Il figlio prediletto

Il figlio prediletto 02È una sera di giugno del 1970 in un piccolo paese della Calabria, Nunzio e Antonio hanno vent’anni e si amano, in segreto, da due mesi. Il loro amore si consuma  dentro la vecchia Fiat del padre di Antonio, parcheggiata in uno spiazzo abbandonato. Ma, proprio quella notte d’estate, tre uomini incappucciati e armati trascinano Antonio fuori dall’auto, colpendolo fino a quando il giovane non giace a  faccia in giù e a braccia aperte, come un Cristo in croce.
Tre giorni dopo Nunzio Lo Cascio sparisce dal paese, messo su un treno che da Reggio Calabria lo conduce lontano, a Londra. Il mondo, all’improvviso, gli ha  mostrato il volto più feroce, quello di un padre e due fratelli che «gli hanno  spezzato le ossa a una a una» per punirlo del suo “peccato”. Nulla sembra avere più senso per il ragazzo: la fiducia negli uomini, la speranza di un futuro, la sua  stessa identità. Di lui rimane soltanto la foto del campionato del ’69, appesa nella  pescheria dei genitori, che lo ritrae con tutta la squadra sul campo dopo la vittoria,  promessa mancata del calcio.
A interrogarsi sulla vita di Nunzio è anni dopo sua nipote Annina, che sente di avere con quello zio mai conosciuto, di cui nessuno in famiglia parla volentieri, inspiegabili affinità. Anche Annina, sebbene in modo diverso, si trova a combattere con un padre violento e prevaricatore e con la stessa realtà chiusa del paese, in cui una  ragazza non ha altre possibilità che essere una «femmina obbediente». E, come  Nunzio, scoprirà la dolorosa necessità di riprendersi il mondo, ribellarsi ai pregiudizi e lottare per la propria libertà.
Romanzo di feroce malinconia, capace di penetrare nelle pieghe più riposte  dell’animo umano, e di fare emergere con forza la disperazione e la speranza, la  paura e il desideriodi riscatto dei suoi personaggi, Il figlio prediletto è una splendida conferma del talento di Angela Nanetti.

Angela Nanetti è nata a Budrio (Bologna) e si è laureata in Storia medioevale. Ha insegnato nelle scuole medie e superiori di Pescara, dove risiede. Dal 1984 a oggi ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, molti dei quali premiati in Italia e all’estero. È tradotta in 25 Paesi. Il bambino di Budrio (Neri Pozza, 2014) è arrivato finalista alla  prima edizione del Premio Neri Pozza e ha vinto il Premio Terriccio, riconoscimento al romanzo storico.

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Il figlio prediletto, 5.5 out of 10 based on 2 ratings
  1. Andrea (Padova) says:

    Il figlio prediletto, di Angela Nanetti, è un romanzo in chiaroscuro. Più scuro che chiaro, a mio parere. Scuro per l’ambientazione (dall’aspro di una Calabria irredimibile a una Londra che più grigia non si può), per la narrazione inchiodata all’intimismo dei due personaggi principali, o meglio sarebbe definirli unici visto che nessuno dei secondari riesce mai (ed è un grave limite) a vivere di qualche istante di luce vera. Scuro e duro anche per le parti in quel dialetto privo di qualsiasi musicalità, che può suonare familiare solo a chi l’ha frequentato da vicino, per gli altri è soltanto ostile. Insomma, difficile tirar fuori empatia da questo romanzo. Le due storie che fanno da binario (semplici, senza brividi) sono distanti e a sé stanti (peraltro con un tono di voce troppo simile), il filo che le lega è troppo esile per riuscire a farne un’orchestra. Ma c’è un ma (ed è il chiaro). Perché la penna di Nanetti, inizialmente dura come l’ambientazione narrata, a un certo punto si scioglie e riesce a disegnare sfaccettature d’animo di non trascurabile profondità. Così, a tratti, la lettura diventa perfino gradevole. Ma è un piacere riservato solo ai lettori ostinati.

