Invito a cena

 Invito a cena 02La fragilità della condizione maschile odierna può vantare, com’è noto, una sterminata letteratura da parte delle scienze sociali, e infinite tesi che pretendono di venirne a capo. Nulla, però, piú della narrativa contemporanea è in grado di  restituire la crudezza e, nello stesso tempo, l’amabilità e la futilità di questo fenomeno.
Con E poi siamo arrivati alla fine, Non conosco il tuo nome e Svegliamoci pure, ma a un’ora decente, le sue precedenti, acclamate opere, Joshua Ferris ha mostrato un’abilità non comune nel penetrare nei risvolti comici e tragici di questa fragilità, narrando di uomini ossessionati da energiche boss donne nei luoghi di lavoro, di affermati professionisti che decidono di lasciarsi indietro il fulgore soffocante e irresistibile della felicità coniugale e familiare, di uomini di successo che scoprono  improvvisamente che la loro insignificante esistenza è destinata a trascinarsi nell’abisso come una pallina da golf sull’orlo della buca.
Nei racconti che compongono questo Invito a cena, libro accolto al suo apparire negli Stati Uniti da un’entusiastica accoglienza da parte della critica, la fragilità maschile viene mostrata all’opera soprattutto nell’intricato rapporto tra i sessi che caratterizza la nostra epoca, con esiti altrettanto esilaranti e, nello stesso tempo, crudeli. Che si tratti di un uomo che rimprovera alla moglie la balordaggine delle sue amicizie, salvo poi scoprire che erano proprio quelle a reggere le sorti del suo matrimonio; o di un uomo maturo che l’inaspettata vedovanza trascina   nell’ipocondria dapprima e poi nella sorprendente frequentazione di una prostituta; o anche di un aspirante sceneggiatore che, al party in piscina di una famosa autrice televisiva, si lascia andare a un crescendo inarrestabile di paranoie, è la relazione
uomo-donna che in queste pagine si offre nell’intensità delle sue passioni e, ad un tempo, nell’incomunicabilità e inaffidabilità proprie della nostra epoca.
Undici storie emozionanti, originali e comiche, esplorate tutte attraverso la prosa dinamica e la feroce satira che hanno reso Joshua Ferris uno dei piú importanti scrittori contemporanei.

«Traboccante, divertente, intelligente e dinamico. Ferris è un candidato assolutamente degno per il Booker Prize o per qualsiasi altro importante premio».
Janet Maslin, New York Times

«È un piacere osservare come questo scrittore spazi, con abilità, dai registri ampiamente giocosi della commedia a un’autentica profondità spirituale».
Wall Street Journal

«Ferris è riuscito a fondere la sapiente satira del suo primo libro con la disillusione disperata del secondo. l risultato è un’opera imperdibile, un Ferris al suo meglio».
Washington Post

«Joshua Ferris ci ha incantati con il suo esordio e da allora conferma il suo talento». Marta Cervino, Marie Claire

«Le storie, costruite con maestria, combinano osservazione e farsa, commedia nera e momenti di lirismo». Internazionale

«Invito a cena raccoglie le short story di uno dei più brillanti giovani scrittori americani d’oggi». Livia Manera, la Lettura- Corriere della Sera

«Dalla caustica sincerità di Ferris si sprigionano acutezza e humor». Michele Neri, Vanity Fair

«La policromia delle storie giunge a un risultato spiazzante, che non vuole mai consegnare la sensazione di qualcosa di chiuso e definito». Antonio Monda, Robinson-la Repubblica

«Ferris caratterizza i personaggi con un sarcasmo divertito e tocchi da black comedy, qua e là». Francesca Manfredi, ttl-La Stampa

Joshua Ferris ha studiato letteratura inglese e filosofia alla University of Iowa e alla University of California. I suoi racconti sono apparsi sul New Yorker, su Granta, Iowa Review, Best New American Voices. Il suo primo romanzo, E poi siamo arrivati alla fine (Neri Pozza 2006), tradotto in 24 lingue, è stato un best seller internazionale e ha vinto il PEN/Hemingway Award, il Barnes and Noble Discover Award ed è stato finalista al National Book Award.

