suscita un’immediata repulsione in Phil. George, invece, resta incantato da Rose, al punto da lasciare tutti stupefatti chiedendole di sposarlo e portandola a vivere al ranch, inconsapevole di aver appena creato i presupposti per un dramma che li coinvolgerà tutti. Perché Phil vive il matrimonio del fratello come un tradimento e, proprio come il «cane sulla collina» lanciato all’inseguimento della preda, non darà tregua a Rose, a Peter e anche al suo amato George, animato dall’odio nella sua forma più pura: l’odio di chi invidia.
Pubblicato per la prima volta nel 1967, Il potere del cane è un’opera che depone i fronzoli della retorica e, con una prosa essenziale ma efficace, tratteggia con tinte livide una torbida vicenda familiare, capace di confermare la posizione centrale di Thomas Savage nella grande letteratura americana.

«Tornato oggi sulla bocca di critici e pubblico a seguito di un fenomenale passaparola,
è il caso editoriale della stagione».
The Guardian

«La descrizione della natura, la prosa asciutta e l’autentico ritratto della frontiera americana… per fortuna, anche se in ritardo, è arrivato al grande pubblico».
The Sunday Times

«Doloroso, solitario, terribile. Una vera opera d’arte».
Annie Proulx

«Thomas Savage passa al microscopio la mascolinità».
The Independent

Traduzione di Luisa Corbetta
Euro 17,00
304 pagine
EAN 9788854514379
BLOOM

Thomas Savage (1915 – 2003) è stato un autore americano che, tra il 1944 e il 1988, ha pubblicato ben tredici romanzi. Il potere del cane, pubblicato per la prima volta nel 1967, in America è oggi diventato un vero caso editoriale.

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Il potere del cane, 9.3 out of 10 based on 4 ratings
  1. Chiara says:

    Montana, anni \’20. In un ranch la vita di due fratelli, inseparabili, seppur così diversi, viene sconvolta dall\’arrivo di una donna e di suo figlio. L\’ambiente selvaggio delle praterie fa da scenario alla storia, lineare e semplice, nonostante scorra tra presente e passato e scenda nelle profondità dell\’animo umano. Libro asciutto ed essenziale, con parole misurate così come il carattere dei suoi personaggi: rudi, selvatici e senza sovrastrutture imposte dalla società. Ma al contempo leggendo questa storia, il lettore viene a contatto con una profonda analisi psicologica del rapporto fra i fratelli, fra l\’uomo e la natura, la ricerca della libertà, la solitudine. Finale sorprendente, fuori da ogni possibile aspettativa. Edito per la prima volta nel 1967, Neri Pozza lo ripropone ripubblicandolo proprio ora. Meraviglioso, delicato, consigliatissimo.

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  2. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino ( n. Roma)
    Il riscatto della montagna, da cui si intravede la sagoma di un cane, è la inconsueta conclusione di un personaggio rude ed inquietante quale quello di Phil .
    Viveva solo con il fratello in una casa signorile degli anziani genitori nell’ovest degli Stati Uniti intorno al 1920 .
    Uno, schivo e gentile , l’altro diabolico e sfrontato, sono allevatori e ricchi possidenti, tra i pochi proprietari delle prime automobili .
    Durante un incontro tra il fratello e una bella locandiera vedova, Rose, quasi con imbarazzo ed in modo silenzioso, i due si sposano in segreto .
    Rose non è accettata dal cognato che fa di tutto per farla sentire reietta , creando in lei quel senso di inferiorità che tenta di colmare con l’alcolismo.
    Il figlio di Rose un ragazzo intelligente, educato e sensibile, viene anch’esso deriso da Phil.
    Un tema presente, oltre alla discriminazione ,è quello sulla condizione degli indiani, descritti sia come emarginati, ma anche come persone subdole e scansafatiche .
    Uno di essi , Edward Nappo, con la moglie Jemie e il loro figlio nato dopo l’esodo forzato verso sud, viene cacciato da Phil ma accolto dalla dolce Rose, paladina degli indiani, per farli riposare con il cavallo dal lungo viaggio.
    La storia si conclude con la morte di Phil , che anche se spinto da una certa umanità nei confronti del personaggio Joe ,un ex detenuto colto , avrà il suo protagonismo, solo, legato alle corde intrecciate , un lungo lavoro di stringhe ammorbidite e lavorate e con cui , a causa dell’antrace seguirà un lento ma crescente avvelenamento dal batterio.
    Un conto regolato dal giovane Peter , definito in modo sprezzante una Signorina Deliziosa?

