La compagnia delle anime finte

La compagnia delle anime finte 01Dalla collina di Capodimonte, la «Posillipo povera», Rosa guarda Napoli e parla al corpo di Vincenzina, la madre morta.
Le parla per riparare al guasto che le ha unite oltre il legame di sangue e ha marchiato irrimediabilmente la vita di entrambe.
Immergendosi «nelle viscere di un purgatorio pubblico e privato», Rosa rivive la storia di sua madre: l’infanzia povera in un’arida campagna alle porte della città; l’incontro, tra le macerie del dopoguerra, con Rafele, il suo futuro padre, erede di un casato recluso nella cupa vastità di un grande appartamento in via Duomo; il prestito a usura praticato nel formicolante intrico dei vicoli, dove il rumore dei mercati e della violenza sembra appartenere a un furore cosmico.
È una narrazione di soprusi subìti e inferti, di fragilità e di ferocia. Ed è la messinscena corale di molte altre storie, di «anime finte» che popolano i vicoli e, come attori di un medesimo dramma, entrano sulla ribalta della memoria: Annarella, amica e demone dell’infanzia e dell’adolescenza, Emilia, la ragazzina che «ride a scroscio» e torna un giorno dal bosco con le gambe insanguinate, il maestro Nunziata, utopico e incandescente, Mariomaria, «la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata», Iolanda, la sorella «bella e stupetiata»…
«Anime finte» che, nelle profondità ipogee di una città millenaria, sono segnate tutte, come Vincenzina e come la stessa Rosa, da un guasto che attende una riparazione. Riparazione che, nelle pagine finali del libro, giunge inaspettata ad accomunare Rosa e Vincenzina in un medesimo destino.
Dopo l’acclamato Il genio dell’abbandono, Wanda Marasco torna a raccontare Napoli e i segreti della sua commedia umana con un romanzo dalla lingua potente e poetica, cosí materica e allo stesso tempo cosí indomitamente sottile.

«La straordinaria forza espressiva che Wanda Marasco ha messo in mostra nelle prove narrative precedenti, da L’arciere d’infanzia a Il genio dell’abbandono, trova una conferma in questo nuovo romanzo… Verità e finzione, coraggio e abiezione, brutalità e sentimento, passato e presente, salute e malattia, colpa ed espiazione. In questo magma in cui ribolle l’eterna commedia umana, trionfa lo stile inconfondibile di Wanda Marasco».
Paolo Di Stefano

«Marasco compone fino alla fine il suo Stabat mater; e chi legge è preso nel gesto dell’incantamento narrativo e sente che agisce in queste pagine il dèmone del racconto».
Silvio Perrella

Euro 16,50
240 pagine
EAN 9788854513938
BLOOM

Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni editore, 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto, 1997). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono è stato finalista alla prima edizione del Premio Neri Pozza, selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma.

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  1. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti – Torino ( n. Roma )

    Wanda Marasco è una scrittrice di Napoli, anche autrice di: Il genio dell’abbandono, L’arciere d’infanzia e La fatica dello stormo.

    “La compagnia delle anime finte” è un romanzo che parte da due famiglie , una è benestante , di Napoli , i Maiorana. Uno dei figli, Rafele, si invaghisce della bella figlia di una famiglia povera , di contadini rozzi di Villaricca , Vincenzina Umbriello .

    Sullo sfondo una situazione complessa non solo di povertà, ma di miseria estrema .

    Nella prima parte del romanzo le vicende di Ennio Maiorana , medico chirurgo che aveva lo studio presso la sua abitazione composta da 11 stanze. Sposato dal 1909 con Lisa Campanini, donna arcigna, da cui ebbero: il figlio Berto medico, Fabrizio avvocato, Leopoldo professore e Rafele il fratello gemello di Leopoldo ragioniere . Filomena è la figlia infanta morta, a cui la scrittrice fa riferimento come uno spettro sempre presente e che si evoca come un’entità onnipresente e castigatrice.

    La famiglia di Villaricca è quella di Adelì e Biasino , una famiglia di contadini , povera ed ignorante da cui ebbero 6 femmine e 4 maschi .La figlia che si distingue è Vincenzina che conosce Rafele, che frequenta in segreto. E’ senza una guida paterna .