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  1. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Straniamento, alienazione, smarrimento, solitudine, incomunicabilità: sono gli ingredienti di questi racconti dove le insofferenze e le fragilità dell’uomo e della donna d’oggi emergono con dettagli spesso sinistri.

    Ho trovato interessanti per la resa originale di un’idea, d’una suggestione, d’una crisi, “Il figliastro”, “Un prezzo equo” e “La vita nel cuore dei morti”.
    Nei primi due, mi ha colpito lo spiazzamento finale, il capovolgersi dell’impressione iniziale di uomini sensibili (vittima d’una moglie maniaca dell’ordine e del controllo, il primo, e della frustrante indifferenza altrui, il secondo) in carnefici spietati (della psicologia altrui, il primo, e della fisicità altrui, il secondo). Inquietanti e disturbanti.

    “La brezza”, invece, è, in assoluto, il racconto che più ho apprezzato, sia per lo spunto finale (il “carpe diem” condiviso, come senso dell’essere coppia) sia per la scelta del modus: una sequenza di micro-racconti, frammenti ad incastro o in sovrapposizione (con effetti a lente d’ingrandimento) che danno voce alle decine di alternative possibili (le “sliding doors”) nella vita di una coppia newyorkese, in un pomeriggio di primavera in cui decidono di fare un picnic al parco. Ho ricostruito le ramificazioni delle “sliding doors”, quel caleidoscopio di possibilità di vita smontato e rimontato ad arte da Ferris, e la precisione rinvenuta nell’intero meccanismo ha aggiunto suggestione all’emozione. Per me, un racconto bellissimo, da cinque stelle.
    “Battibeccare per niente, il niente che tutto divora del decidere cosa fare”.
    “Sera dopo sera la coglieva l’ansia di non perdere… cosa? Non lo sapeva. Qualcosa che non riusciva a definire e che si trovava sempre fuori portata… Ormai (lui) doveva essere convinto che lei questo qualcosa non l’avrebbe mai trovato, e che in realtà non ci fosse nulla da trovare”.
    “Sempre cibo, cibo e alcol, ogni volta che mancava l’immaginazione. Avrebbero mangiato e bevuto fino a star male e l’avrebbero chiamata, in qualche modo, vita”.

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  2. Andrea (Padova) says:

    In questa raccolta di racconti di Joshua Ferris c’è una solitudine sconfinata. Sempre un uomo al centro della storia con un’assenza di ruolo, di collocazione sociale, capace di una tale disperazione fisica e (u)morale che quasi vien voglia di distogliere lo sguardo. Buona tecnicamente la costruzione dei racconti (con alcune eccezioni eclatanti, ad esempio “Frammenti”, dai tratti adolescenziali), ma di scarsissima empatia, quasi volesse trattare anche il lettore (al pari dei suoi personaggi) come degli estranei capitati lì per caso. Eccessivi e poco credibili, ad esempio, i finali spiazzanti a cui spesso fa ricorso: disorientare il lettore va bene, ma solo se inserito nel contesto giusto, con i giusti tempi, i giusti coinvolgimenti. L’impressione è invece che Ferris lo utilizzi unilateralmente, quasi a voler mettere il lettore su un piano più basso, isolato, in balìa dello scrittore e della storia. Stucchevole e alla lunga anche un po’ noiosa la rappresentazione dell’uomo in crisi, l’incapacità di comunicare, la fragilità dei sentimenti e dell’affrontare la vita, propria e altrui. Si ha spesso l’impressione di leggere un racconto già letto. E davvero non ho colto alcun tratto d’ironia, di humor, di sarcasmo. Tra tutti salvo “Una serata fuori” e “La vita nel cuore dei morti”. Per il resto l’ho trovata una lettura faticosa e a tratti sgradevole.