    Ma, per il lettore, è meglio cercare di analizzare ancora :
    Personaggi :
    Phil Burbank 40 anni , alto e magro con occhi azzurri .
    George , suo fratello, corpulento ed imperturbabile di due anni più giovane che guardava sempre avanti, sopra le groppe impolverate delle vacche .
    La signora Lewis cuoca dei Burbank, che si spostava con passo pesante verso la stufa. Portava grosse scarpe, nere, tagliate sui lati per lasciare spazio agli alluci rigonfi , frutto di anni passati a calpestare i pavimenti altrui.
    Lola , la domestica.

    Siamo nello Utah, nel West , quello delle diligenze, con il tiro a quattro ,in un clima tremendo , tra estati torride contrapposte a temperature fino a 40 gradi sotto zero .
    Nel secondo capitolo Johnny Gordon è sposato con Rose , una bella donna schiva e timida .
    Il loro figlio , Peter di 16 anni è studioso ed intelligente e frequenta medicina come il padre, effettuando esperimenti su piccoli roditori e su cadaveri come , a quell’epoca era consentito alla categoria.
    Ma viene denigrato e schernito dai bulli . Il padre per rispettarne la dignità e l’onorabilità viene malmenato e quel giorno, dopo aver confidato al figlio il suo affetto, si toglie la vita proprio al piano superiore della loro locanda.
    La locanda, a Beech , nei pressi di Salt Lake City , è un ritrovo per mandriani, anche per il suo squisito pollo.
    Al Mulino Rosso, invece, lo splendido ranch di famiglia, Phil continua a dimostrarsi ostile e geloso.
    Gli equilibri , irrimediabilmente si sono spostati e le loro abitudini , variate.
    Peter continua , come per volontà del padre, a vivere in collegio e al termine dell’anno scolastico si trasferisce al ranch.
    Non ha un rapporto vero con il nuovo marito della madre anche se tenta di accontentarla . Sapendo che suonava il pianoforte presso la locanda , ne acquista uno tra le tantissime difficoltà sia per reperirlo che per il trasporto.
    Le incomprensioni tra i cognati si intensificano e anche se lui suona il banjo , lei smette immediatamente quando sente i passi di lui .
    Rose è anche un’ideatrice di composizioni floreali ma non riesce a risolvere il rapporto con Phil che la disprezza e la detesta .
    Nella sua gelida risata.
    Intenso anche se a tratti essenziale .
    Torino, 28 dicembre 2016

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  3. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Per “Il potere del cane” non ci sono parole più efficaci di quelle scelte da Annie Proulx: “doloroso, solitario, terribile. Una vera opera d’arte”.

    Un’opera d’arte, perchè nell’ingranaggio perfetto costruito da Savage, c’è l’intreccio e la cura del dettaglio di un giallo e la profondità e la finezza di un romanzo psicologico.
    Un groviglio di anime denudate eppure inafferrabili, di passioni primitive annegate in una complessità, capace di disorientare e sorprendere il lettore fino all’ultima riga dell’ultima pagina.