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  2. Beatrice (Padova) says:

    Presumo che il libro voglia accreditarsi come capace di indagare e rappresentare temi difficili come l’omofobia, la violenza sulle donne (e non solo), l’emancipazione femminile, aprendo uno squarcio doloroso sull’arretratezza sociale e culturale che ha storicamente gravato su alcuni territori. Mah. Se queste erano le intenzioni, l’esito mi pare al massimo utile per il plot di uno sceneggiato televisivo di richiamo. Se parliamo di letteratura, invece, il risultato è un libro furbo (per le importanti questioni evocate), piatto, superficiale, banale in alcune situazioni e personaggi (il piazzaiolo a Londra, il ricco rampollo convertito al marxismo e alla causa proletaria….tutte cose già sentite negli stessi termini molte altre volte). Non c’è spessore, non c’è indagine psicologica, i personaggi sono nomi che si muovono nell’intreccio senza personalità, i contesti storici e culturali dell’Aspromonte e della Londra degli anni Settanta sono ricostruiti con pochi tratti scontati e banali. Le due vicende, quella dello zio e quella della nipote, poi, che dovrebbero intrecciarsi, riescono solo a giustapporsi. La figura dello zio, tuttavia, risulta coinvolgente; quella della nipote, a cui sarebbe affidato il riscatto della donna oppressa da un cultura violenta ed ottusa, risulta al massimo quella di una ragazza piuttosto confusa e vittima degli eventi più che capace di dominarli. Insomma il libro non mi è piaciuto affatto. Si salva solo la scena di violenza iniziale: è davvero ben scritta, emozionante, di grande impatto, da sola regge metà del libro. Curiosamente, se l’apice si tocca all’inizio, il fondo si tocca nella scena finale: il dialogo immaginario fra nonna e nipote al cimitero, del tutto fuori contesto per la dimensione surreale, risulta patetico e quasi ridicolo.

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  3. Stefania Sorbara ( Torino ) says:

    Calabria anni ’70, un mondo che non ammette le diversità, che non accetta i cambiamenti, chiuso, intollerante, patriarcale, misogino (“le donne non contavano niente laggiù”), diffidente verso chiunque non sia calabrese (anche il siciliano è uno straniero ).
    Un mondo che crea sudditanza psicologica (“mio padre era un vero capo, sapeva concedere poco per ottenere molto, e avrebbe dato anche molto per avere tutto”), che strania, che aliena chi non s’adegua (“ma tu che cos’hai in testa? non sai niente, non t’importa di niente: in che mondo vivi?”, dice il compagno di stanza di Nunzio a Londra), avaro di parole (“parlava solo quando aveva voglia il resto era silenzio”) e avaro nei sentimenti (“Tuo nonno non mi disse mai che mi voleva bene, per fottere non serviva”).
    E nella lotta impari di Nunzio e Annina contro questo mondo, nella tensione psicologica, nella partecipazione emotiva, ho trovato una Nanetti davvero convincente.
    Con delicatezza, tratta la passione di Nunzio per Antonio (l’intercalare “amore mio” nel ricordo è d’effetto) e la lacerazione/spaesamento della duplice perdita (dell’amore e della propria terra) nel periodo di Bedford; altrettanta precisa attenzione riserva all’evoluzione di Annina dall’infanzia alla gioventù e al suo progressivo percepire le “mancanze” in un paese e in una famiglia che, da bambina, le erano parsi perfetti.
    E la scena del ballo e la consegna dei fiori, con i sottintesi, gli ammiccamenti, le esitazioni, i non detti più espliciti di qualunque parola. E i mormorii della gente, il silenzio omertoso, su cui impera l’onniscenza di quel padre e quei fratelli a cui nè Annina nè Nunzio riescono mai nascondere niente.
    Il periodo calabrese e il periodo di Bedford mi sono parsi davvero riusciti e trascinanti.
    Ho avvertito, invece, una cesura nella stagione londinese: la sequenza un po’ cronachistica di eventi, incontri, tradimenti, amori, morti, incidenti, m’è parsa anonima, senza slanci, non più vivacizzata da quell’intimismo conflittuale che mi aveva affascinata nella lettura della prima parte.
    Nonostante Nunzio e Annina si siano affrancati da quel mondo con l’esilio e la fuga, la sensazione finale, almeno per me, è stata di profonda cupezza, di disillusione, di felicità mancata, di riscatto mancato (riscatto effettivo e non solo esteriore, come i capelli ribelli di Annina).
    “Un figlio frocio e comunista e una nipote puttana!”, grida ad Annina la nonna morta nella scena finale. E ride. Una risata che, forse, nelle intenzioni dell’autrice, voleva essere liberatoria, uno sfregio verso quel mondo chiuso e arretrato da cui Nunzio e Annina erano riusciti a fuggire, ma che a me, invece, è suonata cupamente sinistra, come se tutti i pregiudizi di quel mondo chiuso e arretrato avessero infine trovato conferma.