    Alla scoperta della relazione si inseriscono sia i fratelli di Vincenzina che minacciano Rafele, sia la famiglia di Rafele contraria all’unione .

    Sarà la stessa madre a convocare la ragazza e ad offrirle del denaro perché dimentichi il figlio. Nonostante le poche possibilità di riscattarsi e l’umiliazione subìta, però, non si riesce a far desistere la ragazza.

    Ma i due , nonostante la famiglia non partecipi al matrimonio, si sposano e vanno a vivere a Capodimonte ed hanno 4 figli , tra cui Rosa, la voce narrante.

    Nella seconda parte del romanzo Rosa , nata nel 1952 , parla con la madre e della madre Vincenzina .

    La scuola con il maestro rigido e con i capelli brizzolati, i capelli alla paggetto e poi corti con l’odore del DDT sulla testa , le pagine ripetute sempre la stessa parola ,la recita scolastica , il collegio . “le mutandelle sono bianche , con il bordo slargato agli inguini , uguali a quelle che mettevano ai bambini nei film del dopoguerra”.

    Vincenzina impara l’arte di arrangiarsi, è una donna forte .

    Il marito, fedifrago, sperpera i soldi con l’amante, ma il destino ne segnerà la sorte. Vincenzina affronta la vita con cipiglio, con determinatezza, affidandosi al boss del quartiere , per chiedere i soldi per curare il marito malato di cancro e poi per fronteggiare le spese del funerale .

    Ma sarà poi lo stesso losco personaggio che le darà l’opportunità di prestare soldi , diventando usuraia ma all’interno di un microcosmo e bieco meccanismo .

    La figlia Rosa è testimone, e segna sul quaderno i conti e le scadenze .

    Tra i vicoli, le grida , i pomodori del piennolo , la cassetta dell’oro, le scalinate e i panni stesi, si affaccia l’Italia che cambia. La prima guerra mondiale con le lettere dal fronte e poi la seconda e le votazioni per l’avvio della Repubblica Italiana .

    Le scene sono ben descritte ed il lettore ne può quasi percepire i colori , i suoni e gli odori . Odori di campagna, di degrado , di sesso consumato e immaginato .

    Di famiglie numerose che vivono in uno stanzone , di morte e di corpi in decomposizione .

    A tratti suscita anche ilarità come quando arriva a Capodimonte un pezzo di mobilio parte dell’eredità:” roba da scattamuorto” come lo definisce Vincenzina.

    Il testo ha tanti riferimenti alla mitologia , alla storia, alla simbologia e al passato e sono rievocati attraverso i sogni .

    Sono una risposta alla vita ed un riferimento per la salvezza da : una mancata identità sessuale, mancata libertà, ma soprattutto miseria.

    E sorde, e sorde, e sorde ! Sti maledetti.

    Sono connessi a interi periodi, dialoghi in dialetto napoletano, che rendono il romanzo verace arricchendone la trama .

    Per due volte narra del bambino che parla con Cristo che scende dalla croce per prenderlo in braccio e portarlo nel mondo dei morti , ma senza traumi, come una liberazione e infinita gioia per farlo ricongiungere alla madre.

    Forte la componente religiosa, della domenica delle palme , delle processioni, a cui chiedere la grazia , ai riti della tradizione , all’obbedienza muta e rassegnata al padre, che incute non misericordia, ma punizioni.

    Le comari , definite le orche, sono figure vicine ma soprattutto invadenti .

    I demoni del cervello vengono insinuati nelle menti più fragili e poco importa se una figlia venga rinchiusa in un ospedale psichiatrico.

    Per certuni il mondo migliore è solo nell’ aldilà .

    E’ un libro che mi ha ricordato Curzio Malaparte .

    Un libro che fa assistere all’ avidità e alla cupidigia, ad un degrado intellettivo e della carne, alla difficoltà di esistere.

