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NARCOPOLIS FINALISTA AL BOOKER PRIZE 2012

data pubblicazione: 11.09.2012
NARCOPOLIS FINALISTA AL BOOKER PRIZE 2012

Il romanzo di Jeet Thayil, pubblicato in Italia da Neri Pozza, è nella short list delle 6 opere finaliste che si contenderanno il prestigioso premio letterario. Congratulazioni al nostro autore!

«Tre decenni trascorsi a contemplare Bombay in tutto il suo lussurioso squallore… il vomito, la violenza, il glamour triviale e la terribile bellezza di una città trasformati in qualcosa che si annuncia subito come un vero e proprio classico di culto».
Hindustan Times

«Coinvolgente fino all’estremo e narrato con una febbrile e furiosa necessità, Narcopolis ci offre un mondo che è ad un tempo fantastico e realistico. Jeet Thayil ha scritto un’opera che può trovare posto solo accanto a un Roberto Bolaño».
Alan Warner

«La Bombay di Jeet Thayil è una città onirica dai sogni inquieti… Narcopolis muterà per sempre la maniera in cui siamo abituati a guardarla».
Hari Kunzru

«Tra fumerie d'oppio, eunuchi, invenzioni favolistiche e molta realtà, l'autore salutato come il nuovo Rushdie, costruisce il suo affresco sulla vecchia Bombay».
Susanna Nirenstein, La Repubblica

«Jeet Thayil, poeta indiano di fama internazionale, con Narcopolis è passato a una narrativa notturna e allucinata degna della sua celebre patria».
Cinzia Fiori, Il Corriere della Sera

«Uno stile molto originale che coglie l'essenza dei piccoli gesti quotidiani per svelare una storia universale».
Marco Philopat, XL (la Repubblica)

«Un viaggio avventuroso alla scoperta di una Bombay inedita, cuore pulsante della vita artistica della metropoli indiana, tra sperimentazione di droghe e infimi bordell».
Roberta Rotta, vogue.it

Bombay, anni Ottanta. Shuklaji Street è un reticolo febbrile di stanze, stanze per il sesso, stanze per Dio, stanze segrete che si riducono di giorno e si espandono di notte. Corre da Grant Road a Bombay Central, e percorrendola a piedi, tra auto, camion, risciò, biciclette, rifiuti, escrementi e poveri che barcollano coperti di stracci, si fa il tour dei luoghi della perdizione della città, i luoghi del piacere e dell’ebbrezza. La croce copta dei cristiani siriani al collo, l’aria di chi è stato rispedito in India dopo essere finito nei guai a New York, Dom Ullis si è rifugiato nel bel mezzo di Shuklaji Street, nella stanza d’oppio di Rashid, la fumeria piú rinomata della strada con le sue autentiche pipe cinesi.
Nel locale, pregno dell’odore di melassa, sonno e malattia, si è accolti dal proprietario, braccia e ventre cosí grassi da rendere striminzita ogni camicia.
La fumeria, però, è per ogni habitué innanzi tutto il regno di Dimple. È lei che, scuotendo i capelli che le cadono davanti agli occhi, prepara, con mano esperta ed elegante, le pipe. Quando era appena un ragazzo, Dimple fu condotto in un bordello di Bombay. Gli diedero una sari rossa e del whisky e poi, con l’aiuto di un sottile, tagliente bambú, fecero di lui una splendida hijra, un eunuco. Ha imparato a maneggiare l’oppio e non solo, ha appreso tutto quello che sa della vita, dell’amore e della morte nel khana, nella fumeria di Mr Lee, un ex ufficiale dell’esercito cinese che aveva lasciato a Canton passioni, sventure e fallimenti per aprire a Bombay una fumeria per pochi eletti e rifornirsi di oppio e di cibo – oppio a bizzeffe, naturalmente, e un minimo di cibo.
È il regno anche di una singolare compagnia di oppiomani di paesi e fedi disparate: Newton Pinter Xavier, il pittore il cui senso di colpa cattolico deflagra producendo effetti devastanti: dipinti che grondano sesso, eresia e interpretazioni indiscriminate della psicopatologia della vita quotidiana; Rumi, lo spilungone con il segno castale sulla fronte e il sorriso largo e strafottente; Salim, il borsaiolo alto e segaligno coi capelli da hippy lunghi fino alle spalle; e artisti, filosofi, poeti e prostitute che si immergono nelle loro mirabolanti fantasticherie aspirando oppio.
Con i suoi amanti e ospiti Dimple discute di Dio e del sesso, dell’amore e del significato dell’esistenza, della crudeltà della vita e… del Patar Maar, l’assassino di pietra che gira di notte nei quartieri dei poveri di Bombay e li uccide metodicamente, come un angelo sterminatore che cerca di mettere fine una volta per tutte alla loro miseria.
Accolto entusiasticamente dalla critica e dal pubblico al suo apparire in Inghilterra e negli Stati Uniti, Narcopolis ci offre un ritratto di Bombay che «muterà per sempre la maniera in cui siamo abituati a guardarla» (Hari Kunzru): una multiforme, brulicante metropoli dove la vita pulsa e rivendica i suoi diritti ovunque, nelle strade dei poveri, nei bordelli piú infimi, nei locali amati da artisti e poeti; una città onirica e inquieta in cui un’umanità insaziabile, eccentrica e smodata si svela anche generosa e ricca di poesia e amore.

magazine [9]

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