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  3. Invito a cena è una casistica di nevrosi che solo Joshua Ferris con il suo stile ironico riesce a raccontare brillantemente. Sono solitudini cupe e introspettive quelle dei protagonisti in cui riconosciamo tratti che appartengono a noi stessi o alla nostra sfera di conoscenze e dalle quali riusciamo ad allontanarci con una risata un attimo prima di piombarci dentro. Ferris è divertente, ma anche crudele nelle sue narrazioni di disconnessione urbana. Lo sguardo corrosivo con cui descrive i suoi personaggi imperfetti e maniacali è uno spasso per il lettore e rivela il talento dello scrittore che concentrandosi sulle relazioni di coppia ci trasmette una quadro desolante di incomunicabilità e disillusione. Grazie a Neri Pozza per questo bel libro e buon 2018 :-).

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  4. ida poletto says:

    …basta questa tristezza /solitudine/ fragilità umana senza sfumature e con una scrittura a volte poco credibile… faticoso da leggere

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  5. Alberta (Padova) says:

    Amo il genere del racconto, della storia breve ma, francamente, la lettura di Invito a cena di Ferris mi ha un po’ delusa. Va riconosciuto però che la traduzione di Ada Arduini rende assai bene l’intento dello scrittore di scrivere di rapporti difficili e ‘di come gestire al meglio la relazione senza perdere la propria anima’, facendo emergere con forza i temi della solitudine e dell’incomunicabilita’, le frustrazioni e le fragilita’ dell’uomo, in una New York frenetica spesso protagonista. Resta dunque la curiosità di leggere uno dei suoi romanzi, per approfondire..

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  6. Sabrina Di Agresti says:

    Sabrina Di Agresti Torino n. Roma
    “Invito a cena” è una raccolta di racconti .
    Avevo già letto in precedenza , dell’autore dell’Illinois, il romanzo “Svegliamoci pure ma a un’ora decente”.
    Prendero’ in considerazione un racconto in particolare : “la brezza”.
    In questo racconto Ferris entra abilmente nella psicologia femminile .
    Vi è incomunicabilità , da parte di una moglie insoddisfatta e poco sicura di sé. Dialoga con il marito , anche premuroso , ma che nella sua mente detesta , trova insignificante, sciapo e senza interessi, privo di emozioni al di fuori del suo lavoro.
    Sarah e Jay vivono il sesso in modo superficiale, compulsivo , frettoloso, brutale ed insoddisfacente e senza sentimento.
    Lei si dimostra sempre assente e con fantasie continue.
    Propone un pic nic al marito in un giorno di primavera di un anno non specificato a Central Park.
    Poi lei cambia idea , come per andare al cinema , prima si rifiuta e poi lo ripropone.
    Finiscono in un ristorantino italiano e sembra avere soddisfazione solo nel cibo e nell’alcol .
    Il suo atteggiamento è schizoide e viene abilmente interpretato dalla Sarah di Ferris .
    Sarah è sempre alla ricerca della brezza, di un’evasione dalla metropoli, dalle code interminabili e dalle continue richieste di appuntamenti per qualsiasi cosa.
    L’aria aperta e la brezza riguardano l’incipit e l’excipit del racconto .
    Nello stile e nei temi proposti dall’autore, si rispecchia una parte della società americana ed un certo egoismo.
    Il racconto più ironico in tutto l’ “Invito a cena” si è dimostrato : “l’ipocondriaco”.
    Spero non si tratti di un esercizio accademico e, credo, sia mancato , probabilmente, un filo conduttore .
    Certo la scrittura di un romanzo e la scrittura di un racconto comportano due tipi di personalità differenti e grandi capacità, che difficilmente , se non per i grandi del passato, si ritrovano .
    I racconti si concludono lasciando al lettore una propria conclusione , risultano sospesi o sottintesi .