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  2. Arabella (Padova) says:

    “La compagnia delle anime finte” racconta la vita di due donne, madre e figlia, attraverso la voce di quest’ultima. La storia, che parte dall’immediato dopoguerra, si snoda attraverso i vicoli di Napoli, dove le miserie umane sono più visibili e palpabili delle macerie post belliche.
    In un’atmosfera amara e desolata, si incontrano personaggi veri e profondi, ciascuno col proprio carico di tormenti e lividi.
    Essi entrano ed escono, con disinvoltura, da case con porte spalancate, quasi come se fossero stanze di un unico palazzo, ma stanze vuote, prive di calore familiare, dove è intenso l’odore acre di umanità ferita. Il libro racconta, un po’ alla maniera di Eduardo, la città – protagonista anch’essa- coi suoi vicoli , ma soprattutto con la sua anima.
    L’autrice riesce ad esprimere perfettamente tutto questo, attraverso un linguaggio chiaro, evocativo ed emozionante. Scrive, ad esempio: “I due si parlano e quello che si dicono potrò sentirlo per sempre”, ed è stupefacente come una frase di poche righe, riesca ad esprimere tutta la potenza di quel momento.

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  3. Claudio says:

    Scrittura potente quella della Marasco, una narrazione forte ed evocativa, una vena poetica e fatalista, un ritratto in bianco e nero reale e tragico della vita di queste “anime finte” che ci mostra uno spaccato della napolenità più autentica e, forse, passata.
    La Napoli dei vichi e delle catacombe, dei basoli e dei guagliuncelli, delle presenze immateriali e degli sentimenti eccessivi è descritta talmente bene da superare lo scoglio qua e la affiorante della complessità linguistica; i personaggi sono vivi e chiedono rispetto e attenzione.
    Una scrittrice vera Wanda Marasco, con uno stile tutto suo e una sicura maestria.
    A me resta anche una domanda: tutte queste ragazze con le gonne a campana, i capelli ondulati, l’attrattiva per la città che le perde e le segna per sempre, le madri rancorose e vendicative, gli uomini egoisti e vili, le presenze opprimenti di un passato ingombrante; possibile che nella vita, anche della bambina Moira, non ci sia un attimo di felice appagamento, una speranza che sia qualcosa di più di un sogno, che sia tutto volto in decadenza e tragedia?

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  4. ida poletto says:

    faccio fatica a leggerla la MARASCO…e non solo per il dialetto che qui è meno presente e invadente che nel genio dell’abbandono, ma proprio per questa sua scrittura …antica…teatrale…non saprei come dire e aspetto il mio colto bookclub patavino per una imbeccata… certe maschere e topoi si susseguono ridondanti , anche se la compagnia delle anime finte alla fine l’ho letto d’ un fiato.

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  5. Barbara Rosai (Torino) says:

    Il ritrovamento di un ritratto della madre diciottenne, poco dopo la sua morte, è la molla che permette a Rosa Maiorana, la voce narrante di “La compagnia delle anime finte”, di iniziare a raccontare la storia della sua famiglia, di scrutare nel tempo e descrivere, con gli occhi di “tutte le anime recitanti”, le vicende che si sono susseguite nei vicoli di Napoli e nelle campagne circostanti.
    Il racconto di Rosa abbraccia tre generazioni che hanno vissuto la devastazione di due guerre mondiali, l’urbanizzazione, i cambiamenti economici: tutti fattori che costringono i protagonisti ad una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
    E’ il ritratto di una società ancora fortemente rurale, legata da millenni ai ritmi della natura, una società in cui i ruoli dei sessi sono rigidamente definiti dalle differenze biologiche.
    Con il passaggio alla pubertà si creano due mondi distinti: sessualità e passione sono lussi che una giovane donna paga a caro prezzo, la maternità è un dono, ma allo stesso tempo una condanna.
    Ogni rifiuto delle regole è inaccettabile, ogni tentativo di fuga dal ruolo canonico è punito ferocemente dalla famiglia, prima ancora che dalla società.

    Seguendo una concezione del tempo che non è più lineare, ma circolare, lo scenario in cui si muovono le anime recitanti è Napoli, ma allo stesso tempo Partenope, fondata tanti secoli fa da genti venute dall’oriente.
    Il romanzo affonda le proprie radici in quella cultura millenaria, in cui il Cristianesimo non rappresenta che la patina superficiale e in cui permangono le influenze di culti e riti antichissimi.
    Madre e figlia sono due aspetti di un unico processo, che in quanto universale, fa sì che l’identità non sia più legata a vincoli di spazio o di tempo. La morte, come l’inverno, non è la fine, ma l’attesa di un nuovo inizio.
    Sarebbe logico cercare, per “La compagnia delle anime finte”, legami con altro romanzi ambientati a Napoli, invece, propongo il bellissimo romanzo “La veglia” della scrittrice irlandese Anne Elright. E’ simile il modo di guardare al passato facendo rivivere episodi fondamentali della vita di nonni e genitori, è simile l’esigenza di cercare, a seguito di un lutto, un destino scritto a giustificazione degli eventi vissuti dalla voce narrante.