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  4. angela says:

    Mi avrà aiutato aver preso uno zaino in spalla ed essere partita proprio negli anni 70 per Londra o aver avuto una nonna pugliese, della quale ancora sento le parole ed il giudizio…..ma degli scalini delle vecchie case londinesi ho ritrovato lo scricchiolio, l’odore delle stufette a gas, la fame, i ragazzi italiani scappati da qualcosa o da qualcuno. E chissà quante altre cose ancora che non so riconoscere distintamente. A tratti forse un pò monotono, ma ‘ho lasciato ( alla fine ) con nostalgia.

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  5. Sara says:

    Romanzo che parte a mio parere in maniera convincente, e che fino a metà regge discretamente. Dalla metà, però, la figura di Annina, che dovrebbe suscitare la massima empatia del lettore, non convince più, perché diventa piatta e convenzionale. Ben reso lo spaesamento e il dolore del migrante Nunzio, la cui voce però su perde anch\\\’essa però dalla metà del romanzo. Ottimo inizio, finale scontato e prevedibile.

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  6. ida poletto says:

    forse è la scrittura che non è forte come la storia…l\’ho letto velocemente e volentieri ma mi è restato poco … sono per metà calabrese e questo meridione raccontato così : sa di stereotipi come quelli che combatte…finale non scontato a mio avviso piuttosto forzato invece come la storia dei tanti personaggi

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  7. Stefania (Milano) says:

    Un libro particolare, che viaggia su due binari paralleli che si incontreranno solo alla fine del romanzo, con il sottofondo di una risata che assolve l’amore e il tormento. Con il mantra ‘Antonio, amore mio’ Nunzio inizia a raccontare la sua storia d’amore senza mai raccontarla veramente, perché la violenza della perdita non si può palesare.
    La storia di Annina, la nipote di Nunzio, prigioniera di una mentalità arroccata in un paesino della Calabria che scappa per non essere ‘la femmina di casa, che niente deve sapere’ e cerca di ritrovarsi a Londra, la stessa città dove lo zio, Nunzio Lo Cascio “il figghjiu meu amaru” esce dal suo dolore sulle note di Shine On You Crazy Diamond. Un libro spietato e profondo, un libro da leggere.

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  8. Alberta (Padova) says:

    Non mi e’ dispiaciuta la lettura di questo libro, ne’ mi ha appassionato. Da un lato, infatti, la storia umana di Nunzio, unico e vero protagonista, emerge forte e toccante nella fatica di doversi riprendere la vita e di ritrovare la propria identità, suo malgrado, in una nuova patria, l’Inghilterra, dopo tanto dolore e sgomento per la perdita di Antonio, l’’amore suo’. Dall’altro ciò avviene solo fino ad un certo punto del romanzo. Perché poi il coinvolgimento viene meno e la storia non appassiona più, non come all’inizio. E la storia parallela di Annina, nipote di Nunzio, che dopo anni abbandona pure lei, questa volta volutamente, la sua terra d’origine, una Calabria troppo arretrata e violenta, e che ha dentro di se’ lo stesso sentimento di ribellione verso il pregiudizio dello zio, non convince proprio. Non riesce quasi mai a ‘trascinare’. La conclusione? Avrei scelto diversamente.

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  9. Angela Nanetti ha scritto un bel libro. Non il migliore che io abbia mai letto, ma uno di quelli di “carattere” letti nel bookclub. La Nanetti ha stile, forse un po’ sacrificato tra ripetizioni e tratti comuni tra i personaggi che finiscono per somigliarsi un po’ tutti, in particolare le donne, tutte un po’ piatte, un po’ uguali. In generale, la sensazione che lascia questo romanzo è di incompletezza. Parte come una bomba, le prime pagine sono perfette, poi non tiene il ritmo, non approfondisce, tratteggia e tratteggia, molti dettagli, troppi frammenti. Insomma, manca qualcosa in questo romanzo ed è un peccato perché l’autrice scrive bene e la trama aspettava solo di esplodere.

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  10. Silvio Campus says:

