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DANIEL MENDELSOHN UN GRANDE SCRITTORE MODERNISTA

DANIEL MENDELSOHN UN GRANDE SCRITTORE MODERNISTA

colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN

Sono di fronte alla porta dell’appartamento di Daniel Mendelsohn nell’Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorkese. Non lontano da qui c’è Barney Greengrass, la “Deli” dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli Scomparsi (Neri Pozza).
“Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere”. Ecco l’incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della somiglianza con lo zio Schmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi e in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli Scomparsi non è che il tentativo di spezzare l’assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn – talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista – ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi di un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un’esperienza che conosce dall’interno.
Non hai l’impressione che loro siano morti e noi ci prendiamo il merito?
“Sai, in letteratura un argomento vale l’altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D’altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull’Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un’impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell’Olocausto”.
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una “triviale generalizzazione”. E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall’ossessione. “Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull’argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall’Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema.
”La gelida perentorietà con cui mi parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli Scomparsi è l’assenza di patetismo  la cura maniacale per i dettagli. Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah. Gli chiedo se lo conosce: “Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall’approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami Grandi Domande. Ma non per questo Gli Scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Ophra (da Ophra Winfrey la  più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, e poi si sente migliore. Al museo dell’Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli con cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un’insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: “Ora ho capito cosa è successo agli ebrei”. È disgustoso. D’altra parte perché stupirsi? L’olocausto non è un’esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano.”
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio. “Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l’interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L’arte impone l’estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati.
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l’estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L’estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.
“Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l’artificiosità dell’impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: “Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?” E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che a poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l’arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l’inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significhi ammazzare un fratello? Per questo c’è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione”.
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L’ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.
“Non amo il prefisso “post”. Non sono una postpersona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D’altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l’intricatezza delle prosa è un riflesso dell’ossessione per l’oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodono. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro.”
Un mio amico francese un po’ troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un’autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l’autobiografia, la finzione. Non c’è stato verso.
“Avrei trovato ripugnante e ridicola l’idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d’accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un’esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell’Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che non corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti Mémoires americani. Ce l’ho messa tutta affinché il racconto di zio Schmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c’è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell’immaginazione. Sono affascinato dall’ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c’è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D’altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l’arte da tutto il resto.”

Copyright Il Corriere della Sera 26-02-08

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