    Wanda Marasco, nel testo inedito presente nel catalogo neri Pozza 2000-2015, descrive il faticoso travaglio della scrittura e definisce il romanzo come “resistenza”, “punto in cui l’arte letteraria diventa – anche quando non lo ha programmato – azione etica, alchemica e politica”.
    Credo che, con “La compagnia delle anime finte”, Wanda Marasco abbia centrato l’obiettivo e sarebbe sufficiente citare, come prova, il bellissimo capitolo sull’eclisse di sole: “Nunziata era sempre più pazzo. Pigliò a parlare scientifico e nessuno lo capiva. Gli era venuto lo sghiribizzo di spiegare alla guagliunera che cosa fosse l’eclisse.”

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  6. Andrea Peirone says:

    Casualmente ho letto il libro di Wanda Marasco “La compagnia delle anime finte” mentre stavo rileggendo “La
    malora” di Beppe Fenoglio. E’ stata un’esperienza emozionante!
    Pur ambientati in mondi così diversi : le Langhe fenogliane e la città di Napoli, al centro anzi il centro del romanzo di Marasco , ho capito che i temi , la sguardo , gli intenti sono gli stessi.
    I protagonisti dei due romanzi sono soggiogati dalla malora, cioè dal loro destino di fatica,di miseria, di umiliazioni,di lotta quotidiana per strappare un briciolo di vita degna di questo nome.
    Ambedue gli scrittori non vogliono suscitare nel lettore passività e rassegnazione perché le loro “creature” sono coriacee, hanno una solidità interiore che permette loro di resistere ai duri colpi del destino .
    Marasco , anche lei, si inserisce nello straordinario filone della letteratura che descrive l’entusiasmante lotta per
    la vita che , come dice Verga, tocca tutti ma è particolarmente visibile nelle classi sociali più umili.
    I protagonisti e tutti i personaggi che appaiono nel libro di Marasco ci invitano a vedere la vita con un certo
    distacco , quasi una” comparsata” pirandelliana : noi siamo attori ed insieme spettatori distaccati delle nostre
    vicende. La letteratura svolge un compito encomiabile quando sa da voce a chi non ha voce, agli ultimi, a chi
    cammina su questa terra in punta di piedi e ci ricorda il monito di Saba : la fatica del vivere ” ha una voce e
    non varia” a qualunque longitudine e latitudine.
    P.S. Non lasciatevi spaventare dalla presenza di alcune parole in dialetto napoletano, dal contesto se ne intuisce il significato e soprattutto l’autrice non ha potuto farne a meno : far parlare Vincenzina o Rosa in italiano corretto
    sarebbe stata una forzatura grottesca e ridicola.

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  7. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Se qualcuno mi domandasse il libro che più ho amato in assoluto, non avrei esitazioni: “Memorie di Adriano”. Un libro scoperto nella maturità, letto e riletto, ascoltato e riascoltato (come audiolibro). Un libro che, mai sepolto in libreria insieme agli altri, vaga da anni tra comodini, tavoli, scaffali, in uno stato di perenne lettura. A volte lo apro a caso, come una Bibbia, e leggo. E ogni volta, la pregnanza e l’armonia assoluta tra l’immaginario e la parola che lo incarna, mi stupisce ed emoziona: l’amore per la lingua può davvero rendere la prosa intensa e fulminante quanto la poesia.
    Leggere la Marasco mi fa un effetto simile: un’emozione meno cerebrale più viscerale, per le sonorità dialettiali e la dimensione ancestrale-popolare in cui cala il lettore, ma altrettanto viva.
    Mi scopro avida di leggere non solo per “cosa” racconterà ma soprattutto per “come” lo racconterà, per quelle folgorazioni di senso attraverso cui i suoi umili e reietti assurgono a emblema universale della condizione e del sentire umani.
    “Non aveva detto niente…, ma era venuta per quella morte, per consumare la pietà senza pronunciarne il nome”.
    La Marasco dedica il libro “A Elio, poeta e amico profondo. Alla poesia a colpi di realtà”.
    E, per me, non c’è definizione più propria di questa per la sua prosa: “poesia a colpi di realtà”. Perchè la Marasco è poeta prima che scrittore, e i suoi romanzi (“Il genio dell’abbandono” sopra tutti) paiono davvero incursioni di realtà nella suggestione atemporale e universale della poesia e del mito.

