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Domenico Quirico: «Mi faccio travolgere dalle vite degli altri»

data pubblicazione: 03.05.2017
Domenico Quirico: «Mi faccio travolgere dalle vite degli altri»

"Puoi fare questo mestiere solo se le cose le vivi, non per sentito dire" dice il giornalista de La Stampa. La sua storia (compreso il SEQUESTRO da parte dei jiahdisti in Siria nel 2013) ha ispirato un documentario e ora un libro in cui il cronista apre tutti i cassetti. Anche quelli dove stavano rinchiusi i ricordi più dolorosi
 
di Raffaela Carretta, IO donna
 
Sto cercando da mesi di andare in Sud Sudan, in Somalia o in Yemen per raccontare la carestia» dice Domenico Quirico nel suo modo sobrio, quasi silente, da piemontese in cravatta azzurra. E sembra così incongruo, nel seicentesco palazzo del Circolo dei lettori a Torino - tra affreschi e divanetti color del bosco, ragazzi con i ricci al computer e signore col tè - sembra così impudico parlare di carestia. Almeno quanto lo è il tema che giace nel suo libro Ombre dal fondo, stesso titolo del documentario di Paola Piacenza (giornalista di Io donna) che lo ha seguito nei suoi reportage (libro + dvd ora pubblicati da Neri Pozza): l’impossibilità di dimenticare la guerra, la povertà, la violenza. E l’impossibilità poi di essere qui, nel nostro mondo protetto che per risonanza si calcifica, diventa pieno di crepe.
 
Quirico, 65 anni, due figlie, ha scritto perla Stampa cronache memorabili dai Paesi «della sopravvivenza, dove l’uomo è materiale da combustione». Nell’aprile 2013 è stato sequestrato con il collega Pierre Piccinin proprio dal gruppo che stava seguendo, i miliziani anti-Assad dell’Armata siriana libera, e venduto a un gruppo jihadista. Cinque mesi di prigionia, poi la liberazione. E s’intuisce che quel periodo ha scavato una fessura dolorosa, un’esigenza radicale nel modo di pensare la professione e se stesso, che ne fa un caso a parte nel mondo dei giornali: come uno che guarda da fuori, perché il centro delle cose si è ormai spostato altrove.
 
Sull’esperienza in Siria aveva già scritto Il Paese del male. Perché tornarci con questo libro?
Forse è arrivato il tempo di aprire tutti i cassetti e tirare fuori le cose inutilizzate perché troppo personali. Il film di Paola Piacenza ha innescato la voglia di metterle in ordine. Poi, tutto sta cambiando: in certi Paesi non si può più entrare per ragioni di visto, di guerra o perché costa troppo ai giornali. E c’è internet. Mi chiedo: ha ancora senso questo mestiere nel modo in cui l’ho fatto io?
 
Nel libro il riflettore è girato anche verso di lei: racconta come si diventa raccontando il male.
Questo è un lavoro meraviglioso non perché ti pagano per andare in giro, ma perché sei coinvolto nelle vite degli altri: a patto che te ne lasci travolgere. Arrivi in un posto, si stanno scannando egrazie al tuo ruolo accettano che tu stia lì, diventi parte della loro storia. Per questo il giornalismo è un genere letterario straordinario, unico: perennemente condizionato dalla transitorietà, dall’immersione in una materia sempre diversa. Ho annullato l’altro aspetto: quello dell’analisi a distanza. Lo dico umilmente: puoi raccontare la realtà solo se la vivi, non per sentito dire.
 
Non prendere le distanze però espone alla sofferenza.
Non è facile da capire, anche i familiari mi dicono: basta, passa ad altro. Eppure, è impossibile liberarsi. Il reportage t’incatena a quello che hai visto.
 
È sempre stato così o c’entra il sequestro?
Era così anche venticinque anni fa, in Ruanda o Somalia, quando non c’erano i cellulari e sparivi per settimane. La prigione mi ha cambiato ma non in questo.
 
E come?
È un’esperienza che svela la profondità dei tuoi difetti. Sei nudo con te stesso e non è una bella esperienza. Perché quella che credevi la tua parte migliore, famiglia, amore, principi etici, non conta niente. Sei pronto a buttarli come zavorra. E te ne vergogni. Più della violenza subita è questa la colpa dei miei rapitori.
 
E non il tradimento? Era lì per seguire loro eppure l’hanno venduta a un’altra banda.
Racconto un indizio rivelatore. Siamo vicini a un ciliegio carico di frutti, accanto a un rudere. Il più brutale del gruppo si riempie la bocca di ciliegie. Il liquido cola sulla faccia, impiastriccia le mani. Lui si avvicina con calma e si pulisce sul mio vestito di stracci. Perché lo fa? È un gesto che contiene la profondità del vuoto in cui sei finito.
 
Nel vuoto, lei descrive una tensione forte verso Dio.
In Siria sei di fronte ad assassini seriali che si sentono santi. Santi proprio perché assassini. Frequentare luoghi in cui Dio è così tragicamente potente mi ha fatto pensare al Dio tragicamente assente dei nostri postí, alla nostra religione senza peso. Mi ricordo una discussione sulla Trinità. Lo jihadista alzava l’indice: «Dio è uno!» E il mio collega di sventura si affannava: «No, lo Spirito Santo, eccetera». E quello rialzava il dito: «Uno». Pensavo: ha senso annacquare tutto per cercare un punto d’incontro?
 
La sua famiglia come vive l’attesa dei suoi ritorni?
Bisogna essere onesti: questo lavoro, per come lho fatto io, impone il dovere della solitudine. Altrimenti fai solo del male a chi ti vuole bene. Non ha mai nostalgia della leggerezza che accompagna la vita in Occidente? No, semmai ho disagio. Vivo in un posto sperduto, vengo a Torino il meno possibile, con sofferenza. E quando attraverso le muraglie dei tifosi di Juve-Barcellona in ansia per la vittoria, penso a chi, nello stesso momento, in Sud Sudan fronteggia il degrado del proprio corpo.
 
Lei sa che qualcuno potrebbe accusarla di moralismo.
Per me sarebbe un piacere.

magazine [9]

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