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LA STAMPA SU TSIOLKAS

LA STAMPA SU TSIOLKAS


 UN BARBEQUE DI SESSO E DROGA A MELBOURNE

Tsiolkas - Identità e conflittualità etniche in una festa di fine estate

Melbourne, Australia: città multietnica e peculiare a cominciare dal nome. Quando la regina Elisabetta la visitò per la prima volta, la avvertirono che la elle non si pronuncia.

A Melbourne è nato nel 1965 Christos Tsiolkas, scrittore australiano la cui multietnicità si riconosce già dal nome, di origine greca. Lo schiaffo, il suo quarto romanzo, si immerge profondamente nel microcosmo davvero imperioso della sua città. Nella penetrante traduzione di Marco Rossetti supera largamente le cinquecento pagine, eppure lievita con una intensità e una seduzione davvero magistrale. I paragoni con Franzen, De Lillo e Philip Roth non sono usurpati.

Lo schiaffo è un titolo apparentemente circostanziale,o, se volete, occasionale. Un bimbo che sta per compiere quattro anni e ancora si nutre felice del latte materno, rivela forse perché è viziato con carattere malizioso e provocatorio: bello, dagli occhi fascinosi, il piccolo Hugo si prende la libertà di sferrare un calcetto al cugino Harry, il quale quasi ostentatamente replica con uno schiaffo.

L'episodio acquista immediatamente una valenza emblematica, in quanto provoca una serie di ricadute, di episodi a catena, destinati a scompaginare quasi fatalmente l'ambiente nel quale Hugo vive e si sta formando. Ci troviamo, così, nel microcosmo cui mi riferivo prima, del quale lo scrittore propone una situazione per così dire esemplare. E' un pomeriggio di fine estate, e il clima mite propizia una barbecue organizzata per gli amici da Aisha e da Hector.

Lei è di discendenza indiana, fascinosa, aggraziata. Lui, quarantenne di origine greca, approfitta dell'occasione per corteggiare la giovane Connie, una bionda ragazza dal forte richiamo sessuale che lavora quale assistente nell'ambulatorio di veterinaria di Aisha. Gli invitati coprono una vasta gamma di ascendenze etniche. Harry, cugino di Hector, ha una moglie provocante, di origine serba; Anouk, sceneggiatrice di commedie televisive, si esibisce in abbigliamento vezzoso. C'è il padre di Hector, Manolis; arricchisce la compagnia un aborigeno australiano, Bilal, appena convertito all'Islam.

Mi sono accontentato di presentarvi alcuni dei personaggi chiave, riservandomi di introdurre quello che acquista gradualmente la scena e la chiuderà nelle ultime pagine. Il fattore decisivo che percorre come in un crescendo musicale il romanzo, grazie a un linguaggio di spumeggiante inventiva, investe sostanzialmente la dimensione erotica, sdipanata dallo scrittore su vari livelli. Il primo, il più banale, investe la pratica ordinaria: "Cos'è una scopata compassionevole?", domanda un personaggio. Risposta: "Quando qualcuno viene a letto con te perché gli fai pena". 

Ma gli adulteri, le impennate travolgenti e insopprimibili, la ossessiva masturbazione, non risparmiano nessuno, e simbolicamente, oltre che realisticamente, rimettono in gioco le identità e le conflittualità etniche. Non scandalizzatevi se vi dico che la parola probabilmente più corrente nel romanzo è "cazzo", utilizzata a vari livelli come un mosaico, e dunque un referente cruciale.

Il personaggio che si muove in crescendo, sino a sostenere le pagine finali, è il diciottenne Richie le cui uniche certezze nella vita sono due donne: la madre e Connie. Nell'ultima pagina del romanzo, Richie si domanda se è ancora la droga a "esercitare la sua magia e si addormenta, proprio come il futuro che aveva cominciato ad avvicinarsi furtivamente".