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  8. Nel nuovo romanzo di Wanda Marasco praticamente tutto è teatro, drammaturgia, a cominciare dal titolo: una voce narrante fortissima, intensa, penetrante, raccoglie le tante voci di una comunità serrata e ne mette in scena le storie. Le anime sono finte perché recitano ciascuna la loro parte, costrette ad essere personaggi di una vita spremuta dalla miseria su un palcoscenico unico, che parte dalla torre in cima alla collina di Capodimonte (che a me fa sempre venire in mente le statuette in ceramica che pure loro in fondo sanno di teatro) e ruzzola giù per le Centoscale fino a incastrarsi nei vicoli di una città che è proprio quella ritratta dalla copertina del romanzo. Rosa, la voce, è dinanzi al corpo morto della madre Vincenzina e racconta, a sé e a lei, di sé e di lei e della loro vita, prima e dopo loro stesse, entrambe madri e figlie in tempi sfasati. Rosa fonde la propria voce e il proprio personaggio con quella della madre (come ha sottolineato Paolo Di Stefano durante l’incontro) e si comincia da lontano, dagli anni Quaranta agli anni Ottanta del secolo scorso, dall’adolescenza di Vincenzina, figlia degli umili contadini Adelì e Biasino coi loro dieci figli, che incontra Rafele, virgulto dell’illustre e dotta famiglia Maiorana da e per sempre contraria a questa unione, alla loro vita matrimoniale e ai figli fino a quando i figli saranno loro a loro volta coniugi e genitori: : “Ma’, mi senti? Questo è il racconto che stava sulla terra da prima che io nascessi. Sto provando a metterci dentro tutte le anime recitanti. Fino alla fine, ma, come un drammaturgo che non si arrende”. Non solo non si arrende Rosa, ma Marasco ha una forza che cresce in ogni parola pronunciata da Rosa, in ogni gesto recitato sulla pagina: “Possiedo dei raggi teatrali per immaginare i due. Certi fili di sole da attaccare ai polsi e alle caviglie di Vincenzina e Rafele, perché le loro figure si sconnettano e si riuniscano sopra i basoli, a ogni strattone di luce”. Di immobile, in questo libro, c’è solo il corpo di Vincenzina che non smette di irradiare energia, perché al centro di questi vortice sembra esserci sempre e ancora lei, come se fosse madre non solo di Rosa ma di tutte le altre madri e pure padri e se fosse anche tutte le sorelle e i fratelli, gli amici, i figli e le orche (queste donne che succhiano e risputano il dolore attorno alle disgrazie, e dunque anche a Vincenzina quando Rafele si ammala di un cancro che lo uccide), come se il ventre di Napoli fosse in fondo il suo. L’immagine del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino che si trova proprio a Napoli nella Cappella San Severo non mi ha mai abbandonato durante la lettura del romanzo: perché c’è tanta carne, nel racconto di Rosa, tanta materia e “angoscia della gravità” (ha detto Marasco all’incontro), un senso di ineluttabilità con cui bisogna convivere e per questo, appunto, il mondo è un teatro. Io mal sopporto l’opulenza barocca nell’arte, ma quello che il teatro (e la musica) ha prodotto in questo periodo è grandioso, e l’ho ritrovato anche qui: nell’atmosfera, ma anche nella forma, che fatico a separare dalla sostanza. Tutto quello che toccano i personaggi del romanzo è stato scavato fuori dal tufo e riaccatastato come a unire sotto (e tanta della vita di Rosa si svolge nei sotterranei) e sopra: si deposita così a strati il tempo, spesso il passato finisce poi in cima e può capitare che, sedendosi su una lastra, ci si debba stendere sui fantasmi di un passato antichissimo. E’ quello che capita a Rosa nella sua inquietante amicizia dell’adolescenza con Annarella, per esempio; ma i fantasmi, come quelli di Eduardo evocati nel romanzo, sono testimoni presenti di un passato di morte (che arriva naturale come la vita ma è gialla, fatta di malattia e superstizione, di demoni nascosti in mosconi o in fessure dei muri) e si mischiano ai vivi, che Marasco dota di così tanta forza da non farci intristire, in questa tragedia (in senso greco ecco): ho trovato il maestro Nunziata una figura eroica (e tenera, nel suo entusiasmo), mi sono commossa per Mariomaria (“la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata”, che brava Marasco!) e poi c’è la madre di Rafele, la giovane Emilia, o Iolanda… e c’è l’usuraio Carmine Musca, che rende sua complice nella vergogna della miseria pure Vincenzina, la cui assenza di umanità scatenerà altrettanta bestialità. Però ci sono anche Giovanni, il marito di Rosa, e i suoi figli, in quelle parti in italiano, dove il dialetto (che Marasco ha dovuto ricostruire e studiare), che a me pare quasi un codice segreto tra gli attori di questa Compagnia di anime finte che cozzano le une contro le altre, lascia prendere aria al cuore e fa entrare la luce, riportandoci come un ascensore sul tetto della torre, sulla collina, via dai vichi scuri e soffocanti. Con le opere di Wanda Marasco, raccontare la trama non serve, però: bisogna proprio leggerle, lasciarsi stregare dalla magia dei suoni e dei ritmi che le parole portano in sé e con cui costruiscono immagini in movimento, gesti che afferrano le viscere. Davvero una lettura che è esperienza.
    Qui trovate anche il video dell’autrice che legge l’incipit del romanzo:
    http://chooze.it/blog/2017/05/the-show-must-go-on-sundaybooks/