    Un romanzo sociale

    In tal modo potremmo definire il romanzo breve di Angela Nanetti.
    E potremmo anche aggiungere l’aggettivo – politico – .
    Si tratta di un’opera che cerca di fotografare un’epoca, senza la presunzione di spiegare tutto, seminando una grande quantità di spunti e suggerimenti che il lettore potrà approfondire, se lo desidera.
    E´ un piccolo fiume dalle acque tumultuose: il fiume della libertà e dell’emancipazione.
    Su una riva, quella sicura, stabile e granitica della tradizione familiare e sociale, siede Nonna Carmela, che sa più di quel che sembra ma sostiene con convinzione la legge che “le fimmine niente devono sapere”. Così è stato e sempre sarà.
    Proiettata verso il centro del corso d’acqua si trova Agata, la Santa Rosalia, che conosce il bene e il male ma non possiede il coraggio per ribellarsi al potere patriarcale e proseguire.
    Al centro, preda della corrente, nuota Nunzio. Lì lo hanno spinto le convenzioni sociali, la violenza cieca e ottusa di un mondo primordiale che risolve ogni conflitto con la violenza; lì si è spinto con le proprie forze, seguendo un istinto per molti innaturale ma per lui perfettamente legittimo. Tenta di raggiungere la riva opposta ancora lontana, ma l’impresa è difficile.
    Su questa invece riesce ad arrivare Annina, nipote di Nunzio, che fa tesoro del percorso intrapreso anni prima dallo zio sfortunato e riesce a conquistare la libertà, anche se in maniera ancora incompleta, aiutata dalla fortuna e dall’evolversi della società.
    L’esito non sarà felice: Nonna Carmela dovrà in qualche modo accettare la perdita del figlio prediletto (tale proprio perché più debole e indifeso); Nunzio cadrà nei pressi del traguardo, appena dopo aver ricostruito se stesso; la madre Agata pagherà con la vita il vizio di “parlare troppo”.
    Soltanto Annina, la giovane e immatura Annina, donna ancora “in potenza”, riuscirà a raggiungere l’emancipazione fuggendo da casa, scoprendo in maniera spregiudicata il proprio corpo e la propria sessualità a lungo repressa, e uccidendo simbolicamente la figura paterna legata a un mondo malavitoso.
    La storia si dipana dal 1970 fino alla fine del XX secolo.
    Non è un caso che la figura di Nunzio, suo malgrado anticipatore di tutte le ribellioni femminili contenute nel romanzo, subisca la violenza e la morte dell’amante due anni dopo il 1968, anno fatidico in cui una generazione cercò di cambiare il mondo.
    La sua omosessualità è anomala per un mondo tanto chiuso e arcaico come quello dei paesi aspromontani; anomala perché non ubbidisce all’ordine costituito, familiare e sociale, che regola, impone, saziona con la violenza chiunque cerchi di fuoriuscirne. Viene scaraventato lontano e finirà a Londra, straniero anche a se stesso, dove ricostruirà la propria immagine in lunghi anni di esilio, prendendo coscienza in un mondo più aperto anche se non privo di grandi contraddizioni sociali.
    Sua nipote Annina, erede fortunata, ne seguirà il percorso anni dopo, e riuscirà a compiere la propria emancipazione con una maternità incerta e un tiepido interesse per l’arte teatrale, ancora in embrione.
    In questa metropoli cosmopolita e ricca di opportunità quanto di contrasti, compare Thomas, l’amico-amante di Nunzio, anch’egli simbolo di ribellione, insoddisfazione e desiderio di libertà. Appartenente alla classe conservatrice, saldamente ancorata a valori arcaici (la caccia alla volpe), se ne allontana utilizzando come veicolo l’impegno politico, vivace e presente nella società inglese dei primi anni Ottanta, ammorbata dalle politiche tatcheriane.
    Con la sua vita libera e senza catene, le sue utopie, il suo marxismo a tratti ingenuo ma sincero, rappresenta la coscienza politica che Nunzio non possiede; insieme alla libertà sessuale e all’arte fotografica, permetterà al giovane ragazzo calabrese di prendere coscienza di sé, ma verrà anch’esso punito per il suo tentativo di affrancamento.

    Il romanzo non vuole indagare o rappresentare temi difficili, ma ritrarre in breve un’epoca di grandi tensioni e cambiamenti. I personaggi principali hanno uno spessore psicologico che non si esplicita in complesse descrizioni. Sono sufficienti brevi frasi, gesti, atteggiamenti per rivelarne le tensioni profonde.
    Le storie di Nunzio e Annina non si intrecciano: sono l’una anticipatrice dell’altra. Potremmo dire che Annina realizza in qualche modo ciò che lo zio Nunzio ha iniziato senza successo: fuoriuscire da un mondo fatto di granitiche (e conservatrici) certezze verso un mondo instabile, volubile, incerto, ma libero.
    L’uso della lingua italiana, del dialetto calabrese e dei termini inglesi non è mai incongruente: si tratta di un misto di linguaggio popolare e colto che viene utilizzato dai personaggi coerentemente con la propria cultura, età anagrafica, provenienza ed estrazione sociale. I dialoghi sono precisi e rappresentano il necessario; le descrizioni dei luoghi misurate ma incisive.
    Forse la voce di un narratore esterno alla vicenda, al posto di quella di Annina, avrebbe reso il racconto più universale. Ma è una scelta che spetta con legittimità all’autore.