Non meno del sesso, la droga vale come rituale propiziatorio: il futuro impregna la magia del romanzo.

di CLAUDIO GORLIER

TTL

 

 

SE LA VERGOGNA NON TI FA DORMIRE

Un barbecue, otto amici, e uno di loro che molla un ceffone a un bambino: niente sarà più lo stesso. E', in poche parole, la trama dello Schiaffo, il formidabile (parola di scrittore) romanzo dove  CHRISTOS TSIOLKAS  tocca corde che forse non sapevamo più di avere

I buoni libri si raccontano in poche parole: durante un barbecue tra amici, uno degli invitati schiaffeggia il figlio di quattro anni di un altro invitato. Da quel momento, niente e nessuno sarà più lo stesso.

In questo, Lo schiaffo di Christos Tsiolkas è un buon libro. I libri magnifici non si raccontano in poche parole, perché la letteratura che rimane si legge e basta. Lo schiaffo è un libro magnifico, però le parole vanno trovate. Uno dei motivi della potenza del romanzo di Tsiolkas è nell'effetto che ha sul lettore: cambia la prospettiva con cui si giudicano gli altri.

La società è quella australiana, il momento cruciale del romanzo è un barbecue tra un gruppo di amici: il ceffone di uno di questi sulla guancia di un bambino è l'inizio del cambiamento. Non solo dei protagonisti, ma del lettore stesso. Le persone che crediamo di conoscere sono davvero loro?

"Quando ho iniziato a  scrivere questa storia volevo che ritraesse la nuova classe media australiana nella sua vitalità e nel suo vigore, ma anche nel suo essere oscenamente ricca, egoista e razzista. Volevo esprimere il mio disgusto per il senso di ingiustizia che molti della mia generazione sembrano avere davanti a questo nuovo mondo".

Il "nuovo mondo" di Tsiolkas è la comunità medio - borghese che si è andata a formare negli ultimi quindici anni in terra australiana, ma non solo: lui racconta il cambiamento emotivo di un'intera generazione, quella figlia dell'approssimazione. Che è anche la nostra. Valori approssimativi, amori approssimativi, famiglia approssimativa. Il senso di appartenenza descritto da Tsiolkas non si costruisce più attraverso i valori oggettivi ma su percezioni soggettive. Così Lo schiaffo (nella bella traduzione di Marco Rossari) viene narrato da otto personaggi, un capitolo ciascuno, otto prospettive con cui si giudica la presunta violenza verso un bambino: Tsiolkas da voce a queste esistenze, quella di Hector, "un narcisista che incarna debolezza morale e vitalità"; quella di Anouk, la sceneggiatrice "spavalda" che nasconde il segreto più feroce; e poi Harry, l'autore dello schiaffo, "un buon padre misogino e razzista"; Connie, "adolescente tra tenerezza e speranza", infine Rosie, "madre lacerata e controversa".

Sembrano stereotipi, invece non cadono mai nello scontato e questo è l'altro piglio della storia; ognuno di loro custodisce la doppiezza umana e la fragilità delle relazioni. Manolis, forse la coscienza della vicenda, è il padre di uno dei protagonisti e un vecchio immigrato greco: è l'unico che potrebbe permettersi di giudicare lo schiaffo per la sua grande storia etica, nonostante questo non lo fa mai. Tsiolkas semina in lui le radici della propria famiglia: "Sono orgoglioso di questo personaggio. La sua voce è quella di un profondo codice morale che la vecchia generazione aveva e che noi non riusciamo a costruire. E' l'omaggio a mio padre, emigrato anche lui dalla Grecia".