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  9. silvia costa says:

    Sta tutta nella prosa la bellezza di questo romanzo. La Marasco scrive un’opera teatrale. Senti le voci, annusi gli odori, vedi le donne, ragazze e le “orche” con le gonne a campana. Soffri il dolore e la tragedia che provano i tanti personaggi. E poi vedi Napoli: i vichi, i basoli, le catacombe e il tufo. La scrittura di questo romanzo è musica che passa dalle porte spalancate delle case per arrivare al lettore coinvolgendolo tutto.
    Si legge in un fiato.

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  10. Alessandra (Padova) says:

    Questo romanzo, che ha come trama una storia famigliare né più né meno interessante di molte altre, punta tutto sullo stile e sulla lingua; e purtroppo a me non sono piaciuti né l’uno né l’altra. La scelta di utilizzare il napoletano sia nei dialoghi che nelle descrizioni del narratore non è necessariamente sbagliata, ma per me, che non conosco per nulla quel dialetto, si è rivelata un grande ostacolo non tanto alla comprensione quanto al piacere e alla scorrevolezza della lettura. Ho trovato poi davvero fastidioso, a lungo andare, il reiterato utilizzo di metafore (in particolare le similitudini) volutamente ardite e inusuali ma di fatto vuote, prive di evocatività e puntualità, che anziché descrivere o evocare caratteri e situazioni finivano per confondere e sembrare soltanto parole in libertà. Nonostante la brevità del testo sono arrivata alla fine solamente con fatica, e ciò che mi è rimasto è una sensazione “acetosa” (aggettivo utilizzato spesso dalla Marasco) e poco gradevole.

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  11. Stefano Cozzi says:

    Storia di donne e di miseria ambientata nella Napoli popolare e povera, quella dei bassi e dei vicoli.
    È la collina di Capodimonte, ma potrebbe essere Pallonetto, Tribunali..
    Storia di una famiglia attraverso il secolo scorso, dagli anni dieci fino ai nostri giorni. Tre donne protagoniste: Adelina, Vincenzina (Umbriello) e Rosa. Narrazione incentrata su Vincenzina, la voce narrante è quella di Rosa, una delle figlie. Adelina è la nonna di Rosa.
    Come nei vicoli e nei bassi, nella narrazione c’è poca luce ed i pochi sorrisi sono amari, mai avvengono anche con gli occhi e col cuore.
    Un’eccezione (forse) va fatta per le visite agli ipogei guidate dal maestro….con la sua scolaresca (la guasconera) di figli dei bassi. Insuperabile la spiegazione dell’eclissi di sole.
    Una narrazione che porta con sè tutta la fatica e la pena di tre vite, combattute più che vissute, condotte tra eventi e situazioni che fanno parte della commedia umana e come tali vengono affrontate e subite da queste tre donne. Subite con rassegnazione, come qualcosa di dovuto, di atteso dalla Provvidenza. Mai c’è un segno di ribellione.
    Solo nell’episodio della morte dell’usuraio Mosca si rivela un senso di rivalsa, dura e consapevole: non solo nei versi dell’uomo quanto piuttosto contro la Provvidenza, di cui Mosca rappresenta uno strumento, ineluttabile e fatale.
    C’è l’orgoglio di Vincenzina nell’ottenere il matrimonio di Rafele, contro la di lui famiglia, anche se pare consapevole di doversi attendere tutte le conseguenze negative di questa scelta.
    Non c’è pena nè compiacimento nella narrazione, solo volontà di raccontare queste vite dal di dentro, in maniera cruda, oggettiva.
    Importante il lessico. Subito si coglie il senso, la voglia di un uso ricercato delle parole e della sintassi. All’inizio ho pensato ad una ricercatezza eccessiva, sproporzionata, dissonante.
    Poi ho ascoltato Wanda leggere alcuni brani, ove metteva in risalto, anche con pause opportune, il suono asciutto e il ritmo della narrazione e riusciva a dare un colore a ciò che descriveva.
    Quindi ritmo e musicalità delle parole, anche se usate per rendere toni mai allegri, spesso drammatici…parole quasi onomatopeiche
    Lessico ricercato e attento, non fine a se stesso ma strumentale alla narrazione, alla sua economia, alla sua efficacia. Lessico non ridondante, costruito con sapienza per rendere la sintesi di una situazione, un sentimento, un personaggio.
    Altrettanto efficace quanto le (poche) battute (letteralmente tali: parole pronunciate dai protagonisti) in lingua napoletana: taglienti, sarcastiche, realistiche e capaci di riassumere il fuori e il dentro di una situazione, fino alla sua anima. Ecco, credo che questo rapporto tra lessico della narrazione, dialoghi in vernacolo e oggetto del narrazione sia la valenza più importante del romanzo.

    Milano, 8 maggio 2017

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  12. Alberta (Padova) says:

    Dopo tanti commenti, che dire? Mi trovo in linea con quanto ha evidenziato Paola: nella scrittura di Wanda Marasco tutto, ma proprio tutto, e’ teatro. Se ‘Il genio dell’abbandono’ e’ piu’ racconto, questo romanzo e’ decisamente opera scenica, in cui i personaggi si presentano attraverso l’agire e il dialogo e dove le azioni scaturiscono dalle parole stesse. Con una Napoli ‘guasta’ dove miseria e sofferenza e ‘pathos’ non fanno semplicemente da sfondo ma entrano in ciascuna delle ‘anime’. E si tratta quasi esclusivamente di anime femminili. Sono soprattutto loro a comporne il ‘coro’.

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  13. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    Vincenzina conduce e Rosa racconta e le loro voci si fondono e recitano le storie di questa compagnia che altri non è che il teatro della vita, come si evince già dal titolo.
    Ed è un libro scritto in prosa, prosa poetica, prosa magica, da leggere come poesia.
    Ed è un dramma, dove la finzione si fonde con la realtà, il passato si amalgama al presente, i sentimenti si intersecano con la violenza.
    Ed è commedia, l’eterna commedia della vita e ne vedi i lapilli che eruttano in uno stile che è proprio di Wanda Marasco.
    Ed è teatro, leggi le storie e ne vedi le scene, Capodimonte si unisce a Centoscale, gli anni 40 si congiungono a gli anni Ottanta, l’essere figlia si sovrappone all’essere madre, famiglie illustri si intrecciano a famiglie povere…
    Ed è movimento, nemmeno il corpo statico di Vincenzina è immobile, cammina e ci accompagna attraverso i vichi e i sotterranei durante la lettura dei vari personaggi (obbligati alla finzione dalle angustie della vita) di Rosa, Rafele, Nunziata, MarioMaria, Emilia, Iolanda, Musca, Annarella, Giovanni…
    E diventa un libro stregato, che ti conquista, mentre traduce da sé desueti vocaboli dialettali trasformandoli in musica, accompagnandoti in una discesa che porta agli inferi dove la conoscenza va ben al di là di quella terrena.
    E se Eduardo (che non a caso l’Autrice cita), ha segnato il mondo teatrale e letterale con la sua Parthenope, ha fatto di un dialetto una lingua universale, di una povera parte d’Italia una fucina di profondi caratteri umani e Totò ne è stato l’emblema, Wanda, pirandellianamente, ne è la continuità trasportata ai giorni nostri!
    Encomiabilmente, in questo libro “ La compagnia delle anime finte” la scrittrice tratteggia, portando avanti la sua tetralogia, una “Napoletanità” in modo talmente dirompente, che nemmeno le anime dei defunti, riescono ad esserne esenti!
    “Ma’, mi senti? Questo è il racconto che stava sulla terra da prima che io nascessi. Sto provando a metterci dentro tutte le anime recitanti. Fino alla fine, ma, come un drammaturgo che non si arrende”.