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  7. Alberto (Padova) says:

    Non tutti i racconti di questa raccolta sono riusciti. Accanto ad alcuni che mi sono sembrati efficaci, ben costruiti, ne ho trovati altri – La brezza, su tutti – inconsistenti, o che sembrano semplici abbozzi. Ho apprezzato il modo in cui vengono tratteggiati alcuni personaggi (L’ipocondriaco, Joe Pope), ma in altri casi mi sono sembrati caratteri poco approfonditi, talmente surreali da non riuscire a dire granché.
    La solitudine, l’insicurezza e la disullusione forse sono le vere protagoniste del libro, e in questo l’autore non manca il bersaglio.

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  8. Marilena, lunedì a Milano says:

    Grazie a Neri Pozza per aver “osato” pubblicare una raccolta di racconti, genere non amato in Italia, perché ritenuto semplice da scrivere e facile da leggere. Al contrario, il racconto richiede allo scrittore uno sforzo di organizzazione per rendere subito riconoscibili i suoi personaggi, per non perdere la tenuta del racconto (in un romanzo cedimenti sono accettati e perdonati), per ricreare un ambiente e raggiungere un climax che dia una svolta alla storia. Analizzati in questo senso, i racconti di Ferris sono perfetti, scritti in una bella lingua, ricchi di spunti e di particolari illuminanti che il lettore deve cogliere. Perché se è impegnativo scrivere un racconto, leggerlo non è semplice.
    Se, ad esempio, prendiamo Il Coro della Città Fantasma, può sembrare il solito racconto di un donna sradicata e un po’ squinternata. In realtà, il punto nodale è che il suo attuale compagno non ha voluto giocare a fresbee con il figlio e questo diventa per lei un metro di paragone tale da farla abbandonare l’uomo (in Ferris sono sempre gli uomini ad essere abbandonati) e partire con il bambino verso un nuovo inizio (qui, come in Il Figliastro, Ferris ha introdotto elemnti autobiografici). E’ vero che il tema dell’inadeguatezza può sembrare ripetitivo (ma sarebbe accettato se svolto in un romanzo) anche se in realtà si esplica in ambiti sempre diversi (il matrimonio, il lavoro, la cultura di altri paesi, la capacità di stare nella società moderna, la sopportazione di un semplice rapporto interpersonale). A mio giudizio, Invito a Cena è un bel libro, scritto bene da un bravo romanziere (come spesso succede ai bravi romanzieri di scrivere bei racconti, basti pensare a Cecov, Verga, Pirandello…)

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  9. Beatrice (Padova) says:

    La raccolta di Ferris mi è piaciuta, l’ho letta volentieri, ho sentita autentica la capacità di rappresentare solitudini, vite ordinariamente spezzate, disorientamenti dell’uomo contemporaneo. Pur nell’inverosimiglianza delle storie, i personaggi di Ferris sono credibili nel dolore sordo, rimosso e incomunicabile che trasmettono. L’autore non intende coinvolgere emotivamente il lettore, non sono racconti trascinanti, né gravati da un’atmosfera cupa e opprimente: lasciano l’effetto dei quadri di Hopper in cui da dietro un vetro pare di osservare scene mute di solitudine. Ho apprezzato meno- e l’ho trovato personalmente il limite della raccolta- la ricerca talvolta un po’ artificiosa di soluzioni accattivanti o pretese originali come i finali a sorpresa (un po’ troppo incoerenti con ciò che precede) o la narrazione senza ordine cronologico aperta a diverse opzioni possibili alla sliding doors. Non ce n’era bisogno, i suoi personaggi sono carichi di una sofferenza autentica capace di parlare da sé, senza eccesso di artifici tecnici.
    Concludo osservando che la copertina è divertente ed acchiappante (!) …..ma non mi pare che rappresenti lo spirito del libro!