La paternità, l'altro grande fuoco del libro. Christos Tsiolkas, quarantaseienne di Melbourne (ha alle spalle altre tre opere), omosessuale dichiarato, sa scrivere di bambini come pochi altri narratori contemporanei. Li tratteggia con gli occhi dei genitori, rivelando quel senso di inafferrabile che il mondo adulto ha verso l'infanzia: "Io non posso parlare come un padre, non lo sono. Ma posso parlare come uno zio, come un uomo che vive una vita in cui bambini e adolescenti sono una parte integrante della sua esistenza. Avrei voluto essere un padre come pochi, ma non lo posso essere. Ho lavorato come educatore, non pretendo di avere l'esperienza di un genitore. Ma posso immaginare quell'esperienza. Se non lo potessi fare, non avrei nessun diritto di essere definito uno scrittore".

La pietas paterna di Tsiolkas percorre il libro nei gesti discreti e minuziosi delle madri, negli sguardi dei padri spesso smarriti, altre volte ritrovati. E' questo disorientamento il segno distintivo della nuova generazione? "Un padre fallito, un padre debole, un padre inconsistente, un padre confuso. Non sono la stessa cosa di un cattivo padre. E questo vale anche per le madri". Non è un caso che chi molla il ceffone al bambino sia un uomo violento e misogino, ma un sostegno esemplare per il proprio figlio.

Lo schiaffo è un caso editoriale in tutto il mondo, in Inghilterra ha venduto più di trecentomila copie ed è stato finalista al Booker Prize, facendo paragonare Christos Tsiolkas a Philip Roth (che l'autore cita come esempio assieme a Norman Mailer e Flannery O'Connor). Di Roth c'è il cinismo erotico e l'affondo nelle dinamiche relazionali, c'è soprattutto la vivisezione della famiglia contemporanea. In questo ricorda anche il tanto celebrato Jonathan Franzen, ma più di lui possiede la compassione per l'umano: Richie, il personaggio più lacerante del romanzo, è questa compassione nel suo essere un giovane adolescente alle prese con un'omosessualità timida. E' incerto, spaurito, e l'unica cosa che sa fare è rispettare le altre persone. Vuole la sua libertà, e la grandezza del romanzo è anche quella di far credere che i destini di tutti i personaggi concorrano alla sua definitiva liberazione.

Richie rappresenta la catarsi che viene dopo lo schiaffo al barbeque, il riscatto per la generazione che sta arrivando: "E' uno dei pochi personaggi che ha attinto dalla mia vita. Mi sono ispirato al mio compagno, Wayne. Stiamo insieme da ventisei anni, la generosità di Richie proviene da lui e mi ha fatto immaginare come potesse essere il mio compagno prima di conoscerlo".

Richie custodisce il tormento dei passaggi esistenziali e delle conquiste, per questo rappresenta il figlio perfetto, destinato probabilmente a non avere figli naturali. Tsiolkas non si nasconde, d'altronde onestà e volontà di non giudicare sono i punti cardine anche del suo libro: " So che cosa significa sentirsi in colpa, non avere coraggio, stare sveglio la notte per la vergogna. Questo è diventare adulti, imparare dai propri errori senza eroismi. Non volevo dividere il mondo tra male e bene, volevo solo scrivere un romanzo senza eroi in una società viziata".

Lo schiaffo è un libro magnifico anche per un'altra ragione: ti riconcilia con la lettura. Quella vera che, quando sei in giro, non vedi l'ora di tornartene a casa per continuare a leggere. Ha detto bene John Boyle, l'autore del Bambino con il pigiama a righe: " Ogni tanto mi imbatto in qualche romanzo che mi ricorda quanto ami leggere, Lo schiaffo è uno di questi".

Quando chiedo a Tsiolkas di dirmi a bruciapelo il segreto di questo romanzo, lui ricorda il giorno in cui ha cominciato a scriverlo: " prima di iniziarlo ho appiccicato un biglietto sulla mia scrivania con un messaggio a me stesso: - questa sarà una storia sul senso di responsabilità che gli adulti devono infondere ai giovani-. In parte è stato così, in parte è diventato una storia su come viviamo di questi tempi, che non è molto diverso da dire: come si ama di questi tempi".

di MARCO MISSIROLI

Vanity Fair


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