    C’è il dolore e la solitudine dei “diversi”, di coloro (il medico, Rose, Peter, George, gli indiani) che, non rinunciando a “sensibilità” e “gentilezza”, sono vittime del dileggio e delle angherie d’una società fondata sul mito della virilità e della rudezza.
    Ma c’è anche il dolore e la solitudine di chi si finge “normale”, perché “sa cosa significa essere un paria, e aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui”.
    L’omosessualità aleggia intorno a Phil, per tutto il romanzo, ancorata al nome di quel Bronco Henry, l’unico capace di vedere, come lui, un cane nelle rocce delle colline davanti al ranch, l’unico a conoscere, insieme al fratello, il luogo segreto dei suoi bagni. Ma ogni dubbio del lettore è come tacitato, ribaltato dalla crudeltà di Phil, dalla sua apparente, assoluta incapacità di compassione e comprensione, e tanto più d’amore.

    Phil e Peter, sono, in fondo, le due facce di una stessa medaglia. Uguali e complementari a un tempo.
    Identici, nell’irriducibilità dell’odio verso l’altro (Peter e il suo “odio particolare, freddo e impersonale” verso tutti i “normali, ricchi, invidiati e sicuri di sé”).
    Identici, nell’intelligenza, nell’acutezza dell’osservazione, nella capacità di servirsi della buona fede altrui (“Così viveva Phil: osservava, notava, deduceva” e lo stesso Peter).
    Identici, nella percezione della propria eccezionalità (Phil aveva il “vago sorriso di chi conosce la chiave di un mistero importante”; Peter “sentiva una voce che gli diceva che era un ragazzo speciale, proprio come lui era convinto di essere”).
    Ma diversi, nel rifiuto della propria diversità (Phil), e nella sua accettazione (Peter).
    Diversi, nella ricerca d’approvazione sociale e di rispetto (Phil) e nella sua rinuncia (“Non farò mai caso a quello che dice la gente”, dice Peter al padre).
    Nello scontro tra i due, sarà la fedeltà a se stessi a decidere il più “forte”.
    Savage riesce a intessere il cedimento e il riscatto di un’anima insieme al suo terrificante destino, in cinquanta righe tanto vibranti di sentimento e umanità che, per la prima volta, dai tempi dell’adolescenza, ho desiderato un finale diverso per un romanzo.

    “Libera l’anima mia dalla spada e il mio amore dal potere del cane”, recita il Salmo 21.
    E proprio la suggestione e il potere del “cane” saranno cruciali per i destini di Phil, Peter, Rose e George, parti di un’umanità schiva e “castrata” (non a caso, il romanzo comincia con Phil e la castrazione delle bestie), per cui gentilezza e sensibilità sono segni d’effeminata debolezza anziché di civiltà e rispetto: un’umanità di cui Savage sfiora i “sentimenti proibiti” (sono gli anni Sessanta), con l’intensità e la poesia che Ang Lee avrebbe poi donato allo scarno racconto della Proulx, nello splendido “Brokeback Mountain”.
    Bellissima lettura.

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  4. Andrea Peirone says:

    Il titolo del libro è enigmatico ma il contenuto è strepitoso.

    Un’ idea geniale riproporlo a 50 anni dalla pubblicazione!

    Uno dei pochi libri che non sente l’ingiuria del tempo perché i temi toccati sono universali ed intramontabili.

    Persino l’ambientazione è particolare : il West con i suoi cavalli, i ranch ,le mandrie di bovini, la ferrovia

    sbuffante , i coyotes … ma questo mondo non è per niente mitizzato perché diventa lo specchio della

    nostra vita e dei nostri sentimenti.

    I capolavori si riconoscono dai particolari, dalle figure minori che con poche parole si fissano In modo

    indelebile nella nostra memoria; pensiamo , per esempio, dal dottor Azzeccagarbugli e alla madre di Cecilia

    nei Promessi Sposi.

    Ebbene l’opera di Savage ha questo pregio : ci sono personaggi minori così ben delineati che hai l’impressione

    di averli veramente incontrati e conosciuti. Riporto, come esempio, la descrizione della cuoca,la signora Lewis:

    “ portava grosse scarpe, nere, tagliate sui lati per lasciare spazio agli alluci rigonfi,frutto di anni passati a

    calpestare e pulire i pavimenti altrui”.( pag. 207 ). Sembra di vederla, in tutta la sua fisicità!