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  11. Marilena, lunedì a Milano says:

    Come sottolineato da molti, l’inizio del libro è folgorante e molto buona la resa del mondo calabrese in cui vive Annina; così come funziona il confronto parallelo, a capitoli alterni della storia di Nunzio e di quella, anni dopo, della nipote Annina. Ma verso la metà del libro il romanzo perde forza e si ha, a tratti, la sensazione di un elenco di fatti più che la partecipazione ad un racconto di grandi emozioni e contrasti, come ci si poteva aspettare. Alla fine il personaggio più delineato è quello di Nunzio, nel suo spaesamento iniziale e nella ricostruzione di una vita, pur nella descrizione di un mondo, quello dei gay, ricco di troppi stereotipi. Nel finale, con l’escamotage del dialogo con la nonna morta, si tirano i fili della storia e le rivelazioni (troppe?) finiscono per rendere quello di nonna Carmela un personaggio sicuramente più ambiguo nella cornice di un racconto poco originale.

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  12. Rita Centaro (Musicale Torino) says:

    “Il figlio prediletto”, che si svolge tra la Calabria e Londra nel periodo che va dagli anni Settanta alla fine del Secolo scorso, narra di storie di ribellione verso gli schemi imposti da una società retrograda e dispotica, che pratica usi e costumi illiberali.
    Un Aspromonte violento, arretrato, omofobo e ostile, proprio come il suo dialetto, fa da scenario a un racconto che parla dell’impervio cammino verso la libertà dei vari personaggi, i quali devono destreggiarsi per cercare di affermare la propria personalità, tra i marcati pregiudizi, duri a morire, della società che li circonda e che vede l’omosessualità come un affronto sociale, un peccato, quasi una follia e l’emancipazione ed evoluzione femminile come l’equivalente della prostituzione.
    Il protagonista, Nunzio, un ragazzo calabrese, dopo aver visto morire il suo giovane compagno per mano del padre e dei suoi fratelli, si ritrova obbligatoriamente ad emigrare in Inghilterra. Per anni sopravvive, lasciandosi soffocare dal dolore provato per l’amore perso così violentemente, in una Londra agli inizi degli anni settanta che fatica, pur vivendo un momento di fermento innovativo culturale, ad abbattere le barriere classiste e ad accettare le diverse visioni, anche se utopistiche, di un mondo che sta velocemente cambiando.
    Ed è lì che incontra Thomas, un giovane londinese che sente di non voler far più parte della “buona società” alla quale appartiene opponendosi alle regole (per distanziarsi e differenziarsi dal padre cambia addirittura il cognome), decidendo di vivere insegnando e donando parte dei suoi averi ai compagni, coi quali condivide la sua ideologia marxista, per poi terminare, precocemente e in modo tragico, la sua vita per mano di un nero.
    Nunzio, anche se con fatica, riesce a vedere chiaro dentro di sé e ad accettare la propria omosessualità. Riprende, così, a vivere, ma, proprio mentre si sta realizzando sviluppando il suo talento artistico per la fotografia, in un momento di estrema felicità, ancora una volta qualcuno decide per lui e questa volta è il destino che pone fine alla sua breve esistenza.
    Dieci anni dopo la morte di Nunzio, Annina, sua nipote, fermamente convinta di non voler rimarcare la vita di sua madre e di sua nonna, cerca, anche lei, di liberarsi dai legami familiari che la tengono inchiodata a vivere una vita che non sente sua e attraverso la passione per il teatro, tenta di far emergere la sua individualità, fino ad arrivare in quella Londra dove lo zio Nunzio aveva vissuto. Inesperta, cercando l’emancipazione, si ritrova a dover e a poter decidere se portare a termine una gravidanza indesiderata, dovendo rendere conto, finalmente, solo a se stessa.
    Il libro, che sembra quasi suddiviso in due parti, una più coinvolgente (quella caratterizzata dalla figura di Nunzio) e l’altra meno incisiva (quella descrittiva di Annina e del suo percorso) è ben scritto. Si legge scorrevolmente, pur contenendo alcuni criptici dialettismi e qualche parte surreale, e offre moltissimi spunti di riflessione su temi come l’omosessualità, l’amicizia, l’omertà, la violenza, l’emancipazione femminile, il fervento post-sessantottino e lo strappo generazionale, argomenti che l’Autrice, volutamente, non approfondisce lasciando a noi lettori la voglia di farlo o meno.

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  13. Simona says:

    Un libro intenso che induce a riflettere. Mi è molto piaciuto. Da leggere e da consigliare.

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