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  14. Simona says:

    Ho letto con emozione il nuovo libro di Wanda Marasco.
    Mi ipnotizza la sua ricercatezza della lingua, raffinata e carnale al tempo stesso.
    Sono conquistata dalle sue metafore, dalla sua teatralità narrativa.
    La storia è una storia di anime ferite, doloranti e ammaccate dal “mestiere di vivere” e dai loro fantasmi.
    Una lettura che entra dentro, che tocca le viscere e l’anima.

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  15. Vanessa (Verona) says:

    Storia di una famiglia, dal dopoguerra ai giorni nostri, che vive nella parte povera di Capodimonte, la collina che fa da tetto alle grotte dei Cristallini”.

    I personaggi della “compagnia delle anime finte”sono chiamati a mettere in scena la tragedia della miseria peggiore: il degrado di uomini deprivati di sentimenti umani, figure che hanno poco spessore, “anime”, appunto, prive di una volontà di riscatto, indifferenti al destino, sempre tragico, delle loro misere vite.

    La possibilità di elevarsi attraverso una crescita culturale è troppo remota: il Maestro Nunziata “sembra un uomo lontano dalla terra” e la signorina Capece, Maestra di musica, rinuncia alla vita troppo presto per concedere a Mariomaria, raro animo sensibile, una possibilità di riscatto.

    Rosa, la protagonista, ricorda la storia della sua famiglia e degli abitanti di Capodimonte e, pur essendo le storie dei personaggi interessanti e fantasiose, il linguaggio poetico di Wanda Marasco è talmente potente da relegare la trama in un piano secondario.

    Emerge Napoli, che più che fare da fondale, è comprimaria, la Napoli dei vichi e dei vasci, la Napoli ipogea, così meravigliosamente evocata che pare di essere costretti lungo i percorsi dei cunicoli ovattati di tufo
    , fiocamente illuminati e che ha la funzione di aprire “il passaggio segreto dalla vita alla morte”, momento culminante dell’esistenza di queste povere vite, evento atteso e celebrato più di ogni altro, più delle nascite, più dei matrimoni.

    E le immagini così protratte della vestizione dei corpi “bianchi, di alabastro” su cui viene sparso il talco negli incavi delle ascelle, negli inguini e sui piedi, su cui viene stesa la camicia “fino alle tibie” evocano il celebre Cristo Velato che giace nel cuore dei vicoli di San Gregorio Armeno.

    Questo struggimento per Napoli l’ho assaporato nelle pagine della Ortese e di Ruggero Cappuccio ma la Marasco adotta un linguaggio poetico che copre come un velo i suoi personaggi, confonde ed incanta il lettore al tempo stesso, rendendo arduo tenere il filo della narrazione ma che regala immagini potenti ed evocative.

    “Il glicine spetalato”, “la madre che recita il caos alla perfezione”, “la bambola che ha fatto la testina leucemica”, “le orche”, “lo spalanco della bocca che risucchiava un tratto della cielata”e ancora “i pazzi che avevano pose a ragno” spero diventino parte del mio immaginario perché Wanda Marasco ha dedicato il suo libro “alla poesia a colpi di realtà” e mi ha conquistata dipingendo la realtà a colpi di poesia.

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  16. Stefania, Milano says:

    Stabat Mater, la musicalità della scrittura prende vita con le anime che entrano in scena. Le diverse realtà materne ricercate nel romanzo, si depositano nel tempo e nello spazio, stratificandosi pagina dopo pagina come ipogei. Wanda Marasco è meritatamente nella rosa dei finalisti del Premio Strega, ma per i lettori di questo romanzo ha già vinto.

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