    Ma il personaggio minore che più mi ha attratto è il papà pellerossa che non vuole che il proprio figlio

    perda la memoria del loro passato di popolo libero libero e dignitoso. Insieme intraprendono un lungo viaggio

    verso la terra dei loro avi, lasciandosi alle spalle la vita umiliante ed inutile delle riserve, queste enormi

    “ gabbie” istituite dalle leggi americane per rinchiudere i legittimi proprietari delle terre americane.

    Questo viaggio duro , rischioso ma straordinario , animato dai dialoghi ricchi di affetto e di empatia tra padre

    e figlio , nella bellezza della natura selvaggia si infrange contro la tracotanza, l’insolenza e la protervia di

    PHIL ( protagonista del romanzo) che impedisce loro di fermarsi per poco tempo a visitare la terra dei loro

    avi perché adesso è di “ sua” proprietà.

    Tutta questa vicenda è raccontata con vivacità e maestria, proprie di un grande scrittore.

    “ Il potere del cane” è un libro da leggere ma non per dovere o altro, semplicemente per il piacere ed il diletto

    che trasmette, attraverso la scrittura scorrevole e l’intelligente analisi dei personaggi.

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  5. rosaria alba fontana (milano) says:

    Il west è la metafora della nostra anima selvaggia. Lì si muovono i personaggi che rappresentano le varie dimensioni dell’istintività fanciullesca, tra tutti Phil, che a quaranta anni gioca, osserva e guarda lontano. Libro interessante, a volte epigrafico

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  6. Arabella (Padova) says:

    “Il potere del cane” è uno di quei romanzi che può portarti, senza che te ne accorga, alla lettura compulsiva. Ho iniziato immaginando i due cowboys di Brokeback Mountain e mi sono ritrovata in una specie di “la morte a Venezia”, ma credo sia una personalissima visione, piuttosto azzardata. Non c’è un solo personaggio che non sia stato perfettamente caratterizzato: persino il raccoglitore di escrementi nel circo, ha una sua microstoria ancorata al racconto. Nel libro c’è tanto: il rapporto morboso tra fratelli; l’accurata descrizione della fragilità umana; c’è persino l’implicito riferimento alla teoria per cui nella vita si tende a scegliere la medesima tipologia di partner ( vedi Johnny e George). Ma soprattutto c’è l’inganno delle apparenze: quello che sembrava l’artefice della vita di tutti, si rivela vittima desolata e neppure troppo compianta. Ovviamente il personaggio meglio riuscito e destabilizzante è quello di Peter. E, diciamoci la verità, una trasposizione cinematografica sarebbe un vero polpettone americano, in stile vento di passioni. Auguriamoci che non ci sia e che non ci sia mai stato.

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  7. Claudio says:

    “I suoi romanzi sono ricchi di sviluppo dei personaggi, scritti con frasi chiare e ben bilanciati da una descrizione suggestiva e importante del paesaggio, intrisi di un naturale senso del dramma e tensione letteraria. [...] Qualcosa di doloroso e terribile del west è colto per sempre sulle sue pagine” (Annie Proulx).
    Romanzo interessante e coraggioso, con uno stile di scrittura asciutto, essenziale, “Il potere del cane” è un “ricco e impegnativo psicodramma” scritto nel 1967, portatore di tematiche dissonanti con il sentire comune dell’epoca, con il mito del selvaggio West, qui colto nei suoi ultimi bagliori. I personaggi sono tratteggiati con grande maestria e fanno da contraltare ad una descrizione precisa ed essenziale del paesaggio in cui si muovono.
    Phil ha una personalità complessa e articolata nonostante l’apparente linearità, combattente innato, un\’istruzione universitaria con uno spirito tagliente, una sorta di uomo del Rinascimento con grandi e diversificate competenze, ma anche vizioso e cattivo, ambiguo, con una componente emotiva fortemente immatura.
    Il mondo cane- mangia- cane di Beech, questa piccola città della ferrovia sulle pianure del sud-ovest del Montana viene descritto in maniera più che efficace: dà una netta sensazione di desolazione e mancanza di speranza.
    La vendetta alla fine del racconto viene descritta in una conclusione veloce e spettacolare, causticamente \”spiega\” l’enigmatico titolo del libro e funge da commento azzeccato e ironico alla esistenza di Phil.
    Alcuni commenti riportano la similitudine con la storia di Caino ed Abele: lo psicanalista e scrittore francese, Pontalis, lo citava come esempio particolarmente calzante di odio fraterno.
    Un’ottima lettura questo libro, una riproposizione di notevole spessore per la quale non si può che essere grati alla “nostra”Casa editrice.
    Sarebbe interessante inserire nella presente edizione anche la post fazione di Annie Proulx da cui ho tratto (e malamente tradotto) un capoverso.

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  8. Alessandra (Padova) says:

    Ho letto questo splendido romanzo tutto d’un fiato, in uno stato di rapimento e di sospensione che mi ha ricordato l’ultima scena del classico film western Sentieri Selvaggi; la scena in cui John Wayne, dopo aver seguito per anni le tracce della nipote rapita dai pellerossa, la ritrova che è ormai diventata una di loro, e senza dire una parola la afferra bruscamente per le braccia e la tiene sollevata per alcuni istanti; alcuni lunghissimi istanti, in cui lo spettatore si domanda: “la abbraccerà oppure la ucciderà?”
    Con questo stesso stato d’animo ho vissuto Il potere del cane, senza sapere quale finale avrebbe avuto la vicenda. La conclusione, che pure era stata anticipata da elementi narrativi, mi ha sorpresa e compiaciuta, l’ho trovata davvero adatta e coerente. Questo libro possiede proprio tutta la forza e l’acutezza dei grandi classici cinematografici del genere western, quelli di John Ford e John Wayne, di Sam Peckinpah e di Gary Cooper, che sapevano utilizzare il selvaggio west come metafora della condizione umana e raccontare storie universali e personaggi senza tempo.
    Non saprei se augurare o meno a questo libro una trasposizione cinematografica, tuttavia, perché la sua forza è anche nella sua prosa asciutta ma piacevole e scorrevole, mai leziosa e mai triviale, e nel suo saper entrare, a turno, nella mente e nell’animo di tutti i personaggi.
    L’unica pecca di questa edizione sono i numerosissimi refusi, che distraggono dal piacere della lettura.

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  9. franco says:

    Phil sembra l’ultimo ranchero tutto d’un pezzo, con l’immancabile segreto intuibile. Giallo molto prevedibile, finale altrettanto, ma in sospeso sino all’ultima riga.

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  10. Francesco (Padova) says:

    A cinquanta anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, “Il potere del cane” sembra ancora più fortemente un classico. Per la capacità di raccontare i sentimenti, l’identità maschile, i condizionamenti sociali che ne determinano la costruzione. Per il vagheggiamento di un tempo passato e migliore, forse mai esistito davvero, ma che certamente è finito per sempre. Lo ha sopraffatto una modernità in cui neppure i cow boy sono più, ma già si atteggiano all’immagine oleografica e stereotipata del cinema.
    C’è una fortissima energia latente nel romanzo di Thomas Savage, di natura sessuale ma non solo. Il dramma sembra continuamente prossimo ad affiorare, ma non lo fa nel rivolo che il lettore si attende.