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  10. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Io vorrei spezzare una lancia per “La brezza”, criticato da molti, sia nei commenti sia nella discussione del nostro bookclub di Torino.
    Sarei curiosa di sapere se a qualcun altro è piaciuto…
    Se qualcun altro, a parte me, ha avvertito la particolare costruzione non come artificiosa bensì strumentale a far risaltare la semplicità della chiusa…
    Dopo venti pagine di un rincorrersi frenetico e inquietante tra ristoranti, pub, metro, taxi, ponti, cespugli, alla ricerca d’un senso, d’uno scopo, tra cibo, alcool, amici, estranei (il tutto destrutturato come solo una ricerca vana può essere) , la chiusa (l’ultima sliding door) mi ha emozionato.
    E non m’avrebbe emozionato così tanto se non avessi vissuto prima quelle venti pagine, quell’agitarsi convulso, destrutturato, così penoso (almeno per me).
    La banalità non toglie verità a un messaggio: il carpe diem condiviso, come senso dell’essere coppia, non è senz’altro un’idea molto originale (come è stato evidenziato da qualcuno nel nostro bookclub) ma il senso della letteratura non è anche un po’ questo? Quello di offrire vesti nuove alle grandi o piccole verità? Presentarle in un modo che ci permetta di coglierne un dettaglio nuovo, anche se infinitesimo?
    A me sembra che ne “La brezza”, Ferris ci sia riuscito…

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  11. Beatrice (Padova) says:

    @Stefania Sorbara
    A me La brezza è piaciuta, non ho apprezzato moltissimo lo stile, forse perché mi ha reso difficile e poco scorrevole la lettura. Io ho sentito molto vera la ricerca disperata, disordinata, scissa fra speranza e frustrazione, della protagonista. Io avrei apprezzato anche una narrazione lineare, ma la tua riflessione è interessante, mi fa pensare, può darsi tu abbia ragione e che la frammentazione anche narrativa sia poi più efficace nel rappresentare lo stato d’animo della protagonista.

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  12. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    @Beatrice
    Grazie della risposta, Beatrice, e delle tue osservazioni. Ero curiosa di conoscere il parere di altre persone che lo avessero apprezzato. A me è piaciuto davvero molto (e non mi entusiasmo facilmente, specie per i racconti).

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  13. angela says:

    Nel complesso libro gradevole anche se devo dire che spostando il “ posizionamento “ del lettore cambia anche l’approccio al libro. Parla solo di quello che capita agli altri ? Parla anche delle relazioni che mi riguardano ? Ma non è che siamo anche noi lettori oggetto del gioco “ti è piaciuto ma adesso basta ti becchi il colpo di scena “?

    E poi mi chiedo : Se non esistesse l’incomunicabilità di che si scriverebbe ? L’impressione di un libro già letto e riletto è quello che mi è rimasto alla fine.

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  14. Isabella Barato says:

    Se l’arte va alla ricerca della verità, Invito a cena fa questo: la verità esistenziale di personaggi inquieti, vittime di ossessioni, incapaci di decifrare la propria verità. Solo la buona letteratura può portare alla luce ciò che i contorcimenti dell’animo umano nascondono, altrimenti risucchiati nel non conosciuto, nel nulla di esistenze anonime. Non sono racconti edificanti però capaci di rivelare aspetti psichici, forse impalpabili, quasi sempre all’oscuro degli stessi protagonisti. Ecco perchè questo libro è stato per me una lettura molto interessante, perfino prolungantesi in dettagli ambientali colti fulmineamente, percepiti dai protagonisti come fonti dei loro tormenti: si pensi a ‘La brezza’ che rende inquieta ed eccitata la protagonista della coppia. Questo racconto mostra diverse soluzioni alla ricerca spasmodica di felicità della coppia che la trova alla fine sull’uscio di casa. O al racconto che dà il nome alla raccolta, il primo, Un divertissement di scambi tra marito e moglie e alla fine il deflagrare dell’insoddisfazione di lei che piange disperatamente tra le braccia di lui, ma si sente irrimediabilmente sola nel suo tormento, incomunicabile! Ferris punta il suo riflettore su persone che credono una cosa ma in realtà ne macinano un’altra…Qualche protagonista è catturato ad osservare gli altri: cosa fanno gli altri? di cosa sono felici? se lo sono… Una lettura non del tutto facile, richiede una buona dose di concentrazione per cogliere ogni sfumatura così efficacemente tratteggiata dall’autore, ma ciascuna è un mattone fondante dei ritratti umani qui proposti