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  11. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    Una scrittura veloce, limpida, mai banale mi addentra , dopo un inizio quasi brutale (“Era sempre Phil a occuparsi della castrazione…”, inizia così “Il potere del cane), in un meccanismo perfetto che mi appare affascinante come un affresco.
    L’autore, con grande abilità durante il racconto, attraverso una lenta trasformazione porterà i personaggi (conducendoci nella loro mente) a diventare quasi l’opposto di ciò che erano all’inizio.
    Creando un susseguirsi di passaggi emotivi, in un crescendo drammatico, svelerà, tramite una dettagliata costruzione di tutti i protagonisti ben caratterizzati, l’aspetto psicologico del sottile gioco che consolida o che distrugge i rapporti tra persone unite da un forte legame, evidenziando, con estrema lucidità, i sottili contrasti e che porteranno verso un finale tragico.
    Savage, ci catapulta nella metà degli anni 20 in un ranch nelle pianure del Montana, terra dove gli uomini vivono a contatto diretto con la natura che può anche arrivare a regalare inverni freddissimi fino a toccare i 50° sotto zero, tratteggiando con dovizia le figure di tutti i protagonisti ed in particolare quelle di due ricchi fratelli, proprietari di un ranch, che convivono con equilibrio, pur essendo uno l’opposto dell’altro: Phil, fratello maggiore, uomo duro, disinvolto, ammirato, temuto, altezzoso, sprezzante, razzista, ottimo studente, intagliatore del legno, suonatore di banjo, sottile manipolatore, abile giocatore di scacchi su una scacchiera che è la vita con pedine che sono le persone che incontra (per lui divise in due tipi: chi, simile a lui, riesce a vedere nella collina “il cane che corre” e chi, da disprezzare, vede soltanto le rocce) e George, fratello minore, uomo buono, lento, goffo, sensibile, impacciato, semplice ed arrendevole.
    Lo scrittore farà emergere, quasi in sordina, attraverso una tensione positiva dettata dalla descrizione delle azioni e dei silenzi, un amore-odio ed un’impalpabile omosessualità repressa. Questo binomio porterà ad una cervellotica battaglia psicologica e condurrà uno dei protagonisti verso una prematura scomparsa.
    Si annienterà così “il potere del cane”?
    Raccontando, tra mille sfumature psicologiche, la storia di Phil e George, Savage riporta in auge, nel 1967 come nel 2017, oltre al tema dell’omosessualità, delle minoranze, delle classi sociali, dell’amore paterno e filiale, il sempre attuale tema della storia di Caino ed Abele.
    “Libera l’anima mia dalla spada e il mio amore dal potere del cane” (salmo 21)
    Un sentito grazie a Neri Pozza per aver deciso di rieditare questo interessante e graditissimo libro!

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  12. Donata, torino says:

    Già Aristotele nella Poetica affermava che nella famiglia si annida la tragedia e questo romanzo sembra, all’inizio del XX’ secolo, la concretizzazione dell’ipotesi aristotelica. Ma in questo testo dalla narrazione emotivamente coinvolgente, dal ritmo incalzante c’è molto di più: certo c’è l’ambientazione nel Montana dei primi del Novecento, nel vecchio West, ma al di fuori del cliché tanto usurato del cowboy coraggioso e leale, c’è la situazione degli allevatori e proprietari terrieri empaticamente descritta, ma ciò che dona valore e significato all’opera, e in questo la distingue, nonostante i ripetuti confronti della critica letteraria con la letteratura americana coeva e cotematica, è la connotazione psicologica dei protagonisti, la capacità dell’autore di scavare nelle loro personalità. Phil presentato rude e virile, all’apparenza uomo forte, cela dietro la sicurezza di sé, al muto sorriso ironico e sarcastico con cui continuamente giudica chi gli sta vicino, una personalità del tutto incapace di relazionarsi con gli altri e con la realtà; ha bisogno di umiliare qualcuno per sentirsi sicuro di se’. E di questo suo problema i genitori sono coscienti ( vedi il dialogo in cui il padre rivolge alla moglie le parole:”non è colpa tua….”.). E questo finisce tragicamente per pagarlo. Certo il giovane figliastro, venuto a vivere con il patrigno, non si presenta meno sadico e vendicativo……, ma il romanzo è in fondo la storia di Phil, di cui non mi è facile cogliere l’istintività fanciullesca……???…..
    Ottima quindi la proposta della casa editrice di proporre questo testo, se pur la ristampa del Ponte delle Grazie fosse relativamente recente. (Sempre che i numerosi refusi siano stati corretti nell’edizione definitiva)

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  13. Barbara Rosai (torino) says:

    Thomas Savage ha creato con Phil Burbank un personaggio memorabile.
    Armato di educata violenza, Phil riconosce una sola verità, una sola filosofia, una sola etica: la sua, alla quale riesce a piegare gli umani, ma anche la natura e la materia, con noncurante autoritarismo.
    Unico vero protagonista del romanzo è in grado di scuotere anche il lettore più distratto grazie alle ondate di disagio, fastidio, tensione, rabbia e panico che produce.
    La sua assenza è importante tanto quanto lo è la sua presenza.
    I suoi silenzi sono macigni, così come le sue parole.
    John, Peter, Rose, George e tutti gli altri, anche gli indiani e il territorio degli Stati Uniti, sono solo dei comprimari che, dalla prima all’ultima pagina, hanno la funzione di esaltare le doti di grande mattatore di Phil.
    Come sempre, il carnefice è anche e soprattutto vittima.
    Vittima in gioventù di un amore impossibile e di una perdita traumatica.
    Vittima di una di una società machista in cui non c’è spazio per il diritto alla differenza.
    Una società in cui sensibilità e gentilezza devono essere represse, in caso contrario si naufraga inevitabilmente nell’alcool.
    La forza del romanzo sta tutta nel personaggio di Phil, ma è anche il suo limite.

    Pubblicato nel 1967, sembra appartenere ad un’altra epoca rispetto a quella della guerra fredda, dell’offensiva nel Vietnam, dell’emancipazione nera e dell’assassinio di Martin Luther King e a tutto ciò che siamo abituati ad associare pensando agli USA e alla letteratura nord americana di quegli anni.
    Senza dubbio, all’autore interessava svelare che cosa si nascondesse dietro al mito americano della conquista del far west e lo ha fatto affrontando il tema da un’angolatura e con uno stile non consueti.
    A distanza di 50 anni questo romanzo rappresenta, almeno per me, un’opera singolare che ho letto con curiosità e interesse.

    Infine, è impossibile non porsi qualche domanda sul significato del versetto dei salmi che tanta importanza riveste nel romanzo.
    Rappresenta lo strumento, a conclusione della vicenda, di una visione della giustizia che ha bisogno di un’approvazione divina?
    È la ricerca di giustificazione alla necessità, in quel contesto, di arrogarsi il diritto di fare giustizia da sé?

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  14. Alberta (Padova) says:

    ‘Il potete del cane’ di Thomas Savage: quando si dice un ‘classico’, un libro che difficilmente si dimentica.

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  15. Marilena, lunedì a Milano says:

    Libro straordinario, di forte presa anche dopo tanti anni dalla sua pubblicazione. Una scrittura sapiente e avvincente, un narratore in terza persona che sembra quasi raccontare direttamente al lettore, chiamandolo spesso in causa, come fosse il racconto di una ballata, una sera, davanti a un fuoco. Il testo è ricco di dettagli, rimandi, particolari detti e ripresi da diverse soggettive. La storia è quella di una ricca famiglia di allevatori, con i due fratelli che riprendono archetipi letterari arricchiti da approfondimenti e sfaccettature. La stessa cura troviamo in tutti i personaggi, anche quelli apparentemente minori. Il risultato è l’affresco di un West americano in bilico tra nostalgia del passato e sguardo al futuro, pulsioni nascoste e crudeltà sciorinate, con sullo sfondo il “peccato originale” dello stato americano, l’aver costruito le grandi ricchezze dei latifondisti sul “furto” della terra dei nativi. Libro bellissimo, imperdibile, indimenticabile.