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  15. Claudio says:

    Bravo scrittore Ferris. Sa creare dal nulla situazioni e immagini di vita e sa coglierne l’ironia, il paradosso e il lato comico. L’occhio critico è (volutamente) imparziale e asettico.
    Proprio queste sue qualità, la sua prosa brillante e l’acutezza dello sguardo che mi hanno reso gradevoli i suoi romanzi pubblicati da Neri Pozza, mi rendono perplesso in questo libro di racconti.
    Nei ringraziamenti l’Autore ci informa che ha voluto creare «orribili personaggi maschili», sono sicuro che c’è riuscito, ma aggiungerei anche che sono anche, nella maggior parte (salvo il tenero bambino Bob e l’ipocondriaco Arty), figure inconsistenti, non personaggi. Questo appunto mi porta ad una constatazione: sono (quasi) tutti racconti pubblicati sulle più esclusive riviste letterarie americane (newyorkesi) e molti di loro danno una sensazione di già visto, già letto. Sono infatti le stesse situazioni e gli stessi personaggi già visti nei romanzi, come Jo Pope e la sua notte di ordinaria follia. Questa ripetizione di situazioni, temi e personaggi fa ritenere che questi racconti fossero propedeutici e preparatori a narrazioni di più ampio respiro e, se nei romanzi si inserivano alla perfezione nei meccanismi creati da Ferris, in questi racconti sembrano appena abbozzati e non finiti. Sembrano studi di laboratorio in attesa di essere utilizzati altrove (vedo per esempio in questo senso il meccanismo creato nella Brezza), così che, alla fine, del libro non rimangono che un senso di buio soffocante (come la metropolitana), i sentimenti di insoddisfazione, spaesamento e nevrotica gelosia.
    A Stefania dico apprezzo molto la sua disamina della Brezza, credo che abbia regalato una interpretazione intelligente e che il fatto che il racconto abbia saputo emozionarla sia una di quelle cose che fanno amare la lettura. Però sono convinto che il meccanismo creato da Ferris, studiato a tavolino, il modo di considerare le varie possibilità poste su piani paralleli e la sua conclusione circolare, sia una (furbata) trovata per risolvere il racconto, per rendere meno scontato il “carpe diem”.

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  16. Stefania (Milano) says:

    I racconti di Ferris, come i dipinti di Edward Hopper, spalancano una finestra sulla solitudine. Un ottimo esempio per rappresentare l’individualità a discapito dell’assioma 1+1=2. La noia e il distacco che portano alla ricerca di qualcosa di diverso, perché come riportato in una frase del racconto “La brezza” ed in una canzone di Joe Jackson “And why can’t one and one must add to two” a volte è davvero difficile fare una somma.

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  17. Giulia (Padova) says:

    Ho trovato _Invito a cena_ nel complesso piacevole, con alcuni momenti più interessanti (penso al racconto iniziale, che dà il titolo alla raccolta, e ad “Altro abbandono”, forse quello che ho trovato in assoluto più convincente) e altri a mio parere meno riusciti (“La vita nel cuore dei morti”???). La narrazione è spesso iperbolica e straniante, e a volte pare sfuggire di mano all\’autore nei suoi effetti — perché, almeno nel mio caso, ha portato in alcune occasioni a un allontanamento, a una specie di distacco emotivo quasi scocciato.
    E però ci sono alcuni personaggi davvero ben tracciati nelle loro insicurezze, nel tormento della quotidianità, nell’indicibilità delle loro ossessioni. Quello che più mi ha convinto è senz’altro Joe Pope, il protagonista di “Altro abbandono”, che in una nottata grottesca passata in ufficio si abbandona a un’irrazionalità a cui di solito non può dar spazio, rischiando di perdere tutto quello che ha — e cioè il lavoro. Eppure Joe Pope riesce anche a ridare freschezza a un tran-tran che opacizza ogni cosa (l’amore, il lutto, l’umorismo) fino a renderla insignifcante. Lo scambio di decorazioni e foto tra gli uffici delle colleghe rimane secondo me l’immagine più bella di un testo non del tutto omogeneo nei risultati.

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  18. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    E mi ritrovo tra le mani un altro libro di Joshua Ferris…
    Questa volta si tratta di undici short stories scritte e pubblicate più o meno in un ventennio.
    Storie brevi che raccontano le relazioni di una vita a due: uomini quasi sempre complessati, egoisti, insicuri, infelici, insoddisfatti dietro ai quali ruotano donne indifferenti, sicure, arrabbiate, infelici, instabili o padrone della propria vita.
    Incontro così i vari personaggi:
    - Amy ed il marito sono una coppia sterile che attende invano a cena una coppia di amici che non lo sopportano e, a fine serata, anche lei, si rende conto che non prova più nulla per lui;
    - Leonard, timido ed insicuro sceneggiatore, che fraintende l’invito ad una festa a cui tiene;
    - Tom, adultero talmente superficiale che si fa scoprire anche dai suoceri;
    - Nick, figlio di genitori separati che si risposavano continuamente, tormentato dalla paura del possibile abbandono della moglie;
    - Bob, un ragazzino che cerca di conquistare uno dei tanti compagni di sua madre, per riuscire ad avere una famiglia e donarle una stabilità mentale mentre cerca un uomo che gli faccia da padre;
    - Joe, che mette sottosopra un intero ufficio al sessantesimo piano per poi confessare il suo amore ad una collega sposata lasciando un messaggio nella segreteria telefonica;
    - Arty, pensionato depresso che, trasferitosi in Florida e rimasto vedovo, riscopre la vita grazie ad una giovane ragazza con minigonna e tacchi alti;
    - Un marito, che capendo che la moglie lo tradisce regala ai passanti ciò che le appartiene;
    - Jack, che inizialmente cerca di dialogare amichevolmente con un addetto ai traslochi, ma al termine lo tramortisce, solo perché gli ricorda il violento patrigno che lo ha reso insicuro per tutta la vita;
    - Un pubblicitario che, con la sua superiorità americana, si reca a Praga, scoprendo di non riuscire a comprenderne la bellezza né la storia, trovandosi così a far i conti con la sua superficialità ed una vita vuota;
    - Jay, che rientra a casa prima dal lavoro, mentre Sarah, nell’attesa del suo arrivo, dopo aver fantasticato su altri possibili schemi mentali sul come poter trascorrere una serata fantasiosa tra taxi, metro, ristoranti e orgasmi rubati dietro un cespuglio di una New York protagonista, riscopre che le cose semplici sono sempre le migliori, proprio come farsi accarezzare dalla brezza, sul balcone di casa, vicino a lui.

    Da questi racconti ne emerge che, solo dopo aver preso coscienza di aver vissuto sino ad ora una vita essenzialmente insignificante, si può comprendere che niente è ciò che sembra e Ferris, in questo libro che si presenta con una bellissima copertina accattivante, ce lo rivela sapientemente, con un pizzico di leggera ironia ed un punto di crudeltà, creando un quadro alquanto raccapricciante su parte dell’attuale società americana.

    Al termine della lettura mi resta una marcata consapevolezza, quella di essere fortunatamente italiana!

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