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  16. Marilena, lunedì a Milano says:

    ho sbagliato a cliccare sulle stelline, volevo segnare 5 stelle.

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  17. Silvio Campus says:

    ONCE UPON A TIME IN THE WESTUn anno dopo la pubblicazione del romanzo dello scrittore americano Thomas Savage, viene distribuito nelle sale l\’ultimo film western di Sergio Leone, C\’ERA UNA VOLTA IL WEST. Entrambi hanno in comune il tema della vendetta, raccontato però da prospettive del tutto differenti.E\’ curioso come la rappresentazione più “classica” di quel mondo primordiale venga realizzata dal regista italiano, mentre lo scrittore americano decida di tratteggiare la stessa materia con un\’opera fortemente innovativa.In fondo Leone racconta l\’epopea del selvaggio West utilizzando gli stereotipi hollywoodiani (pur mediati dall\’epica omerica e dalla tragedia eschiliana) mentre Savage cerca di allontanarsene per criticare un mondo di sicuro fascino ma ormai alle soglie di una modernità ineluttabile.In un universo dove il rapporto tra uomini e cavalli è stato per decenni alla base della vita quotidiana, l\’inesorabilità del progresso è rappresentata dall\’arrivo della ferrovia (nel film) e dalla comparsa dell\’automobile (nel romanzo).Ma in quest\’ultimo il vero cambiamento avviene nell\’ambito dei rapporti familiari e sociali.Phil rappresenta una società arcaica, razzista, misogina, chiusa, poco disponibile all\’innovazione, sospettosa nei confronti di tutto ciò che è altro da sé; una società conservatrice, ma in fondo debole, in cui le “tendenze proibite”, come l\’omosessualità, non possono essere accettate con serenità né tantomeno rivelate; una società dove il POTERE DEL CANE viene esercitato senza pietà e risulta quasi istituzionalizzato al fine di coprire le proprie inadeguatezze.Il fratello George incarna invece la possibilità di un mutamento, seppur timido, verso un mondo più progredito, più rispettoso dei diritti altrui, più consapevole delle proprie debolezze e mancanze.Savage è bravissimo nel descrivere questo cambiamento epocale utilizzando la famiglia come luogo della rappresentazione tragica. La sua prosa scorre senza inciampi; i dialoghi sono limpidi nella loro essenzialità; magnifiche risultano le descrizioni degli splendidi paesaggi del Montana, dove la natura assiste implacabile e crudele ai conflitti tra gli esseri umani.L\’autore è inoltre un maestro nell\’occultare considerazioni proprie e pensieri dei protagonisti: un autentico specialista del “non detto” e del “non scritto”. Mantiene il lettore in uno stato di perenne interesse per lo svolgersi della storia, a volte illudendolo, altre volte confermando i timori oppure le intuizioni. Decostruisce e mette in crisi con lentezza, ma inesorabilmente, il mito del West, partendo dalle peculiarità più profonde che lo contraddistinguono e utilizzando come officina di smontaggio l\’ambito familiare, così caro al mondo conservatore americano.

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  18. Simona says:

    Ho apprezzato il Potere del cane.
    Nonostante io sia lontana dalle letture sulla realtà del west, l’ho letto con piacere e interesse.
    Nella sua macrostruttura degli eventi, la trama è intuibile. Ma mi ha colpito come Savage abbia creato un filo sottile di “corrispondenze” tra i personaggi.
    Ho particolarmente apprezzato la figura di Peter e come – nella sua glacialità chirurgica – abbia scientemente perseguito il suo obiettivo.
    Se devo evidenziarne un limite, sarebbe stato creativamente azzeccato approfondire alcune dinamiche e dare maggior sviluppo ai personaggi.
    Comunque, una lettura che stimola il pensiero e il dibattito. Lo consiglierò.

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